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"Numeri arretrati" (Mario Merz - Senza titolo, 1985 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)
25 Ott

"Numeri arretrati" (Mario Merz - Senza titolo, 1985 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)

Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca c’è “Igloos” di Mario Merz. La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo – uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte – al fine di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.
Queste opere, riconducibili visivamente alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività. Gli igloo sono caratterizzati da una struttura metallica rivestita da una grande varietà di materiali di uso comune, come argilla, vetro, pietre, iuta e acciaio – spesso appoggiati o incastrati tra loro in modo instabile – e dall’uso di elementi e scritte al neon.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 24 febbraio 2019.

Mrio Merz - Senza titolo, 1985 Igloos Pirelli Hangar Bicocca

"Squaw squat” (Mario Merz - Tenda di Gheddafi, 1981 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)
25 Ott

"Squaw squat” (Mario Merz - Tenda di Gheddafi, 1981 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)

Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca c’è “Igloos” di Mario Merz. La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo – uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte – al fine di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.
Queste opere, riconducibili visivamente alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività. Gli igloo sono caratterizzati da una struttura metallica rivestita da una grande varietà di materiali di uso comune, come argilla, vetro, pietre, iuta e acciaio – spesso appoggiati o incastrati tra loro in modo instabile – e dall’uso di elementi e scritte al neon.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 24 febbraio 2019.

Mrio Merz - Tenda di Gheddafi, 1981 Igloos Pirelli Hangar Bicocca

"Portiera volante" (Mario Merz - Evidenza di 987, 1978 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)
25 Ott

"Portiera volante" (Mario Merz - Evidenza di 987, 1978 Igloos Pirelli Hangar Bicocca)

Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca c’è “Igloos” di Mario Merz. La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo – uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte – al fine di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.
Queste opere, riconducibili visivamente alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività. Gli igloo sono caratterizzati da una struttura metallica rivestita da una grande varietà di materiali di uso comune, come argilla, vetro, pietre, iuta e acciaio – spesso appoggiati o incastrati tra loro in modo instabile – e dall’uso di elementi e scritte al neon.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 24 febbraio 2019.

Mrio Merz - Evidenza di 987, 1978 Igloos Pirelli Hangar Bicocca

"Una copia del piffero” (Picasso - Suonatore di flauto stante, 1958 PicassoMetamorfosi)
18 Ott

"Una copia del piffero” (Picasso - Suonatore di flauto stante, 1958 PicassoMetamorfosi)

Dal 18 ottobre 2018 fino al 17 febbraio 2019, a Palazzo Reale di Milano c’è Picasso – Metamorfosi.
La mostra, prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata da Pascale Picard, rappresenta la tappa milanese della grande rassegna europea triennale “Picasso-Mediterranée” promossa dal Musée Picasso di Parigi, e aggiunge un nuovo tassello all’approfondimento che Palazzo Reale dedica al grande artista da oltre mezzo secolo, a partire dall’esposizione di Guernica nella sala delle Cariatidi nel 1953.
Il titolo, “Metamorfosi”, ha un doppio riferimento: uno relativo al lavoro del Maestro per l’ edizione Skira del 1931 dell’opera omonima di Ovidio – cui è dedicata una delle sezioni dell’esposizione – e l’altro al pensiero di Picasso secondo cui fissando non gli stati di un dipinto ma – appunto – le sue metamorfosi, si potrebbe scoprire attraverso quale strada la mente dell’artista si incammini verso la concretizzazione di un sogno.
E il percorso della mente del Maestro su cui la mostra pone la sua attenzione è quello relativo all’analisi della storia e della cultura, al riferimento agli antichi maestri: ciò che emerge è il debito di Picasso verso il mondo classico, la cui importanza è fondamentale.
Sei sono le sezioni tematiche allestite, in cui le opere del grande artista vengono accostate alle opere di arte classica che lo hanno profondamente influenzato, per un totale di oltre 200 lavori tra quelli del Maestro e quelli antichi da cui è stato ispirato.

Pablo Picasso - Suonatore di flauto stante, 1958 Picasso Metamorfosi.

