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A Milano la mostra "Elliott Erwitt. Family"
16 Ott

A Milano la mostra "Elliott Erwitt. Family"

 

Il Mudec - Museo delle Culture di Milano ospita fino al 15 marzo 2020 la mostra “Elliott Erwitt. Family” presentando al pubblico 60 scatti del grande fotografo americano. Un artista che ha fatto la storia fotografica del nostro secolo e che nella sua lunghissima carriera ha descritto e rappresentato, attraverso il suo lavoro, tutte le sfaccettature di un concetto così inesprimibile e totalizzante come quello della famiglia.
La collezione, selezionata per Mudec Photo da Erwitt e da Biba Giacchetti curatrice della mostra, alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate o molto singolari, metafore e finali “aperti”, come la famosissima fotografia del matrimonio di Bratsk. L’esposizione, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne e anche il produttore, e in collaborazione con SUDEST57 e vede il contributo di Lavazza – main sponsor dello spazio Mudec Photo – di cui sposa in pieno la mission, impegnata nel mondo della fotografia fin dal 1993 attraverso il “Calendario Lavazza”, un progetto con cui racconta le storie e descrive la società globale attraverso gli occhi dei più grandi maestri contemporanei dell’arte della fotografia.
In particolare, per questo nuovo progetto di Mudec Photo, Lavazza diventa parte attiva, portando in mostra una selezione di scatti di Elliott Erwitt tratti dal Calendario Lavazza 2000 “Families - Ritratti intorno al caffè”, un’edizione speciale che aprì le porte al nuovo millennio, a firma proprio del grande fotografo. Le immagini di Erwitt proposte in mostra raccontano trasversalmente settant’anni di storia della famiglia e delle sue infinite sfaccettature intime e sociali nel mondo intero,  offrendo all’osservatore sia istanti di vita dei potenti della terra (come Jackie al funerale di JFK) sia scene privatissime (come la celebre foto della bambina neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita).
La consueta cifra di Erwitt – col suo ritmo divertente e al tempo stesso con la sua profonda sensibilità umana – si esprime su un tema che certamente ha avuto un’importanza determinante nella sua vita personale, con quattro matrimoni, sei figli e un numero di nipoti e pronipoti in divenire.
Un tema universale, che riguarda l’umanità, interpretato da Elliott Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico: una cifra che ha reso questo autore uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre.

 

Ferdinando Scianna. Viaggio, racconto, memoria
31 Ago

Ferdinando Scianna. Viaggio, racconto, memoria

 

Dal 31 agosto 2019, alla Casa dei Tre Oci di Venezia ritorna Ferdinando Scianna, con la sua antologica: Viaggio, racconto, memoria.
E sono proprio questi i tre temi della mostra, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda e organizzata da Civita Mostre e Musei e Civita tre Venezie, con la promozione di Fondazione di Venezia: ovvero ripercorrere oltre mezzo secolo di carriera del fotografo siciliano attraverso 180 opere in bianco e nero, tra la memoria, il viaggio e il racconto, con l'intenzione dichiarata di rafforzare ulteriormente l'importante legame tra Scianna e la città di Venezia, testimoniato dagli scatti di moda realizzati dal fotografo nel capoluogo lagunare.

 

"Dopo la mostra del 2016 sui 500 anni del Ghetto ebraico di Venezia – afferma Emanuela Bassetti, presidente di Civita Tre Venezie - Ferdinando Scianna torna alla Casa dei Tre Oci, con l’antologica che ne ripercorre mezzo secolo di carriera.
L’iniziativa è la nuova tappa di un progetto nato dalla collaborazione tra Civita Tre Venezie e Civita Mostre e Musei, frutto di un pensiero condiviso che ha come obiettivo l’analisi dei linguaggi artistici della contemporaneità, in particolare quello della fotografia e dei suoi più importanti esponenti".

