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Al MUDEC di Milano c’è “Paul Klee. Alle origini dell’arte”
31 Ott

Al MUDEC di Milano c’è “Paul Klee. Alle origini dell’arte”

La mostra, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, è curata da Michele Dantini e Raffaella Resch e presenta 100 opere dell’autore sul tema del “primitivismo”, provenienti da importanti musei e collezioni private europee.

L’interesse per tutto quanto, in arte, è “selvaggio” e “primitivo” si desta in Klee in coincidenza con il suo primo viaggio in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, tra l’autunno del 1901 e la primavera del 1902. Acclamato come "liberatore” dai surrealisti a Parigi, professore osannato dagli studenti del Bauhaus, ispiratore di generazioni di artisti, eppure refrattario a ogni esercizio di scuola e riluttante a ridursi a un unico stile: Klee dedica la propria attività alla
ricerca dell’«origine» dell’arte.

Cinque sono le sezioni in cui viene suddivisa la mostra Dalla “caricatura” al periodo in cui Klee si definisce anche “illustratore cosmico”; a un primitivismo di tipo “epigrafico”, la cui sezionedi riferimento non a caso è intitolata “alfabeti e geroglifiche d’invenzione”. Una sezione è costruita intorno al tema dell’arte extraeuropea e dell’arte dell’infanzia: le origini primordiali dell’arte, infatti - coerentemente con il suo tempo - per Klee sono da ricercarsi in questi ambiti
dove egli indica che sia possibile operare una vera “riforma”.

Una originale re-invenzione del teatrino di marionette che Klee aveva costruito per il figlio Felix, viene posta insieme a una selezione delle opere etnografiche del MUDEC. Infine, la sezione dedicata a “policromie e astrazione” designa un diverso insieme di opere, caratterizzate, oltreché dal rigoroso disegno geometrico per lo più associato a motivi architettonici, dalla trasparenza di differenti velature di colore.

Sono presenti inoltre opere mai viste in Italia ad esempio l’opera “Artista nomade - Manifesto” del 1940 o il dipinto
Roccia artificiale, 1927. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 3 marzo 2019.

 

Gli "Igloos" di Mario Merz all'Hangar Bicocca.
24 Ott

Gli "Igloos" di Mario Merz all'Hangar Bicocca.

Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca, ci sono gli Igloos di Mario Merz.

La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo - uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte - al fine, come affermava Szeeman stesso, di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.

Figura chiave dell’arte povera, Merz fu uno degli antesignani dell’utilizzo dell’installazione e del superamento delle due dimensioni, dapprima penetrando le proprie tele con l’inserimento di tubi al neon e in seguito ricorrendo all’utilizzo di oggetti quotidiani non già e solo come ready made, ma come elementi costitutivi di un’opera, permettendo di sottolinearne l’insospettabile aspetto archetipale.

 

E ancor più approfondita e astratta - ma al contempo scientifica - sarà la sua indagine su elementi provenienti dal contesto geometrico e matematico, come furono - importantissimi - la spirale e la sequenza numerica di Fibonacci.
Tornando agli archetipi, per l’artista l’igloo, in quanto forma di abitazione primordiale, rappresenta il prototipo del luogo in cui vivere e la metafora tra l’interno e l’esterno, come quello tra individualità e collettività.

Gli igloo di Merz, caratterizzati da una struttura di metallo rivestita da ogni sorta di materiale di utilizzo comune - dall’argilla al vetro, dalle pietre alla iuta  - e arricchiti spesso dalle tipiche scritte al neon del suo autore, variano anche notevolmente nelle dimensioni, e sono spesso incastrati l’uno con l’altro in maniera instabile. È la riflessione dell’artista sulla contemporaneità: l’igloo, casa provvisoria, talvolta unito in modo precario ad altri igloo, si fa rappresentazione dell’epoca in cui viviamo: l’epoca del provvisorio, dell’ instabilità, della precarietà.
Gli Igloo di Mario Merz resteranno all'Hangar Bicocca fino al 24 febbraio 2019.

 

 

Picasso Metamorfosi, la mostra a Milano.
18 Ott

Picasso Metamorfosi, la mostra a Milano.

Dal 18 ottobre 2018, a Palazzo Reale di Milano c’è Picasso - Metamorfosi.

