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Al Castello di Gallipoli arriva #SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie!
02 Giu

Al Castello di Gallipoli arriva #SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie!

 

Dal 1 giugno al Castello di Gallipoli c’è SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie. La mostra, prodotta da Orione Comunicazione, in collaborazione con Università del Salento e con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Gallipoli e La Sapienza di Roma, inaugura la quarta stagione di grandi mostre del Castello.

 

SELFATI - ma anche SÈLFATI, un imperativo che è invito - vuole raccontare il fenomeno selfie non solo come gesto quotidiano ma soprattutto come nuova modalità espressiva della “cultura popolare". Dall'atto narcisistico, quindi, alla funzione sociale: il selfie può diventare veicolo di conoscenza, per costruire una memoria collettiva fatta di relazioni, di ponti culturali e condivisione del bello.

 

Il percorso espositivo si apre, nelle prime due sale, con una panoramica sull'origine del selfie: autoritratti, che passano dal dipinto, allo schizzo, alla fotografia; dall'antico Egitto, fino a Michelangelo, Warhol, Frida Kahlo.

Tre sale sono poi dedicate a set immersivi, ovvero installazioni create ad hoc per permettere ai visitatori di selfarsi. Possono farlo nella sala circolare, che ospita la mirror tower - evidente richiamo all'uso degli specchi da parte dei grandi artisti per creare i loro autoritratti; o nella Optical Room, installazione site specific di Francesco Ferreri Aka Cheko's Art - arte cinetica volta a creare illusioni ottiche; oppure, divenire protagonisti della copertina di iconiche testate, dal Time a National Geographic.

I selfie dei visitatori contribuiranno a creare l'exhibit: una grande parete di volti che diventerà arte essa stessa.

 

Una Concept exhibition insomma, ma che non manca di ospitare anche importanti opere: di design, come le “sedute d’autore” di Fabio Novembre per Driade con le scenografiche Nemo; e d’arte, come la Venere degli Stracci di Pistoletto, artista già presente con una personale qui al Castello nel 2015, e che per la prima volta porta il suo capolavoro in Puglia.

 

La Venere, ospitata nell’imponente sala ennagonale che è il fulcro della mostra, è circondata da una numerosa selezione dei “Selfieadarte” di Clelia Patella: una rilettura pop delle differenti percezioni che ognuno di noi avverte di fronte a un'opera d’arte, interagendo e permettendone una visione più “user friendly”.

 

Dal tramonto in poi, “Salento style” con Mariano Light accende le tipiche luminarie salentine che diventano set da selfie per i visitatori.

 

Selfati resterà al Castello di Gallipoli fino all’11 novembre 2018.

 

 

 

Panasonic stupisce Brera. Al palazzo c'è Transitions
18 Apr

Panasonic stupisce Brera. Al palazzo c'è Transitions

 

Nel Palazzo di Brera di Milano, al Fuorisalone dal 17 aprile c’è “Transitions” by Panasonic Designs.

Si tratta di un’installazione di alto impatto scenografico che la nota azienda giapponese, già attivamente presente al salone nel corso degli anni passati e vincitrice di premi quali il People’s Choice Award nel 2016 e il Best Storytelling Award nel 2017, ha fortemente voluto per celebrare i 100 anni dalla sua fondazione; e, come racconta il titolo, “Transitions” è un concept che sottolinea le intenzioni di Panasonic di affrontare e trasformazioni e le sfide di un futuro ancora ignoto nel rispetto della tradizione.

Tutto questo si concretizza con un’attività dal nome evocativo: “Air Inventions”, ovvero una spettacolare installazione che sfrutta le tecnologie da tempo sviluppate dalla multinazionale nel condizionamento dell’aria - appunto - come anche nell’elaborazione di immagine, suono, illuminazione.

Il design, quindi, da disciplina espressa per elementi materici si rende eterea ed impalpabile come l’aria: un’aria estremamente purificata ed incredibilmente elaborata, tramite tecnologie come “Silky Fine Mist” - che diffonde microparticelle atomizzate d’acqua nell’imponente padiglione del diametro di 20 metri presente nel cortile di Brera e che è - non a caso - a forma di enorme goccia - e come Nanoe X, purificatore d’aria.

Sulla superficie e all’interno della goccia gigante verranno realizzate proiezioni in 4K tramite proiettori laser Panasonic ad alta luminosità, con ottiche speciali progettate per proiezioni dome ad altissima risoluzione, che regaleranno allo spettatore una qualità video impressionante, immergendolo in un’esperienza multi sensoriale unica.

L’iniziativa “Transitions in Conversation”, che consiste in tre talk events che si svolgeranno presso la Sala della Passione del Palazzo, completeranno l’esperienza. Tre le grandi tematiche affrontate: “Culture”, “Living Space” e “Community”.

La grande goccia di Transitions resterà nel cortile d’onore del palazzo di Brera fino al 22 aprile 2018.

 

Salone del mobile, a Milano arriva "la natura dell'abitare"
17 Apr

Salone del mobile, a Milano arriva "la natura dell'abitare"

 

A Milano dal 17 al 25 aprile, nel contesto del Fuorisalone, c'è "Living Nature: la natura dell'abitare".

Il progetto, voluto dal Salone del Mobile e sviluppato con lo studio di Carlo Ratti, architetto, ingegnere e docente al MIT di Boston è collocato in pieno centro, tra il Duomo e Palazzo Reale, sotto lo stretto controllo della soprintendenza ai Beni Architettonici per rispettare le decorazioni pavimentali della piazza.