"ComBaciare” (Picasso - Il Bacio, 1969 PicassoMetamorfosi)
18 Ott

"ComBaciare” (Picasso - Il Bacio, 1969 PicassoMetamorfosi)

Dal 18 ottobre 2018 fino al 17 febbraio 2019, a Palazzo Reale di Milano c’è Picasso – Metamorfosi.
La mostra, prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata da Pascale Picard, rappresenta la tappa milanese della grande rassegna europea triennale “Picasso-Mediterranée” promossa dal Musée Picasso di Parigi, e aggiunge un nuovo tassello all’approfondimento che Palazzo Reale dedica al grande artista da oltre mezzo secolo, a partire dall’esposizione di Guernica nella sala delle Cariatidi nel 1953.
Il titolo, “Metamorfosi”, ha un doppio riferimento: uno relativo al lavoro del Maestro per l’ edizione Skira del 1931 dell’opera omonima di Ovidio – cui è dedicata una delle sezioni dell’esposizione – e l’altro al pensiero di Picasso secondo cui fissando non gli stati di un dipinto ma – appunto – le sue metamorfosi, si potrebbe scoprire attraverso quale strada la mente dell’artista si incammini verso la concretizzazione di un sogno.
E il percorso della mente del Maestro su cui la mostra pone la sua attenzione è quello relativo all’analisi della storia e della cultura, al riferimento agli antichi maestri: ciò che emerge è il debito di Picasso verso il mondo classico, la cui importanza è fondamentale.
Sei sono le sezioni tematiche allestite, in cui le opere del grande artista vengono accostate alle opere di arte classica che lo hanno profondamente influenzato, per un totale di oltre 200 lavori tra quelli del Maestro e quelli antichi da cui è stato ispirato.

Pablo Picasso - Il Bacio, 1969 Picasso Metamorfosi.

"Il nudo è il migliore travestimento” (Picasso - Nudo seduto su fondo verde, 1946 PicassoMetamorfosi)
18 Ott

"Il nudo è il migliore travestimento” (Picasso - Nudo seduto su fondo verde, 1946 PicassoMetamorfosi)

Dal 18 ottobre 2018 fino al 17 febbraio 2019, a Palazzo Reale di Milano c’è Picasso – Metamorfosi.
La mostra, prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata da Pascale Picard, rappresenta la tappa milanese della grande rassegna europea triennale “Picasso-Mediterranée” promossa dal Musée Picasso di Parigi, e aggiunge un nuovo tassello all’approfondimento che Palazzo Reale dedica al grande artista da oltre mezzo secolo, a partire dall’esposizione di Guernica nella sala delle Cariatidi nel 1953.
Il titolo, “Metamorfosi”, ha un doppio riferimento: uno relativo al lavoro del Maestro per l’ edizione Skira del 1931 dell’opera omonima di Ovidio – cui è dedicata una delle sezioni dell’esposizione – e l’altro al pensiero di Picasso secondo cui fissando non gli stati di un dipinto ma – appunto – le sue metamorfosi, si potrebbe scoprire attraverso quale strada la mente dell’artista si incammini verso la concretizzazione di un sogno.
E il percorso della mente del Maestro su cui la mostra pone la sua attenzione è quello relativo all’analisi della storia e della cultura, al riferimento agli antichi maestri: ciò che emerge è il debito di Picasso verso il mondo classico, la cui importanza è fondamentale.
Sei sono le sezioni tematiche allestite, in cui le opere del grande artista vengono accostate alle opere di arte classica che lo hanno profondamente influenzato, per un totale di oltre 200 lavori tra quelli del Maestro e quelli antichi da cui è stato ispirato.

Pablo Picasso - Nudo seduto su fondo verde, 1946 Picasso Metamorfosi.

"Targhet accomplished" (Jan Henderikse - Untitled 2017 targhe su tavola, Cortesy Gallery)
16 Ott

"Targhet accomplished" (Jan Henderikse - Untitled 2017 targhe su tavola, Cortesy Gallery)