 

Dagli esordi, negli anni sessanta, particolarmente concentrati sulle feste religiose e i contesti tradizionali della sua terra d'origine, passando al reportage, ai viaggi e ai ritratti degli amici (inquadra ritratti di Sciascia, Cartier Bresson, Borges);
ai paesaggi e ai temi ricorrenti come gli specchi e gli animali,
per arrivare alla moda, con l'immortale campagna per la collezione autunno-inverno 1987/88 di Dolce e Gabbana, coi quali impose il cosiddetto "Look da Vedova" dell'iconica Marpessa,
il filo conduttore del lavoro di Scianna è sempre lo stesso: la costante ricerca di una forma definita dentro al caos della vita.
Una ricerca efficace e fruttuosa, grazie a quello che Leonardo Sciascia definiva come uno dei massimi doni dell'artista di Bagheria, ovvero la capacità immediata di catalizzare l'oggettività in verità fotografica: una fulminea, istantanea organizzazione della realtà.

 

"Come fotografo - ha affermato lo stesso Scianna, parlando del suo lavoro - mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo".

 

I viaggi, i racconti e le memorie di Ferdinando Scianna resteranno a Venezia fino al 2 febbraio 2020.

 

"L'Italia fiabesca" in mostra al "Festival dei Sensi"
22 Ago

"L'Italia fiabesca" in mostra al "Festival dei Sensi"

 

Dal 23 al 25 agosto, in Valle d'Itria, si svolge la decima edizione del Festival dei Sensi. Saranno ospiti di questa nuova edizione, dedicata al Fiabesco, molti nomi di spiccato interesse del panorama culturale italiano.
Si tratta di un "festival diffuso", che vuole creare un legame tra la cultura e la bellezza del luogo che lo ospita, tra i più suggestivi della Regione: la valle dei trulli.

In questo viaggio tra scienza, cultura e incanto, che passa dal racconto vero di scoperte archeologiche ai buchi neri e ai misteri dell'universo, alle fiabe vere e proprie, al loro rapporto con la musica, al fiabesco nel cinema come nella cucina, al fumetto e alla filosofia, fino al sogno e al sonno, c'è anche spazio per l'altra faccia delle storie. Quella reale, testimoniata da giornalisti, e da fotoreporter. Anzi, dal più grande tra tutti i fotogiornalisti italiani: Federico Patellani. A curare la sua mostra "L'Italia Fiabesca" sono Kitti Bolognesi e  Giovanna Calvenzi. Giovanna Calvenzi è stata assistente negli anni universitari di Patellani stesso, oltre che di Cesare Colombo e Toni Nicolini, compagna di Gabriele Basilico, ha curato mostre, insegnato storia della fotografia, linguaggio fotografico e photo editing, è stata photo editor di numerose riviste tra cui Amica e Sportweek, ha collaborato con Il Fotografo, Capital, Domus, Interni, è stata capo redattore di Max, direttore della fotografia di Vanity Fair e direttore di Lei Glamour. Abbiamo fatto alcune domande a Giovanna Calvenzi, su questa mostra e sulla fotografia in generale.

 

Ricordare, documentare, esprimere: queste erano le funzioni essenziali del gesto fotografico fino a una quindicina di anni fa. E oggi?

Io credo che oggi lo spettro delle funzioni sia molto più ampio e meno limitato, anche se quello che lei dice non è certamente dimenticato, è sempre centrale: per esempio, è sempre imprescindibile la componente relativa alla documentazione.

 

Nel caso del reportage gli smartphone sempre pronti all'uso non sono forse qualcosa di utile?

No, io non ci credo, seppure negli anni passati si sia parlato molto spesso di quelli che venivano definiti i citizen photographers, ossia dei testimoni "casuali" degli eventi che con i loro telefoni avrebbero potuto fare informazione. La domanda semmai è un'altra: che utilizzo fanno i giornali della fotografia? Praticamente nullo, è solo decorazione in questi ultimi tempi. Ecco perché l'esistenza dei citizen photographers non ha in nessun modo modificato il mondo del fotogiornalismo.

 

L'enorme quantità di fotografie scattate e immediatamente esposte ogni giorno, ora, minuto da chiunque nel mondo non rischia di allontanare ulteriormente la fotografia dall'essere considerata arte?

Secondo me no. Io, se vogliamo, ho sempre una visione abbastanza ottimistica della realtà. Ad esempio come tutto questo parlare che si fa del mangiare, con la proliferazione dei cuochi e dei super cuochi, degli chef e dei super chef ha come conseguenza una maggiore attenzione alla qualità del cibo, allo stesso modo questo potrebbe accadere con la fotografia. Nel senso che tutti fanno malamente milioni di fotografie, ma a molti può venire la curiosità e la voglia di passare dal "malamente" a un "correttamente": c'è quindi la possibilità che il produrre immagini di nessun interesse possa suscitare la voglia di capire cosa sia davvero la fotografia, di conoscere, di studiare, di migliorare.