L'installazione temporanea di 500 metri quadri per cinque metri d'altezza, frutto di un lavoro di un anno da parte di venticinque professionisti - non solo architetti, ma anche paesaggisti, botanici, scenografi - permette - a tutti e gratuitamente – un’immersione microclimatica senza precedenti: in essa, infatti, vengono ricreate le quattro stagioni: Inverno, Primavera, Estate e Autunno, visitabili in soli dieci minuti.

Non stupisce che sia Milano ad ospitare questa realizzazione: il capoluogo lombardo non è infatti nuovo a contaminazioni tra natura e architettura, che - anzi - pare porsi sempre più al centro delle idee dei nuovi progetti, come nel caso del Bosco Verticale; un nuovo design sostenibile.

L’attenzione viene posta sugli aspetti legati al consumo energetico e al controllo del clima. Dimostrando che NON sprecare energia è possibile. La copertura dell’installazione è dotata di una membrana selettiva in grado di regolare luce e temperatura, e pannelli fotovoltaici ispirati alla fotosintesi clorofilliana forniscono l’energia necessaria a controllare i vari microclimi; tutto questo, assieme ad accumulatori e pompe di calore, permette al sistema di utilizzare il calore generato durante la fase di raffreddamento dell’area invernale per riscaldare l’ambiente estivo.

L’obiettivo è quello di arrivare a consumo zero.

I quattro spazi interni triangolari ospitano ognuno una serie di piante, dagli alberi agli ortaggi, tipici della stagione; i visitatori si ritroveranno immersi in contesti familiari, in cui verranno inseriti pochi mobili in armonia con l'ambiente ricreato;

e saranno in grado di cogliere l'aspetto ricreativo [fare a palle di neve] della transizione da una stagione all'altra, come quello educativo, relativo all'esplorazione del rapporto tra città e natura: un argomento costantemente ricorrente nella cultura occidentale, dai tempi antichi fino a Frank Lloyd Wright e alle utopistiche città giardino di Ebenezer Howard.

Con in mente un sogno: quello di potere, un giorno, replicare questa esperienza negli ambienti della vita quotidiana, degli uffici alle stesse abitazioni. Perché non c’è posto dove viviamo meglio che immersi nella natura.

I microcosmi climatici di Living Nature resteranno a Milano fino al 25 aprile

 

"Caravaggio - L'anima e il sangue"
16 Feb

"Caravaggio - L'anima e il sangue"

Il 19, 20 e 21 febbraio nei cinema di tutta Italia, "Caravaggio - L'anima e il Sangue"

2018: il pittore più trendy del momento è decisamente Michelangelo Merisi. Dopo la mostra "Dentro Caravaggio", chiusa il 4 febbraio che ha portato a Palazzo Reale di Milano ben 420000 visitatori, grazie ai capolavori esposti e all'approccio estremamente tecnologico che porta lo spettatore in profondità - appunto - "dentro" le opere ricorrendo perfino a riflettografie e radiografie, la voglia di conoscere profondamente il pittore lombardo pare non volersi spegnere. Ecco quindi uscire, il 19, 20 e 21 febbraio nei cinema di tutta Italia, "Caravaggio - L’anima e il Sangue" .

Sviluppato dai creatori di “Raffaello – il Principe delle Arti – in 3D” e “Firenze e gli Uffizi in 3D” per una produzione originale Sky con Magnitudo Film, distribuito da Nexo Digital e il riconoscimento del ministero dei Beni Culturali, il film racconta la vita, le opere e i turbamenti del grande pittore lombardo. Lo fa ripercorrendo le tappe del tormentato peregrinare dell'artista: 5 città, 15 luoghi museali e 40 opere riprese negli ambienti per cui furono create o nei musei che le custodiscono.

La ricostruzione avviene attraverso un’approfondita ricerca documentale condotta negli archivi che custodiscono traccia del passaggio dell’artista, in stretto riferimento con la sua esistenza fatta di luci e ombre, di genio e sregolatezza. Aspetti che si riflettono con estrema coerenza nei suoi capolavori.

La narrazione si sviluppa su due livelli: quello della digressione artistica, grazie alla consulenza del professor Claudio Striniati, della professoressa Mina Gregori e della curatrice della mostra "Dentro Caravaggio" Rossella Vodret, e quello dei monologhi evocativi, con la voce fuori campo di Manuel Agnelli - perfetto alter ego moderno dell'artista - che aiutano lo spettatore ad entrare in contatto in modo immediato con l'anima turbata del Merisi, grazie anche all'ambientazione moderna e al ricorso a immagini simboliche.

Per rendere ancora più credibili queste scene si è cercato lo stesso momento di verità che contraddistingueva l'opera di Caravaggio: come il pittore ritraeva gente dal vissuto complicato che incontrava nella sua quotidianità, così il film porta sullo schermo non attori professionisti, ma persone comuni, che spesso hanno conosciuto la durezza dell'esistenza.

La tecnica del film è assolutamente all’avanguardia: per esaltare l'importanza della luce e del dettaglio nell'opera di Caravaggio, il film ricorre a soluzioni estremamente raffinate e moderne. Dalle riprese in 8K, che evidenziano dettagli delle opere altrimenti invisibili all'occhio umano - alla lavorazione in CGI che si ripropone di restituire l'enfasi dell'illuminazione dipinta, regalando una percezione del quadro tattile e viscerale: quasi reale.