La mostra “Mint” alla Cortesi Gallery, a cura di Francesca Pola, è la prima mostra personale mai presentata a Londra dell’artista olandese Jan Henderikse (1937), una figura cardine nell’arte europea del XX secolo, la cui importanza sta gradualmente guadagnando l’attenzione internazionale. Riunisce una serie di esempi altamente significativi del suo lavoro, per ripercorrere le tappe fondamentali della sua carriera creativa.
Dagli anni Cinquanta, il lavoro di Henderikse si è sviluppato oltre le tradizionali nozioni di pittura e scultura, per ridefinire le coordinate dell’immaginario artistico: in primo luogo, neutralizzando la superficie nel monocromo; poi, dal 1959, impiegando materiali e tecniche non convenzionali in composizioni “allover” che connotano il suo distintivo linguaggio. Henderikse cerca oggetti usati quotidianamente (come cassette da frutta vuote, bottiglie, tappi di sughero, targhe automobilistiche, monete, banconote, parti di giocattoli, fotografie trovate e altro), che percepisce carichi di contenuti e interessi umani ed emotivi, e li combina in assemblaggi e accumulazioni seriali, sequenze e installazioni multimediali, per mostrare il potere immediato del loro significato. Come oggetti presi direttamente dal mondo e lasciati nel loro stato originario, parlano degli istanti della vita cui sono appartenuti e razionalizzano questo carico emotivo in un’immagine poetica sospesa, creando un’empatia immediata con lo spettatore. Questa potenziale molteplicità di riferimenti impliciti in ogni oggetto è esemplificata dal titolo della mostra, poiché la parola “mint” può indicare tre diversi tipi di oggetti: una caramella, una moneta o una cosa preziosa in buone condizioni (“mint condition”). Il lavoro di Henderikse intende svelare proprio questo inevitabile e poetico scontro tra piacere e valore, transitorio e permanente, ordinario e straordinario. La mostra prende avvio da un raro lavoro monocromo del 1959, per svilupparsi in alcune tipologie cruciali dei suoi assemblaggi del 1960: presentando opere realizzate con tappi di sughero, casse, bottiglie, monete, targhe automobilistiche combinate con tappezzerie trovate. Questi pezzi incarnano le affinità di Henderikse con i movimenti a lui contemporanei degli anni Sessanta: da un lato, ZERO nella riduzione dei mezzi espressivi, nel rifiuto della soggettività emotiva e nella ripetizione delle strutture; dall’altra, Nouveau Réalisme e Pop Art nell’interesse per gli oggetti e la cultura del consumismo. Tuttavia, è importante sottolineare l’unicità e la specificità del lavoro di Henderikse in questo contesto: non solo perché combina tutti questi diversi aspetti in un’unica visione, ma anche perché il suo esclusivo focus è sugli oggetti trovati nel flusso di rifiuti della nostra civiltà che hanno un memoria umana: quanto più banale o umile, meglio è. Tutti questi oggetti d’affezione interessano l’artista in quanto sono stati usati: nei suoi lavori realizzati con essi, unisce il popolare e l’intellettuale, il collettivo e l’individuale, la fisicità della loro presenza materiale e l’immaterialità del loro potere evocativo.
L’esposizione presenta anche opere raramente viste degli anni Settanta e Ottanta, come le sue sequenze fotografiche concettuali, ad esempio quella dedicata alle intersezioni di Broadway, o quelle che lui chiama “rejected photographs” (“fotografie rifiutate”): momenti della vita che sono stati fotografati e dimenticati dalla gente che li ha vissuti. O le opere “shredded money” (letteralmente, fatte di “soldi triturati”), costituite da enormi quantità di banconote fuori corso, meticolosamente strappate in frammenti e ammucchiate in grandi volumi geometrici e apparentemente monocromi. Caratteristiche e uniche della mostra londinese sono poi un certo numero di opere che l’artista ha concepito appositamente per questa occasione: una grande installazione che combina centinaia di tappi con parole inglesi al neon, un sorprendente muro con decine di figurine di giocatori di baseball, e un nuova e inedita tipologia di lavori monocromi con tappi di sughero del 2018.

Jan Henderikse - targhe su tavola, Cortesy Gallery

"Fiutare una balla" (Jan Henderikse - blocco di banconote di dollari triturati, Cortesy Gallery)
16 Ott

"Fiutare una balla" (Jan Henderikse - blocco di banconote di dollari triturati, Cortesy Gallery)