 

È colpa delle nuove tecnologie se oggi è sempre più difficile vivere facendo il fotografo?

No, io ritengo che come in tutte le fasi di grande cambiamento si sappia da dove si parte, ma non dove si arriverà. È certo che l'editoria in generale - e parlo soprattutto dell'editoria periodica, perché quella quotidiana va per la sua strada da sempre e non è mai stata famosa per utilizzare in modo interessante la fotografia - sia stata nel corso del tempo piuttosto miope: invece di puntare sulla qualità ha creduto nella riduzione dei costi, delle persone e di tutto il lavoro. Personalmente credo che ci sia stata, in questa scelta, una grande miopia da parte di molti editori, e che questa sia una delle cause dell'uso poco interessante che oggi si fa della fotografia sui giornali.
In ogni caso è certamente aumentato il numero dei fotografi, ma pazienza: quelli bravi restano bravi ed emergono.

 

E quali consigli darebbe a una persona che voglia fare, oggi, della fotografia il proprio mestiere? Di quella artistica, piuttosto che del fotogiornalismo?

Volendo considerare la fotografia alla stregua di qualsiasi altra arte - in senso molto lato, comprendendo se vogliamo anche la cucina, il design e tutto quello che prevede l'aspetto creativo - diciamo che l'unico strumento per avere successo è la passione: è l'unica cosa che conta davvero, e l'unico suggerimento che si dovrebbe dare onestamente è "se ci credi davvero, provaci". Non ci sono altri consigli possibili. Lei desidera scrivere? E allora si metta al computer, e scriva, e proponga quello che ha scritto a qualcuno; non ci sono né scorciatoie, né altre vie. La regola numero uno è crederci, pensare di essere capaci di farlo e poi cercare le strade affinché anche altri se ne accorgano.

 

Oggi che le riprese video sono alla portata di tutti, quale potrebbe essere il vantaggio del fotoreportage rispetto al videoreportage?

Innanzitutto sono tecniche completamente diverse: chi fa un video è condizionato da una fase di montaggio, dal sonoro, dal bisogno che qualcuno risponda e dal mettere insieme tutto. Chi invece fa un servizio fotogiornalistico può scattare silenziosamente, essere presente in molte situazioni ma costruire la propria narrazione a posteriori, senza bisogno di una continuità di tempo e di luogo di cui invece il video ha bisogno.
Sono due scuole diverse, non sono paragonabili o intercambiabili; al massimo si affiancano, ma non sono in conflitto.

 

Continuando a parlare di fotogiornalismo, lei è stata assistente di Federico Patellani. Vuole raccontarci l'influenza che ha avuto questa collaborazione con quella che poi è divenuta la sua carriera?

Certamente c'è stata un'influenza anche se io non ho mai fatto la fotografa: facevo l'assistente scrivente. Lui mi ha presa con sé perché ero brava a scrivere a macchina, ero brava a stenografare, ero brava a tradurre dall'inglese. E perché ero brava a fargli i riassuntini: quando ho iniziato a lavorare con lui era il periodo in cui si dedicava ai grandi viaggi. Stava progettando un giro del mondo sui luoghi dei pirati, dalla Malesia al Borneo; quindi io dovevo leggere i libri e fargli dei riassuntini di Drake, delle storie dei pirati malesi, e via dicendo. Poi intervenivo quando lui mandava le immagini, dovevo farle sviluppare, andare all'aeroporto a ritirarle... insomma, ero una assistente non necessariamente fotografica. È certo che mi ha insegnato come si progettano i servizi fotografici, mi ha fatto capire come la fotografia possa davvero raccontare delle storie. E questo mi è stato molto utile. Il mio lavoro è sempre stato quello di fare il photo editor, di occuparmi della parte visiva all'interno di una redazione di un giornale.

 

Poi probabilmente sarà stato importante anche il confronto con Gabriele Basilico ma sicuramente è una cosa venuta dopo, quando ormai questa carriera l'aveva intrapresa...