 

@ilGiornale.it

La collezione "Cavallini Sgarbi" in mostra a Ferrara
03 Feb

La collezione "Cavallini Sgarbi" in mostra a Ferrara

Al Castello Estense di Ferrara da sabato 3 febbraio c'è “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara”.

Ideata e promossa della fondazione Elisabetta Sgarbi in collaborazione con la fondazione Cavallini Sgarbi e con il Comune di Ferrara, sotto il patrocinio del ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della regione Emilia - Romagna, la mostra racconta - nel luogo più significativo della città - la storia della straordinaria impresa culturale di una famiglia ferrarese che ha dedicato ogni propria energia all'arte.

Storia che inizia nel 1976, data in cui Vittorio Sgarbi comincia ad acquisire migliaia di titoli di trattati, guide e storie locali, cuore di una biblioteca artistica che lo porta però ben presto a capire - dopo un incontro con il collezionista Mario Lanfranchi - che raccogliere quadri possa essere più divertente e importante che possedere libri rari.

E ad abbandonare il dogma universitario secondo il quale le opere d'arte siano beni spiritualmente universali, ma materialmente indisponibili. E con l'incontro, nel 1984, col San Domenico di Niccolò dell'Arca - che qui apre la mostra - Sgarbi decide che la sua collezione sarà caratterizzata non dalla ricerca di opere conosciute, ma dall'acquisto di lavori la cui esistenza non era nota. Come dice lui stesso: la caccia ai quadri non ha regole, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, ma si cerca quello che si trova.

130 sono le opere esposte, tra dipinti e sculture, dall'inizio del quattrocento al novecento: una vera e propria sintesi dell'arte italiana.

Ritroviamo Niccolò dell'Arca, con l'Aquila, modello per il San Giovanni Evangelista della chiesa di San Giovanni in Monte. Troviamo poi opere di artisti attivi a Ferrara, come Antonio Cicognara con la Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria, o più specificatamente della scuola ferrarese del diciassettesimo secolo, come Carlo Bononi (di cui è esposta la Sibilla), fino a ferraresi di epoca più moderna come Gaetano Previati (qui con il suo Cristo Crocifisso). A loro si affiancano opere di autori rari come, tra gli altri, Antonio Leonelli da Crevalcore con la sua Sacra famiglia con san Giovanni Battista e Johannes Hispanus con la Madonna con il Bambino e santa Caterina d’Alessandria.

Notevole poi la presenza di capolavori riconosciuti del seicento, come la Cleopatra di Artemisia Gentileschi e il Ritratto del legale Francesco Righetti del Guercino, “rientrato a casa” nel 2004 dopo essere stato esposto per anni al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas; opera, questa, al vertice della straordinaria galleria di ritratti che rappresenta lo sviluppo del genere dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento.

La collezione Cavallini Sgarbi rimarrà al Castello Estense di Ferrara fino al 3 giugno 2018.

 

@ilGiornale.it

Una Frida Kahlo inedita per la prima volta in Italia.
02 Feb

Una Frida Kahlo inedita per la prima volta in Italia.

 

Dal primo febbraio al 3 giugno 2018, al Mudec - Museo delle Culture di Milano è allestita la mostra-evento sull’artista messicana più acclamata al mondo: “Frida Kahlo - Oltre il mito”.

 

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, la mostra porta in Italia oltre cento opere dell’artista, tra cui una cinquantina di dipinti, oltre a disegni e fotografie. Saranno riunite - per la prima volta in Italia - in un’unica sede tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti collezioni di Frida Kahlo al mondo, e con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che presteranno alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti nel nostro Paese (tra i quali, il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Knox Art Gallery).

 

Il nome della mostra è una dichiarazione di intenti: come sostiene Diego Sileo, il curatore, questo progetto nasce quasi come reazione alla estrema proliferazione di eventi espositivi dedicati alla pittrice messicana, che tendono troppo spesso a porre il focus sulla sua esistenza travagliata, come se la sua pittura fosse essenzialmente un riflesso dei suoi drammi esistenziali. Qui, invece, l’obiettivo - che si realizza grazie a sei anni di studi e ricerche - è quello di andare oltre la mitologia dell’artista, per analizzarne a fondo la poetica e per delineare una nuova chiave di lettura attorno alla sua figura, evitando ricostruzioni forzate, interpretazioni sistematiche o letture biografiche troppo comode.

 

Tutto questo è reso possibile grazie alla registrazione di inediti e sorprendenti materiali: a partire dall’archivio ritrovato nel 2007 nei bagni di Casa Azul, dove la pittrice visse con Diego Rivera, oltre che da altri importanti archivi qui presenti per la prima volta con materiali sorprendenti (archivio di Isolda Kahlo, archivio di Miguel N. Lira, archivio di Alejandro Gomez Arias).

 

Non solo il suo desiderio frustrato di essere madre, la lotta contro la malattia o il rapporto tormentato con Diego Rivera, quindi, ma la ricerca cosciente dell’Io, l’affermazione della sua messicanità, l’espressione della sofferenza vitale. Aspetti che fanno di Frida Kahlo non semplicemente una donna che dipinge quasi come si trattasse di una sorta di autoanalisi semiamatoriale, ma una artista che tratta scientemente temi profondamente vissuti e radicati in sé.