La mostra “Mint” alla Cortesi Gallery, a cura di Francesca Pola, è la prima mostra personale mai presentata a Londra dell’artista olandese Jan Henderikse (1937), una figura cardine nell’arte europea del XX secolo, la cui importanza sta gradualmente guadagnando l’attenzione internazionale. Riunisce una serie di esempi altamente significativi del suo lavoro, per ripercorrere le tappe fondamentali della sua carriera creativa.
Dagli anni Cinquanta, il lavoro di Henderikse si è sviluppato oltre le tradizionali nozioni di pittura e scultura, per ridefinire le coordinate dell’immaginario artistico: in primo luogo, neutralizzando la superficie nel monocromo; poi, dal 1959, impiegando materiali e tecniche non convenzionali in composizioni “allover” che connotano il suo distintivo linguaggio. Henderikse cerca oggetti usati quotidianamente (come cassette da frutta vuote, bottiglie, tappi di sughero, targhe automobilistiche, monete, banconote, parti di giocattoli, fotografie trovate e altro), che percepisce carichi di contenuti e interessi umani ed emotivi, e li combina in assemblaggi e accumulazioni seriali, sequenze e installazioni multimediali, per mostrare il potere immediato del loro significato. Come oggetti presi direttamente dal mondo e lasciati nel loro stato originario, parlano degli istanti della vita cui sono appartenuti e razionalizzano questo carico emotivo in un’immagine poetica sospesa, creando un’empatia immediata con lo spettatore. Questa potenziale molteplicità di riferimenti impliciti in ogni oggetto è esemplificata dal titolo della mostra, poiché la parola “mint” può indicare tre diversi tipi di oggetti: una caramella, una moneta o una cosa preziosa in buone condizioni (“mint condition”). Il lavoro di Henderikse intende svelare proprio questo inevitabile e poetico scontro tra piacere e valore, transitorio e permanente, ordinario e straordinario. La mostra prende avvio da un raro lavoro monocromo del 1959, per svilupparsi in alcune tipologie cruciali dei suoi assemblaggi del 1960: presentando opere realizzate con tappi di sughero, casse, bottiglie, monete, targhe automobilistiche combinate con tappezzerie trovate. Questi pezzi incarnano le affinità di Henderikse con i movimenti a lui contemporanei degli anni Sessanta: da un lato, ZERO nella riduzione dei mezzi espressivi, nel rifiuto della soggettività emotiva e nella ripetizione delle strutture; dall’altra, Nouveau Réalisme e Pop Art nell’interesse per gli oggetti e la cultura del consumismo. Tuttavia, è importante sottolineare l’unicità e la specificità del lavoro di Henderikse in questo contesto: non solo perché combina tutti questi diversi aspetti in un’unica visione, ma anche perché il suo esclusivo focus è sugli oggetti trovati nel flusso di rifiuti della nostra civiltà che hanno un memoria umana: quanto più banale o umile, meglio è. Tutti questi oggetti d’affezione interessano l’artista in quanto sono stati usati: nei suoi lavori realizzati con essi, unisce il popolare e l’intellettuale, il collettivo e l’individuale, la fisicità della loro presenza materiale e l’immaterialità del loro potere evocativo.
L’esposizione presenta anche opere raramente viste degli anni Settanta e Ottanta, come le sue sequenze fotografiche concettuali, ad esempio quella dedicata alle intersezioni di Broadway, o quelle che lui chiama “rejected photographs” (“fotografie rifiutate”): momenti della vita che sono stati fotografati e dimenticati dalla gente che li ha vissuti. O le opere “shredded money” (letteralmente, fatte di “soldi triturati”), costituite da enormi quantità di banconote fuori corso, meticolosamente strappate in frammenti e ammucchiate in grandi volumi geometrici e apparentemente monocromi. Caratteristiche e uniche della mostra londinese sono poi un certo numero di opere che l’artista ha concepito appositamente per questa occasione: una grande installazione che combina centinaia di tappi con parole inglesi al neon, un sorprendente muro con decine di figurine di giocatori di baseball, e un nuova e inedita tipologia di lavori monocromi con tappi di sughero del 2018.

Jan Henderikse - blocco di banconote di dollari triturati, Cortesy Gallery

"Neonlogismo” (Jan Henderikse - Untitled 2018, tappi di sughero e neon, Cortesy Gallery)
16 Ott

"Neonlogismo” (Jan Henderikse - Untitled 2018, tappi di sughero e neon, Cortesy Gallery)