In realtà no, perché quando sono andata a lavorare da Patellani stavo già con Gabriele: lui era ancora studente di architettura e io ero studentessa di lettere, e contemporaneamente facevo l'assistente di Patellani per mezza giornata. Diciamo che da Patellani, insieme, io e Gabriele abbiamo imparato il rispetto per la fotografia, che vuol dire anche creare un archivio funzionante, dove sia possibile ritrovare, catalogare tutto quello che si è fatto. Per Gabriele la lezione di Patellani è stata formidabile, anche se avevano interessi completamente diversi; però l'archivio di Gabriele è strutturato esattamente come quello di Patellani.
In ogni caso, io e Gabriele non abbiamo mai lavorato insieme, quindi la sua lezione consiste in quello che suggerivo prima a un aspirante fotografo: per lui la fotografia era un modo di vivere la propria vita e il proprio lavoro con grande passione, con grande determinazione e anche con grande allegria. Qualcosa di importante, perché lavorare stando bene al mondo è una bella lezione per tutti. Io stessa facevo un altro lavoro che mi piaceva fare e che mi piace fare tuttora. Gabriele era sorridente e sereno quando fotografava, poi quando tornava in studio e doveva fare una fattura era una tragedia perché non sapeva farla; non sapeva scrivere bene a macchina e usava malissimo il computer. Però quando fotografava o organizzava i suoi libri o le sue mostre era al massimo della contentezza.

 

Lei è una delle curatrici della mostra di Patellani "L'Italia Fiabesca" all'interno del Festival dei Sensi il cui tema quest'anno è il fiabesco. Certamente Patellani è sempre stato testimone della Storia del nostro Paese, ma qui la storia si trasforme in fiaba... che cos'è questa "Italia Fiabesca" della mostra?

Credo che l'immediato dopoguerra, a partire dal 1945, con la voglia di ricostruire, con l‘impegno collettivo, nel voler superare la fine di un periodo straziante abbia delle caratteristiche quasi fiabesche. E Patellani è stato il testimone più acuto e più ampio del periodo della ricostruzione, che era ricostruzione non solo edilizia, delle fabbriche e del lavoro, ma anche di altri aspetti che hanno portato alla nascita di nuovi miti che poi magari sarebbero anche degenerati. Lui ha raccontato la rinascita del cinema italiano, la ripresa dei concorsi di bellezza, i nuovi salotti letterari e premi letterari, l'inizio del boom, i viaggi, lo sviluppo delle università in Europa. È stato testimone di una serie di cose che, riviste a settanta anni di distanza, per me hanno qualcosa di fortemente fiabesco. Per la grande positività che si leggeva in tutte quelle speranze.

 

Nella mostra cosa vedremo?

C'è uno sguardo un po' trasversale su tutto il suo lavoro, che unisce qualcosa dei concorsi di bellezza alla rinascita del cinema, e alla rinascita delle città. E per l'occasione abbiamo preparato una piccola sezione dedicata al Sud, in particolare alla Puglia degli anni Quaranta e Cinquanta. Perché ogni anno lui andava al Sud, che amava molto: prima in macchina, poi in treno e infine in aereo, per testimoniarne la ricostruzione. E spesso, purtroppo, la non ricostruzione.

Piccoli tasti, grandi firme' che hanno fatto la storia del giornalismo italiano
02 Giu

Piccoli tasti, grandi firme' che hanno fatto la storia del giornalismo italiano

Al Museo Civico Pier Alessandro Garda di Ivrea dal 31 maggio c’è "Piccoli tasti, Grandi firme; L'epoca d'oro del giornalismo italiano (1950-1990)".

La mostra realizzata dal Comune di Ivrea con il contributo della Fondazione Guelpa, e curata e raccontata da Luigi Mascheroni, è dedicata alla stagione d’oro del nostro giornalismo. E non sembra casuale che sia questa città ad ospitare l'esposizione: il periodo a cui si fa riferimento è strettamente collegato alle macchine da scrivere Olivetti, di cui Ivrea è la culla.

L'epoca d'oro del giornalismo italiano, infatti, inizia con il 1950, ovvero l'anno della progettazione della leggendaria Lettera 22; e si sovrappone e intreccia con la grandissima diffusione delle macchine da scrivere portatili Olivetti. Fino alla svolta digitale degli anni novanta. Un periodo in cui autori indimenticabili hanno fatto la storia, dalle redazioni dei giornali. Nomi come Dino Buzzati, Camilla Cederna, Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Gianni Brera, Pier Paolo Pasolini, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Beppe Viola e Mario Soldati. 