 

L’allestimento della mostra riflette gli argomenti che emergono dalle ricerche degli archivi. Quattro le sezioni - Donna, terra, politica e dolore - per un percorso espositivo teso a sottolineare la forte coerenza artistica e tematica della pittrice, che va ben oltre la comune visione romantica della sua vita ricca di contraddizioni.

 

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Apre il Louvre di Abu Dhabi, primo museo d'arte "universale" del mondo islamico
09 Nov

Apre il Louvre di Abu Dhabi, primo museo d'arte "universale" del mondo islamico

Dall’11 novembre, l’interculturalità che storicamente caratterizza il museo del Louvre si fa ancor più cosmopolita: apre il Louvre di Abu Dhabi.

Il museo è frutto di un accordo intergovernativo del 2007 tra l’emirato e la Francia volto a sottolineare lo spirito di apertura e dialogo tra le culture già tipico della storica sede parigina, aspetto decisamente enfatizzato per il fatto di rappresentare un unicum (... o forse un apripista?) nel mondo arabo: si tratta, infatti, del primo museo di arte “universale” presente in un Paese islamico. Il meccanismo è quello tipico degli Emirati: utilizzare un brand universalmente conosciuto per far funzionare con successo e in maniera immediata, grazie alle enormi disponibilità finanziarie, una macchina peraltro perfetta dal punto di vista organizzativo e infrastrutturale: le competenze e la storia sono quelle europee, e “Louvre” - ancora più di “Paris St. Germain” è un marchio in grado di creare una Storia anche quando, come in questo caso, il nome sia destinato a una realtà del tutto nuova.

E come il nome Louvre garantisce, il museo sarà caratterizzato da una linea narrativa che andrà dalla preistoria alla contemporaneità, attraverso le 23 gallerie della sua collezione permanente e i prestiti non solo dalla casa madre ma anche da molti altri prestigiosi musei francesi: durante l’anno inaugurale si potranno infatti vedere opere importanti come la Belle Ferroniere di Leonardo del Louvre, una delle 4 Gare Saint-Lazare di Monet, proveniente dal museo d’Orsay come il Pifferaio di Manet, la Natura morta con Magnolia di Matisse del Centro Pompidou, un Mappamondo di Coronelli custodito alla Biblioteca nazionale di Francia, come anche rare opere di arte primitiva provenienti dal Museo du quai Branly.

Com’è tipico delle grandi opere urbane realizzate negli Emirati negli ultimi lustri - da quando, cioè, gli emiri hanno capito che in un non troppo remoto futuro dovranno trovare investimenti alternativi al non rinnovabile petrolio, e hanno scelto di puntare su un turismo attratto da grandeur e lusso - il museo è una capolavoro di architettura e ingegneria: Jean Nouvel , francese ma per nulla nuovo all’integrazione tra Parigi, cultura e Islam avendo passato metà degli anni ottanta a realizzarne la sintesi nell’edificio dell’Istituto del mondo arabo, ha concepito il nuovo Louvre come uno spazio da vivere quotidianamente e non solo come una sede espositiva: ha infatti creato una vera e propria "città-museo" sul mare, con una serie di 55 edifici bianchi contrastanti, ispirati alla Medina, che includono - oltre alle 23 gallerie - uno spazio espositivo temporaneo, un auditorium, un ristorante, un cafè, negozi e un "Museo dei Bambini" volto ad avvicinare - anche tramite un fitto programma di laboratori creativi - i più giovani all’arte e alla cultura transnazionale. Il "Dome", l'edificio centrale, è sorretto - nonostante la mole imponente - unicamente da quattro grandi pilastri e dà per questo l'impressione di galleggiare sull’acqua dell’isolotto (artificiale, com’è consuetudine locale) di Saadiyat: occupa la maggior parte dell'area e rappresenta una struttura maestosa e iconica, i cui pattern geometrici giocano coi raggi di luce creando un effetto cinematico col movimento del sole.

La mostra speciale inaugurale, dal titolo "Da un Louvre all'altro: aprire un museo per tutti" verrà inaugurata il 21 dicembre prossimo, e traccerà la storia del museo parigino in tre sezioni, da quella delle collezioni Reali a quella relativa alla creazione del Louvre moderno. Una storia nel segno della continuità, ma ancora una volta rinnovata e proiettata verso il futuro: per almeno trent'anni, infatti, questa modernissima istituzione potrà fregiarsi dello storico e prestigioso nome del museo della Rive Droite, rendendosi un ponte tra la storia e il futuro, tra civiltà diverse, nel segno della cultura e della concordia.

Dall’Italia a Los Angeles: il Rinascimento conquista il mondo
03 Ott

Dall’Italia a Los Angeles: il Rinascimento conquista il mondo

Mentre sta per aprire una grande mostra dedicata a Bellini, Timothy Potts, il direttore del Getty Museum, parla dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’arte italiana. “Voi avete un tesoro immenso, ma per gestirlo al meglio non dovete avere paura dei finanziamenti privati”
 

Tra poco meno di un mese, al Getty Center di Los Angeles, aprirà la mostra "Giovanni Bellini: Paesaggi di Fede nella Venezia del Rinascimento". Si tratta dell'ennesimo riconoscimento, da parte dell'importante istituzione americana, nei confronti dell'arte italiana.