La mostra “Mint” alla Cortesi Gallery, a cura di Francesca Pola, è la prima mostra personale mai presentata a Londra dell’artista olandese Jan Henderikse (1937), una figura cardine nell’arte europea del XX secolo, la cui importanza sta gradualmente guadagnando l’attenzione internazionale. Riunisce una serie di esempi altamente significativi del suo lavoro, per ripercorrere le tappe fondamentali della sua carriera creativa.
Dagli anni Cinquanta, il lavoro di Henderikse si è sviluppato oltre le tradizionali nozioni di pittura e scultura, per ridefinire le coordinate dell’immaginario artistico: in primo luogo, neutralizzando la superficie nel monocromo; poi, dal 1959, impiegando materiali e tecniche non convenzionali in composizioni “allover” che connotano il suo distintivo linguaggio. Henderikse cerca oggetti usati quotidianamente (come cassette da frutta vuote, bottiglie, tappi di sughero, targhe automobilistiche, monete, banconote, parti di giocattoli, fotografie trovate e altro), che percepisce carichi di contenuti e interessi umani ed emotivi, e li combina in assemblaggi e accumulazioni seriali, sequenze e installazioni multimediali, per mostrare il potere immediato del loro significato. Come oggetti presi direttamente dal mondo e lasciati nel loro stato originario, parlano degli istanti della vita cui sono appartenuti e razionalizzano questo carico emotivo in un’immagine poetica sospesa, creando un’empatia immediata con lo spettatore. Questa potenziale molteplicità di riferimenti impliciti in ogni oggetto è esemplificata dal titolo della mostra, poiché la parola “mint” può indicare tre diversi tipi di oggetti: una caramella, una moneta o una cosa preziosa in buone condizioni (“mint condition”). Il lavoro di Henderikse intende svelare proprio questo inevitabile e poetico scontro tra piacere e valore, transitorio e permanente, ordinario e straordinario. La mostra prende avvio da un raro lavoro monocromo del 1959, per svilupparsi in alcune tipologie cruciali dei suoi assemblaggi del 1960: presentando opere realizzate con tappi di sughero, casse, bottiglie, monete, targhe automobilistiche combinate con tappezzerie trovate. Questi pezzi incarnano le affinità di Henderikse con i movimenti a lui contemporanei degli anni Sessanta: da un lato, ZERO nella riduzione dei mezzi espressivi, nel rifiuto della soggettività emotiva e nella ripetizione delle strutture; dall’altra, Nouveau Réalisme e Pop Art nell’interesse per gli oggetti e la cultura del consumismo. Tuttavia, è importante sottolineare l’unicità e la specificità del lavoro di Henderikse in questo contesto: non solo perché combina tutti questi diversi aspetti in un’unica visione, ma anche perché il suo esclusivo focus è sugli oggetti trovati nel flusso di rifiuti della nostra civiltà che hanno un memoria umana: quanto più banale o umile, meglio è. Tutti questi oggetti d’affezione interessano l’artista in quanto sono stati usati: nei suoi lavori realizzati con essi, unisce il popolare e l’intellettuale, il collettivo e l’individuale, la fisicità della loro presenza materiale e l’immaterialità del loro potere evocativo.
L’esposizione presenta anche opere raramente viste degli anni Settanta e Ottanta, come le sue sequenze fotografiche concettuali, ad esempio quella dedicata alle intersezioni di Broadway, o quelle che lui chiama “rejected photographs” (“fotografie rifiutate”): momenti della vita che sono stati fotografati e dimenticati dalla gente che li ha vissuti. O le opere “shredded money” (letteralmente, fatte di “soldi triturati”), costituite da enormi quantità di banconote fuori corso, meticolosamente strappate in frammenti e ammucchiate in grandi volumi geometrici e apparentemente monocromi. Caratteristiche e uniche della mostra londinese sono poi un certo numero di opere che l’artista ha concepito appositamente per questa occasione: una grande installazione che combina centinaia di tappi con parole inglesi al neon, un sorprendente muro con decine di figurine di giocatori di baseball, e un nuova e inedita tipologia di lavori monocromi con tappi di sughero del 2018.

Jan Henderikse - Untitled 2018, tappi di sughero e neon, Cortesy Gallery

"Tappetta volante" (Luca Pignatelli - Hero, Senesi Contemporanea)
15 Ott

"Tappetta volante" (Luca Pignatelli - Hero, Senesi Contemporanea)

Luca Pignatelli, uno degli artisti più interessanti e riconosciuti della sua generazione, presenta per la prima volta a Londra una serie di nuovi lavori di grandi dimensioni, tra cui “Persepoli”, un’opera a tecnica mista su tappeto persiano, esposta in anteprima a Maastricht durante il Tefaf e la cui analoga è ora esposta al museo MAXXI di Roma. Lungi da avere alcun intento provocatorio, pur nella commistione di generi e stili sulla frontiera e frattura tra Occidente e Oriente, gli ultimi lavori di Pignatelli proseguono una linea estetica che l’artista milanese feconda da anni, attraverso il confronto serrato tra contemporaneità e mondo antico.
Al di là dei supporti usati – nello specifico in questa mostra personale alla Senesi Contemporanea i tappeti persiani, i tessuti, i ferri, materiali che sono parte integrante dell’opera – Pignatelli lavora sulle persistenze iconografiche delle diverse civiltà, dal mondo greco a quello arabo, riuscendo ad essere contemporaneo senza negare le numerose stratificazioni presenti nella storia dell’arte sia dal punto di vista del soggetto che della tecnica. La sua è una poetica al tempo stesso lirica e analitica, i suoi lavori sono confortevoli alla vista, poiché ne riconosciamo i modelli, e nello stesso tempo spiazzanti per le variazioni che contengono; partendo da quasi una base astratta e materica Pignatelli, per sovrapposizioni o raschiature, genera nuove e definitive immagini che vanno a corroborare il nostro inconscio.

Luca Pignatelli - Hero

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Un selfie a caso