E oltre a contributi video d'epoca che vedono protagoniste queste grandi firme, la mostra si articola attraverso l'esposizione di materiale molto vario capace di farci sentire, quasi sensorialmente, quello che era il giornalismo dell'epoca analogica: macchine per scrivere, come quella famosa, rossa, di Camilla Cederna; taccuini, come quelli con gli appunti di Buzzati, dattiloscritti, ritagli e pagine di giornale, tra cui quelle bellissime del Messaggero sull'allunaggio, celebrate dal Moma; e ancora disegni, e caricature, come quella di Montanelli fatta dai due brigatisti che gli spararono, e che gliene fecero dono; fotografie inedite, come quelle di Beppe Viola con i campioni dell’epoca e memorabilia, come l'inseparabile pipa di Gianni Brera.

Piccoli tasti, grandi firme resterà ad Ivrea fino al 31 dicembre 2019.

La Biennale di Venezia apre al pubblico
08 Mag

La Biennale di Venezia apre al pubblico

 

"May You Live In Interesting Times": la 58ma Esposizione Internazionale d'Arte organizzata dalla Biennale è a Venezia dall'11 maggio 2019.

Presieduta da Paolo Baratta e curata da Ralph Rugoff, la Biennale di quest'anno ha un titolo che suona quasi come un anatèma, che è quello della "maledizione" del vivere in tempi di sfida, tempi quasi minacciosi; ma che sono gli artisti stessi - in questo caso - ad aiutarci ad affrontare col giusto spirito: anticonformista, impavido e assolutamente non superficiale.

Ecco perché l'Esposizione di quest'anno si concentra particolarmente su artisti che mettono in discussione le categorie di pensiero, a favore degli stimoli - rivolti al pubblico - verso nuove letture di immagini, oggetti e situazioni.

Perciò oltre ad essere - com'è inevitabile - dedicata agli artisti, questa Biennale lo è anche ed in particolare al "principale partner"dell'esposizione: ovvero, appunto, al pubblico.
O, per meglio dire, ai "visitatori", che assumono qui il ruolo ben più nobile di "osservatori" delle opere; e che, oggi più che mai, diventano protagonisti dell'Esposizione tanto quanto chi espone, aprendo un dialogo con i lavori degli artisti e instaurando con essi un rapporto intellettuale, spirituale... e anche fisico.
L'osservatore come alter ego del creatore, o per meglio dire addirittura dell'opera d'arte.

La mostra, come sempre articolata tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l'Arsenale, includerà 79 artisti provenienti da tutto il mondo.
Ancora e sempre un'Esposizione cosmopolita e globale, in cui la presenza dei padiglioni non intacca ma - anzi - tende a sottolineare questo concetto.
90 le nazioni partecipanti, con 4 paesi presenti per la prima volta: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan.
21 sono gli eventi collaterali ammessi dal curatore, organizzati in svariate sedi della città, che arricchiscono ulteriormente il pluralismo di voci che caratterizza la Biennale.

La 58ma Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale animerà Venezia fino al 24 novembre 2019.

Art Basel Miami, in mostra la settimana più glam dell'arte moderna e contemporanea
07 Dic

Art Basel Miami, in mostra la settimana più glam dell'arte moderna e contemporanea