I rapporti tra il Getty e il nostro Paese sono sempre più votati a una intensa collaborazione: come testimoniato dalla recente restituzione dello "Zeus in Trono", ritornato a Napoli, dal frequente scambio di prestiti, dai lavori di conservazione di opere italiane effettuati dagli istituti di ricerca del Getty e, non ultimo, dalla nomina di Davide Gasparotto a Senior Curator of Paintings del museo. Una nomina fortemente voluta dal direttore del Getty: Timothy Potts, storico dell'arte e archeologo australiano formatosi dapprima all'università di Sidney e, in seguito, divenuto ricercatore a Oxford, dove si occupava di arte del vicino Oriente e di archeologia. Ha poi diretto gli scavi di Pella, in Giordania, passando in seguito alla carriera di direttore di museo dapprima alla Galleria nazionale di Victoria, al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) e infine al Fitzwilliam Museum di Cambridge, in Inghilterra.

Abbiamo incontrato Potts a Los Angeles, nel suo studio, presso il Getty Center, una delle due sedi espositive dell'istituzione.

Timothy Potts: l’arte italiana è senza dubbio centrale al Getty Museum. Quanto conta l'italianità di Davide Gasparotto nella sua scelta di nominarlo Senior Curator of paintings?

“È stata senz'altro una componente della decisione. Ma la cosa più importante è il fatto che sia un accademico di prima scelta, che abbia organizzato importantissime mostre, che sia tra i massimi esperti di pittura e scultura italiana: si tratta insomma della qualità assoluta della persona come studioso, come curatore, come figura che può accendere l'interesse verso l'arte italiana, e questo è importante per l'Europa e per l'arte occidentale in genere”.

Può raccontarci della restituzione dell’opera “Zeus in Trono”?

“Si tratta di un'opera che acquisimmo nel 1992 come parte di una grande collezione. Qualche anno fa le autorità italiane vennero da noi con un pezzo della scultura, dicendo che avrebbe combaciato con lo Zeus. Avevano delle informazioni - non sappiamo da dove - che sostenevano che fosse parte dello stesso oggetto. Effettivamente l’unione delle parti risultò perfetta, per cui fu evidente che se quel nuovo frammento veniva dall'Italia, così doveva essere per il resto della scultura. Che quindi decidemmo di restituire, e che ritornò a Napoli”.

Questa nuova relazione del Getty con le istituzioni italiane porterà anche a un'intensificazione dei rapporti dal punto di vista dello scambio e dei prestiti di opere?
“Certamente. Abbiamo già in corso delle discussioni: stiamo preparando una mostra sulle relazioni tra l'antico Egitto e il mondo classico, e prenderemo in prestito alcuni oggetti da Napoli per l’occasione. Inoltre stiamo facendo dei lavori di conservazione su alcuni oggetti del museo archeologico di Napoli. Questo rapporto non è una cosa nuova, onestamente, ma certamente si intensificherà, soprattutto dopo la riapertura della Getty Villa - che stiamo riorganizzando in chiave cronologica e non tematica - dove porteremo nuove opere e ci concentreremo sulle antiche culture italiane”.

Il Getty è contraddistinto da una serie costosissima di attività, pur mantenendo una politica di ingressi gratuiti…

“Devo dire che si tratta di quello che credo renda unico il nostro museo: noi abbiamo potuto beneficiare dei fondi di Mr. Getty, che era un uomo molto ricco e che lasciò un patrimonio come sovvenzione per il museo, e non soltanto: c'è stata una crescita da allora, e sono arrivati un istituto di ricerca, uno di conservazione. Questo è alla base della generosità che il Getty può offrire, facendo interventi su oggetti appartenenti ad altri musei, come quelli di Napoli, Roma e altrove. È parte della nostra mission fare cose che possano supportare la comprensione della storia dell'arte in tutto il mondo: non solo in Italia, ma anche in Cina, in India e in altri posti. Siamo quindi in una posizione privilegiata, abbiamo le risorse per avere un impatto positivo sulla divulgazione dell'arte del mondo, ed è quello che amiamo fare”.

Che suggerimento darebbe a un museo italiano? E se lavorasse in Italia, dove le piacerebbe lavorare?

“Credo che Roma abbia tutto. Ha tutto dall'VIII secolo avanti Cristo, da quando venne fondata, fino ai nostri giorni: quindi, se dovessi scegliere un posto, sarebbe Roma. L'Italia ha un patrimonio artistico che non è secondo a nessuno al mondo, e non le manca quindi certamente nulla dal punto di vista dell’‘avere’: la sfida è quella di saper gestire questi incredibili siti culturali, e i milioni di turisti che vengono a visitarli; occorre dar loro un'esperienza ricca di significato, non abbandonarli a una semplice visione superficiale dei posti. Bisogna dargli un livello di comprensione che non hanno mai avuto prima, ed è una grande sfida: così tanta gente, così tanti siti, così tante cose da fare e da vedere, e la maggior parte della gente passa non più di una settimana a Roma. La chiave è in questo, io non credo di avere la risposta ma sarebbe quello su cui personalmente mi concentrerei”.

Pensa che negli Stati Uniti questo obiettivo sia stato raggiunto?