Dal 6 dicembre 2018, la settimana più glam dell'arte moderna e contemporanea al mondo: Art Basel Miami.
Giunta alla sua diciassettesima edizione nella versione di South Beach, la fiera - fondata nel 1970 da un gruppo di galleristi svizzeri - è poi, da una, divenuta trina: alla sede originaria di Basilea si sono infatti nel corso del tempo affiancate Hong Kong e, appunto, Miami Beach.
E probabilmente quella della città della Florida è la più importante. Anche quest'anno, la lista degli espositori è sterminata: 268 gallerie da 35 paesi da ogni continente, tra cui spiccano quelle provenienti dalle due americhe, che sono oltre la metà. Gli artisti in mostra sono oltre quattromila.
Nel contesto del rinnovato Convention Center, la fiera sarà come sempre suddivisa in sezioni.
Il settore principale vede la partecipazione di 198 tra le più importanti gallerie al mondo, con artisti di ogni tipo: giovani promesse oppure affermati, che dipingono o scolpiscono, stampano, fanno installazioni o video, o ancora arte digitale. Dieci le gallerie italiane presenti.
La sezione Nova - come si può intuire dal nome - è dedicata solo alle opere recenti, create negli ultimi tre anni, spesso appena uscite dagli studi degli artisti e quindi inedite. Tra gli artisti portati qui dalle due gallerie italiane presenti spiccano i nostri Luigi Ontani e Francesco Clemente, ma anche importanti artisti stranieri come la performer Regina Jose Galindo: una delle molte testimonianze del fatto che, seppur generalmente associata allo sfarzo, Art Basel è sempre più attenta all'arte sociale e politicizzata.
Survey è un settore che presenta generalmente progetti collocati in specifici contesti artistici, sia di un solo artista che di molteplici, giustapposti a mo' di collettiva. Sedici le presentazioni tematiche di quest'anno, che spaziano dai lavori della black art di Joe Overstreet a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta a quelli - sempre in tema black power - di Virginia Jaramillo, fino alle opere visionarie di Nancy Burson, madrina del morphing.
La sezione Kabinett presenta 31 esibizioni curate nel contesto di spazi definiti entro i propri stand. Le opere di quest'anno sono particolarmente focalizzate su artisti delle due Americhe. Troviamo però anche artisti italiani, portati qui non solo dalla nostra galleria Massimo de Carlo com'è il caso di Paola Pivi, ma anche da gallerie straniere: Andrew Kreps Gallery porta Bruno Munari, mentre la DAN Galeria di San Paolo presenta il pittore italo-brasiliano Alfredo Volpi.
C'è poi Positions: ovvero, la sezione dedicata alle promesse dell'arte contemporanea. Qui addetti ai lavoro e collezionisti possono scoprire i nuovi talenti su cui le gallerie fanno particolare affidamento; Art Basel concede questo spazio per presentare i progetti degli artisti su cui c'è da scommettere forte. Sono 14 le personali di quest'anno, con otto gallerie presenti per la prima volta a Miami.
Le sezioni Edition, dedicata alla stampa d'arte, oltre a Magazines che pone la sua attenzione alle riviste, e Conversations - piattaforma di dibattito e dialogo sull'arte tra artisti e galleristi, curatori e critici, collezionisti e addetti ai lavori in generale - completano l'offerta di Art Basel Miami. E molto c'è ancora da vedere, fuori dal centro congressi: da Miami Design alle innumerevoli fiere collaterali, la settimana dell'arte della Magic City sembra non finire mai.
Art Basel e la settimana dell'arte di Miami saranno qui - per chi può venirci - fino al 9 dicembre 2018.

Banksy, a Milano la mostra (non ufficiale) del writer
22 Nov

Banksy, a Milano la mostra (non ufficiale) del writer

 

A Milano, al MUDEC dal 21 novembre c’è “The Art of Banksy - A Visual Protest.

 

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, la mostra, ideata da Madeinart e curata da Gianni Mercurio, si articola attraverso sezioni, che cercano di sviluppare una riflessione sulla collocazione dello street artist inglese nel contesto odierno dell’arte.

 

Sono presenti circa 80 lavori tra dipinti, sculture e stampe di Banksy, oltre a copertine di dischi da lui disegnati, e ancora memorabilia, oggetti, fotografie e video: un approccio forse insolitamente accademico visto il genere di artista, ma perfettamente in linea con l'approccio del MUDEC, che con questa esposizione - la prima monografica su Banksy mai ospitata da un museo pubblico italiano - porta al grande pubblico un arte che per i musei non è stata creata, ma che è di notevole rilevanza per il suo rapporto con la cultura contemporanea.

 

 

 

La sezione introduttiva racconta il mondo dei precursori dell'artista: dal Movimento Situazionista all'Atelier Populaire sessantottino, fino ai writers newyorchesi degli anni settanta e ottanta.

 

C'è il tema della ribellione: se il potere esercita la propria egemonia culturale tramite i media, la chiesa, la scuola e anche i musei, lo street artist reagisce sulla strada: e lo fa con tecniche create per essere veloci e seriali, grazie agli stencil e a opere di detournment, ovvero stravolgendo il significato di opere universalmente note.