“Non esiste la perfezione, e non esiste un risultato finale da raggiungere, si può sempre migliorare. Certamente, sono due realtà imparagonabili: credo ad esempio che noi al Getty si faccia un buon lavoro, ma abbiamo soltanto due siti da gestire. Ritengo che recentemente, sotto il ministro Franceschini, l'Italia abbia fatto un'ottima cosa con la nomina dei nuovi direttori di museo: non perché siano stranieri - la cittadinanza in sé non c'entra - ma perché sono state portate in Italia nuove visioni riguardo alle sfide di cui parlavo. È un passo avanti positivo, che renderà più professionale la gestione di queste istituzioni. Non perché gli italiani non fossero professionali: lo erano, ma restavano portatori di un’unica tradizione, di un unico modo di pensare e procedere. Credo che l'esperienza internazionale, che sia dagli USA, dall'Inghilterra o da qualsiasi altro posto sia preziosa per attivare una discussione su questi temi. Francesco Prosperetti a Roma ha fatto un buon lavoro, col Colosseo e tutto il resto, ma sono cose possibili se ci sono i fondi”.

Ecco, i fondi. In America avete importanti supporti dai privati…

“Sì. Si può trattare di lasciti, come nel nostro caso al Getty, o del contributo di molti grandi collezionisti che credono nell'arte e nei musei e immettono ingenti quantità di denaro. Il Metropolitan di New York è basato per la maggior parte su denaro privato. Penso che sia un grosso errore pensare di dover delegare ogni cosa ai fondi statali, e purtroppo in Europa c'è ancora un atteggiamento quasi sospettoso verso i finanziamenti dei privati: si pensa che ci debba essere dietro qualcosa di commerciale, e che in qualche modo l'operazione possa essere compromessa e poco pulita. In realtà il problema ‘potrebbe’ esistere, ma se tutto viene fatto bene e in trasparenza il risultato non può che essere positivo. Il successo dei musei negli USA deriva da questo, e i privati che immettono denaro lo fanno con intenti positivi e nobili, credendo nell'importanza della storia dell'arte”.

 

 

Con Carlo Alberto Rastelli la figura diventa astratta, anzi “astrale”
24 Ott

Con Carlo Alberto Rastelli la figura diventa astratta, anzi “astrale”

A Dream Factory – Laboratorio per l’Arte Contemporanea fino al 3 dicembre 2017 è in mostra “Knots”, personale di Carlo Alberto Rastelli, giovane pittore parmigiano.

L’esposizione, a cura di Alberto Zanchetta, è il compimento di un’idea maturata negli ultimi due anni formando il suo topic sulle nuove tematiche – dalla duplice e apparentemente opposta visione – delle opere dell’artista. Tematiche opposte, ma non slegate, bensì unite da nodi – in inglese “Knots”, appunto – invisibili.

Da un lato, macroscopicamente, le tele, che ritraggono la foresta di betulle della Lettonia, gelata per il clima e dall’apparenza congelata nel tempo; dall’altro, microscopicamente, gli stessi alberi (in realtà diversi, si tratta di abeti nostrani, ma pur sempre alberi esposti all’azione del medesimo tempo, in senso atmosferico) vengono sezionati, rivelando così lo scorrere del tempo, narrato dagli anelli concentrici del tronco. E tra queste venature appare la storia degli uomini, assenti nelle immagini da ere geologiche delle tele, ma in realtà presenti tra i nodi del reticolo temporale. E non come individui – spicca infatti l’assenza dei loro volti, in cui lo spaziotempo si distorce al punto di trasformarli in galassie e nebulose – ma come entità impersonali la cui opera, a prescindere dall’identità, è pur sempre opera umana, nonostante la semplicità delle azioni ritratte. E, in quanto umana, è dotata di una scintilla divina, resa graficamente dalla presenza di un’aureola sotto forma di foglia d’oro a sovrastarne il capo.

Una mostra legata quindi ai contrasti e al tema del tempo, già indagato in precedenza dal pittore ma qui reso in maniera decisamente più compiuta grazie al ricorso agli opposti, che rafforza la coerenza stilistica di Rastelli: fortemente figurativo, dal segno grafico legato a doppio nodo con il mondo del fumetto a cui si è formato, l’artista utilizza le forme naturali – le linee delle betulle disegnate, gli anelli naturali del legno – come texture, geometrie che portano a una naturale astrazione, rafforzata dai layer flat della serie su tela (che si chiama “Pet Sematary”, avendo come unico richiamo alla vita… l’inserimento di teschi animali, piccoli volumi ad olio su uno strato di algida foresta acrilica) e dall’inserimento di elementi “alieni” (come lo stesso colore: le figure sono tratte da una serie di fotografie degli anni trenta e quaranta trovate nella soffitta della nonna) su quelle più evidentemente figurative delle opere su legno, che grazie a questi contrasti si astraggono dallo spaziotempo. Astratte, astrali.

Federico Buffa sul “ring”: a teatro lo storico match Alì/Foreman
12 Ott

Federico Buffa sul “ring”: a teatro lo storico match Alì/Foreman

Federico Buffa esce dal palco. Rientra e srotola una corda. Racconta, esce ancora, prende un’altra corda, la srotola. Cammina per il palco, tra retroproiezioni e fasci di luce, tra un pianoforte e un gruppo di percussioni, tra un padre e un figlio. Tra il passato e il presente, l’America e l’Africa, la libertà e le catene. E una catena viene strofinata sulle corde del pianoforte e altre corde vengono srotolate sul palco.

Federico Buffa è ora al centro del ring, Federico è Muhammad Alì, e inizia a provocare George Foreman: «E’ solo questo che sai fare, George? Tutto qua?». La scena si fa buia, tutto ciò che si vede sono le corde e la sagoma di Federico/Alì che prepara la sua strategia passiva, il suo rope-a-dope, le corde diventano la sua estensione e non più il suo limite: non servono a legarlo, ma a liberarlo. E Federico Buffa, alla stregua di The Greatest, libera sé stesso: sul palco del Teatro Carcano non racconta solamente, ma interpreta e a tratti recita, canta, balla, suona. E ci narra, con un coinvolgimento fisico che non ti aspetti, la storia del più grande match di boxe di sempre.

È “A Night in Kinshasa”, il nuovo spettacolo teatrale di Maria Elisabetta Marelli – che ne è anche la regista – e Federico Buffa, con le musiche di Alessandro e Sebastiano Nidi, che racconta la storia di “The Rumble in the Jungle”, ovvero l’incontro di pugilato che, nel 1974, cambiò la storia, e non solo quella della boxe.

Manca un’ora alla prima dello spettacolo – sarà tutto esaurito – che resterà in scena fino a sabato 14 ottobre: incontriamo Federico nel suo camerino, e ci facciamo raccontare di questo suo nuovo racconto.

Questo spettacolo sembra fatto apposta per conciliare le conclamate doti del Buffa narratore di sport con il Buffa sociologo (Federico Buffa ha studiato Sociologia negli USA, ndr), visto l’impatto incredibile della figura di Alì e di questo match in particolare sul piano sociale, soprattutto in quel momento e in quel contesto…

Certamente. Ma preferisco citare le persone che vi furono coinvolte: George Foreman, che si approcciò a quel match con distacco, con grande superiorità – che possedeva – non aveva particolare contezza dei diritti degli afroamericani. Lui era un miliardario ed era il campione del mondo dei pesi massimi, e non si pensava avrebbe mai potuto perdere quel titolo data la sua supremazia. Anni dopo raccontò quel match, visto ex post, dicendo “noi abbiamo fatto una cosa per il mondo”: la sua ricognizione di quello che era successo era avvenuta molto successivamente, e si era accorto di cosa volesse dire essere in un quadrato che in quel momento era il centro del pianeta, perché tutto il mondo li stava guardando. Il match si disputò alle 4 del mattino, con 40 gradi e il 90 per cento di umidità, per favorire ovviamente chi metteva i soldi per la ripresa televisiva, ovvero gli americani. Però nel mondo si alzarono in Malesia, in Italia, in Argentina, ovunque per vedere un match che aveva un valore epocale. Un po’ perché comunque un grande incontro di pugilato con due massimi di quel livello lo ha per sua natura, un po’ perché si combatteva per la prima volta nel centro dell’Africa e a farlo erano due afroamericani con posizioni diverse. Fu un evento probabilmente irripetibile, non credo sarà mai più possibile qualcosa di simile.

Possiamo certamente dire che Alì rappresenti più di chiunque altro la ribellione – e non la violenza – sul ring come nella vita. Non trovi che anche il suo atteggiamento tattico in questo match sembri un elogio alla resistenza?

Lo è, sicuramente. Ma io credo che sia soprattutto un elogio alle superiori possibilità della mente. Non so se ti ricordi il film “Lucy” con Scarlett Johansson: è basato su quanto noi utilizziamo delle nostre capacità mentali, si ipotizza che lo si faccia attorno al 10/12 per cento… che cosa succederebbe se un uomo o una donna ne utilizzassero non già il 50, ma anche soltanto il 20 per cento? Ecco, secondo me questo match fu uno di quei casi in cui un essere umano seppe arrivare a quel venti per cento. Perché Alì ha tutto contro, ogni cosa, e lui ragiona sia istintivamente che razionalmente, alternando i momenti per superare questo dislivello che ha nei confronti dell’avversario. L’ho visto fare soltanto da un altro atleta, ovvero Michael Jordan. E non a caso sono le due vere icone dello sport afroamericano.

Col Maestro Nidi arrivate da “Le Olimpiadi del ’36”, ormai è un sodalizio. E anche in questo spettacolo la musica non è un accompagnamento ma un contrappunto. Come vi siete integrati con la regista Maria Elisabetta Marelli? Pur mantenendo la tua narrazione questa regia vi vuole in totale interazione. Com’è andata?

Maria Elisabetta Marelli è estremamente esigente, puntigliosa, instancabile e ha un’idea molto definita, che cerca di trasmettere ai suoi performers. Riguardo alla musica, in questo caso più che mai non è neanche vagamente una colonna sonora ma – come giustamente dici – un contrappunto, e coglie perfettamente nel segno di descrivere una storia africana, perché le percussioni – che non ci sono quasi mai negli spettacoli – qui sono la sezione ritmica della storia. La cosa curiosa è che al pianoforte c’è il padre di quello che è alle percussioni, fatto che crea un contrappunto sul contrappunto; e io mi sono accorto che, nonostante il Maestro sia la persona più accomodante che ci sia, estremamente puntuale ma mai invasivo, suo figlio lo soffre perché comunque subisce la grandezza dell’artista di fronte: secondo me lo soffrirebbe anche se non fosse suo padre, ma certamente il rapporto di parentela crea una ulteriore tensione creativa. Loro due parlano una lingua che io non conosco – posso soltanto sentire la bellezza e la purezza dei suoni – in cui trovano sempre la loro armonia. Io li sento che suonano e si cercano, e intanto discutono e tendono a finire le loro conversazioni con un “seguilo… lo seguiamo…”. Ad un certo punto io mi ritrovo ad inventarmi che il personaggio si gira verso di loro per ascoltarli, senza che sia chiesto dal regista: ma io mi giro perchè amo sentirli. Perché tra padre e figlio giocano come delfini nel Mediterraneo, col loro andare e riprendersi. A volte mi fermo quasi, a godermi questo loro concerto senza che nessuno se ne accorga, ascoltando i loro ritmi e i loro giochi ad altissimo livello… poi, purtroppo, tocca tornare al copione.