 

In mostra anche i famosi ratti dell'artista: una metafora, per Banksy, che li definisce come esistenti senza permesso, odiati e perseguitati. Vivono nella sporcizia, ma sono in grado di mettere in ginocchio l'intera civiltà: ecco quindi che nelle sue opere, i ratti diventano vandali che è facile identificare con i writer stessi.

 

Il tema dei giochi di guerra, uno dei più ricorrenti, contro la religione, l'industria bellica, lo sfruttamento del territorio, invita con cupa ironia alla resistenza agli inganni del potere.

 

E sempre in opposizione al potere si svolge il tema del consumismo: una critica alle dinamiche del libero mercato, particolarmente focalizzate su quello dell’arte, ma in generale rivolte a tutte le dinamiche sociali che portano alla dipendenza dai beni materiali e all’ossessione del possesso.

 

Un documentario di venti minuti a cura di Butterfly e David Chaumet, realizzato appositamente per la mostra, racconta la figura di Banksy e ne spiega l'approccio artistico.

 

A chiudere il percorso, uno spazio multimediale racconta i luoghi di tutto il mondo in cui l'artista ha lasciato i suoi murales: alcuni tuttora esistenti, altri scomparsi o rimossi. Il visitatore ha qui l'impressione di entrare nella street culture, avvolto dai suoni e dalle visioni dei luoghi-non luoghi che da sempre ispirano i writers.

 

È lì, al confine delle città, dove il paesaggio urbano si disperde e dove l’umanità viene abbandonata, che si svolge la guerriglia controculturale di Banksy e degli street artist tutti.

 

“The Art of Banksy - A Visual Protest.” Rimarrà al Mudec di Milano fino al 14 aprile 2019

 

Al MUDEC di Milano c’è “Paul Klee. Alle origini dell’arte”
31 Ott

Al MUDEC di Milano c’è “Paul Klee. Alle origini dell’arte”

La mostra, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, è curata da Michele Dantini e Raffaella Resch e presenta 100 opere dell’autore sul tema del “primitivismo”, provenienti da importanti musei e collezioni private europee.

L’interesse per tutto quanto, in arte, è “selvaggio” e “primitivo” si desta in Klee in coincidenza con il suo primo viaggio in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, tra l’autunno del 1901 e la primavera del 1902. Acclamato come "liberatore” dai surrealisti a Parigi, professore osannato dagli studenti del Bauhaus, ispiratore di generazioni di artisti, eppure refrattario a ogni esercizio di scuola e riluttante a ridursi a un unico stile: Klee dedica la propria attività alla
ricerca dell’«origine» dell’arte.

Cinque sono le sezioni in cui viene suddivisa la mostra Dalla “caricatura” al periodo in cui Klee si definisce anche “illustratore cosmico”; a un primitivismo di tipo “epigrafico”, la cui sezionedi riferimento non a caso è intitolata “alfabeti e geroglifiche d’invenzione”. Una sezione è costruita intorno al tema dell’arte extraeuropea e dell’arte dell’infanzia: le origini primordiali dell’arte, infatti - coerentemente con il suo tempo - per Klee sono da ricercarsi in questi ambiti
dove egli indica che sia possibile operare una vera “riforma”.

Una originale re-invenzione del teatrino di marionette che Klee aveva costruito per il figlio Felix, viene posta insieme a una selezione delle opere etnografiche del MUDEC. Infine, la sezione dedicata a “policromie e astrazione” designa un diverso insieme di opere, caratterizzate, oltreché dal rigoroso disegno geometrico per lo più associato a motivi architettonici, dalla trasparenza di differenti velature di colore.

Sono presenti inoltre opere mai viste in Italia ad esempio l’opera “Artista nomade - Manifesto” del 1940 o il dipinto
Roccia artificiale, 1927. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 3 marzo 2019.

 

Gli "Igloos" di Mario Merz all'Hangar Bicocca.
24 Ott

Gli "Igloos" di Mario Merz all'Hangar Bicocca.

Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca, ci sono gli Igloos di Mario Merz.

La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo - uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte - al fine, come affermava Szeeman stesso, di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.