Nel camerino è nel frattempo arrivato il Maestro Nidi, che interviene:

Credo che in teatro sia indispensabile l’attenzione totale verso le parole su cui stai lavorando, espresse da quel tipo di voce. Ecco perché noi ci ritroviamo a dire “seguiamo lui”, e ci muoviamo di conseguenza. In questo spettacolo è un po’ più complicato in senso positivo, perché la partitura che Maria Elisabetta ha voluto che creassimo è molto più puntigliosa e richiede quindi molta più precisione, ma la ringrazio perché l’unione tra testo e musica che abbiamo creato è una cosa rara: qui ogni parola ha un suo suono, un inizio e una fine. Facciamo un melologo, che in musica classica definisce il dialogo tra il monologo e la musica, che non lo “accompagna”, ma lo completa, va nella stessa direzione, e ha una sua drammaturgia. Mi era capitato di fare qualcosa del genere solamente una volta, oltre vent’anni fa a Salisburgo, con Peter Stein, in un’opera sull’Armida in cui ogni parola veniva seguita da una serie di strumenti. Per il resto, qui noi ci muoviamo tra la musica nera contemporanea alla storia a cose invece molto più attuali, fino alle percussioni tipiche africane , in contesti meno riconoscibili nell’ambiente pop o rock o soul. E abbiamo lavorato sui suoni: utilizziamo anche il pianoforte preparato, inserendo una catena a contatto con le corde. Ci sono delle parti cantate, ma solo in pochissime situazioni sono canzoni, si tratta per lo più di piccoli ritornelli che si ripetono, o di aperture vocali.

Buffa: Maria Elisabetta Marelli pretende delle musiche originali qualsiasi cosa si faccia. E Nidi scrive cose che sembrano veramente congrue, consone al momento che non sempre è semplice. In questo spettacolo non abbiamo tanti momenti africani, il tutto è più rhythm&blues, ma ogni variazione arriva al momento giusto, cambiando proprio il battito cardiaco della scena.

Tu racconti di sport e prevalentemente dei grandi del passato. Ci sono altri tipi di storie, altri tipi di eroi che vorresti raccontare?

Mi aspetta un Ottomila himalayano: Sky mi ha commissionato quattro documentari più un trailer di mezz’ora a Parigi sul 1968. C’è una base sportiva, ma ci sono una serie di digressioni funzionali che alla fine si mangeranno l’evento sportivo. Oltre che a Parigi andremo in California, a Città del Messico, Praga e Roma per raccontare quattro storie del Sessantotto che, pur con base sportiva, si aprono e passeranno da Che Guevara a Dubček e a tutti gli uomini che in quell’anno seppero cambiare così tanto del nostro modo di vivere di adesso. Esattamente altri tipi di eroi quindi, non quelli a cui siamo abituati a fare riferimento, che hanno tutti più o meno lo stesso percorso perché sono degli ossessivi che si rendono conto che sono finiti in un corpo straordinario e, se sanno unire all’ossessione il rispetto per sé stessi e escludere le forze che possono essere negative per loro, possono diventare delle leggende.

Nello spettacolo tu narri delle storie, reciti, canti, suoni il pianoforte e… balli.

Tu canti? Perchè il maestro Nidi farebbe cantare chiunque, anche i tecnici. Quando ha tirato fuori il pezzo di Ray Charles con cui ho familiarità mi è venuto spontaneo chidere “… ma posso provare?”. E lui, che già dallo spettacolo precedente avrebbe voluto convincermi a farlo, questa volta è riuscito a farmelo fare.

Nidi e io: E il balletto?

Siete pregati entrambi di allontanarvi dal mio camerino. Grazie.

Ma come possiamo chiamare questa forma di intrattenimento che diventa sempre più tutta tua, che non fa nessun altro, che va oltre l’infotainment, oltre il biopic, oltre il monologo visto che c’è il dialogo con la musica…?

Mi sembri dotata con le parole… dimmelo tu!

Va bene, ti prometto che ora ci penserò!
Io mi occupo prevalentemente di arte, talvolta anche di altre cose che ritengo abbiano una valenza artistica e il teatro ovviamente ce l’ha. Sappiamo che tu hai spesso trattato l’arte o il cinema, ma quanto si può integrare l’arte nelle cose che fai? E come ti identifichi sul palco? Ti senti più un attore, un narratore, un cronista, oppure piuttosto un performer?

No, attore no, non posso. Credo che mi costruiscano attorno – come ha fatto Emilio Russo ma soprattutto Maria Elisabetta Marelli – un habitat dove io posso performare, un luogo dove io possa essere a mio agio nel mio modo di esprimermi. In questo caso anche proprio fisicamente delimitato dalle corde del ring.

Quindi è vicino alla performance artistica?

Puoi tenermi qui per mezz’ora ma non te lo dico, non me la sento!

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