Figura chiave dell’arte povera, Merz fu uno degli antesignani dell’utilizzo dell’installazione e del superamento delle due dimensioni, dapprima penetrando le proprie tele con l’inserimento di tubi al neon e in seguito ricorrendo all’utilizzo di oggetti quotidiani non già e solo come ready made, ma come elementi costitutivi di un’opera, permettendo di sottolinearne l’insospettabile aspetto archetipale.

 

E ancor più approfondita e astratta - ma al contempo scientifica - sarà la sua indagine su elementi provenienti dal contesto geometrico e matematico, come furono - importantissimi - la spirale e la sequenza numerica di Fibonacci.
Tornando agli archetipi, per l’artista l’igloo, in quanto forma di abitazione primordiale, rappresenta il prototipo del luogo in cui vivere e la metafora tra l’interno e l’esterno, come quello tra individualità e collettività.

Gli igloo di Merz, caratterizzati da una struttura di metallo rivestita da ogni sorta di materiale di utilizzo comune - dall’argilla al vetro, dalle pietre alla iuta  - e arricchiti spesso dalle tipiche scritte al neon del suo autore, variano anche notevolmente nelle dimensioni, e sono spesso incastrati l’uno con l’altro in maniera instabile. È la riflessione dell’artista sulla contemporaneità: l’igloo, casa provvisoria, talvolta unito in modo precario ad altri igloo, si fa rappresentazione dell’epoca in cui viviamo: l’epoca del provvisorio, dell’ instabilità, della precarietà.
Gli Igloo di Mario Merz resteranno all'Hangar Bicocca fino al 24 febbraio 2019.

 

 

Picasso Metamorfosi, la mostra a Milano.
18 Ott

Picasso Metamorfosi, la mostra a Milano.

Dal 18 ottobre 2018, a Palazzo Reale di Milano c’è Picasso - Metamorfosi.

La mostra, prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata da Pascale Picard, rappresenta la tappa milanese della grande rassegna europea triennale “Picasso-Mediterranée” promossa dal Musée Picasso di Parigi, e aggiunge un nuovo tassello all’approfondimento che Palazzo Reale dedica al grande artista da oltre mezzo secolo, a partire dall’esposizione di Guernica nella sala delle Cariatidi nel 1953.

Il titolo, “Metamorfosi”, ha un doppio riferimento: uno relativo al lavoro del Maestro per l’
edizione Skira del 1931 dell’opera omonima di Ovidio - cui è dedicata una delle sezioni dell’esposizione - e l’altro al pensiero di Picasso secondo cui fissando non gli stati di un dipinto ma - appunto - le sue metamorfosi, si potrebbe scoprire attraverso quale strada la mente dell’artista si incammini verso la concretizzazione di un sogno. E il percorso della mente del Maestro su cui la mostra pone la sua attenzione è quello relativo all’analisi della storia e della cultura, al riferimento agli antichi maestri: ciò che emerge è il debito di Picasso verso il mondo classico, la cui importanza è fondamentale.

Sei sono le sezioni tematiche allestite, in cui le opere del grande artista vengono accostate alle opere di arte classica che lo hanno profondamente influenzato, per un totale di oltre 200 lavori tra quelli del Maestro e quelli antichi da cui è stato ispirato. Lungo le sezioni della mostra, che affronta temi quali la mitologia del bacio con riferimenti che dall’antichità passano attraverso Rodin e Ingres, le figure fantastiche come il Minotauro o il Fauno, i richiami all’arte classica ospitata dal Louvre e riproposta da Picasso nelle sue terracotte e la già citata, opera grafica dell’artista volta a illustrare Ovidio tramite semplici tratti su lastre di rame.

Ogni aspetto spirituale, culturale e antropologico dell’arte antica e la sua influenza sull’immaginario e sul lavoro del Maestro viene qui profondamente analizzato, portando ancora una volta alla medesima risposta: Picasso fu il più grande rivoluzionario dell’arte del Novecento, della quale attraversò da protagonista e ancor più da precursore ogni corrente, perché al grande talento univa - a differenza di molti suoi contemporanei - una notevole conoscenza e una grande
devozione verso i maestri classici e le antiche civiltà. E il suo intento mai fu quello di rinnegarli, né di superarli; ma quello di offrirne un punto di vista rinnovato e moderno.

Picasso - Metamorfosi resterà a Milano, a Palazzo Reale, fino al 17 febbraio 2019.

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