La mostra, prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata da Pascale Picard, rappresenta la tappa milanese della grande rassegna europea triennale “Picasso-Mediterranée” promossa dal Musée Picasso di Parigi, e aggiunge un nuovo tassello all’approfondimento che Palazzo Reale dedica al grande artista da oltre mezzo secolo, a partire dall’esposizione di Guernica nella sala delle Cariatidi nel 1953.

Il titolo, “Metamorfosi”, ha un doppio riferimento: uno relativo al lavoro del Maestro per l’
edizione Skira del 1931 dell’opera omonima di Ovidio - cui è dedicata una delle sezioni dell’esposizione - e l’altro al pensiero di Picasso secondo cui fissando non gli stati di un dipinto ma - appunto - le sue metamorfosi, si potrebbe scoprire attraverso quale strada la mente dell’artista si incammini verso la concretizzazione di un sogno. E il percorso della mente del Maestro su cui la mostra pone la sua attenzione è quello relativo all’analisi della storia e della cultura, al riferimento agli antichi maestri: ciò che emerge è il debito di Picasso verso il mondo classico, la cui importanza è fondamentale.

Sei sono le sezioni tematiche allestite, in cui le opere del grande artista vengono accostate alle opere di arte classica che lo hanno profondamente influenzato, per un totale di oltre 200 lavori tra quelli del Maestro e quelli antichi da cui è stato ispirato. Lungo le sezioni della mostra, che affronta temi quali la mitologia del bacio con riferimenti che dall’antichità passano attraverso Rodin e Ingres, le figure fantastiche come il Minotauro o il Fauno, i richiami all’arte classica ospitata dal Louvre e riproposta da Picasso nelle sue terracotte e la già citata, opera grafica dell’artista volta a illustrare Ovidio tramite semplici tratti su lastre di rame.

Ogni aspetto spirituale, culturale e antropologico dell’arte antica e la sua influenza sull’immaginario e sul lavoro del Maestro viene qui profondamente analizzato, portando ancora una volta alla medesima risposta: Picasso fu il più grande rivoluzionario dell’arte del Novecento, della quale attraversò da protagonista e ancor più da precursore ogni corrente, perché al grande talento univa - a differenza di molti suoi contemporanei - una notevole conoscenza e una grande
devozione verso i maestri classici e le antiche civiltà. E il suo intento mai fu quello di rinnegarli, né di superarli; ma quello di offrirne un punto di vista rinnovato e moderno.

Picasso - Metamorfosi resterà a Milano, a Palazzo Reale, fino al 17 febbraio 2019.

Dieci opere selezionate dalle tre sezioni di Frieze 2018.
06 Ott

Dieci opere selezionate dalle tre sezioni di Frieze 2018.

La London Art Week vede anche quest'anno lo svolgersi di importanti fiere d'arte nella capitale londinese. Da Other Art Fair - la fiera per artisti emergenti di Saatchi - alla fiera di Urban Art Moniker, fino a Pad, dedicata al design e all'arte moderna, innumerevoli sono le gallerie d'Europa e di tutto il mondo coinvolte nelle esposizioni.
La parte del leone la fa ovviamente Frieze, nella sua triplice declinazione: Frieze London e Frieze Masters, con l'aggiunta di Frieze Sculpture, che vede nuovamente - già da tutta l'estate - il Regent's Park ospitare una serie di importanti opere di scultura outdoor.
Le gallerie presentate da Frieze sono 160, coinvolte in un contesto che - grazie ai curatori del board Diana Campbell Betancourt, Andrew Bonacina e Laura McLean-Ferris - si discosta dal più classico concetto di "fiera d'arte" per avvicinarsi, tramite le sezioni tematiche e l'attenzione alla programmazione, ad una grande esibizione collettiva. Con una particolare attenzione al tema centrale di questa stagione, ovvero il fatto che le artiste donne siano ancora poco rappresentate nel mondo dell'arte, specialmente in quello del suo mercato.

Abbiamo selezionato dieci opere, scelte fra le tre sezioni di Frieze, tra le più rappresentative.

1
Bernd + Hilla Becher “Industrial Facades” 1963/1985 (Sprüth Magers - Berlino)
Bernd e Hilla Becher sono una coppia di fotografi tedeschi che, oltre a lasciare una imponente produzione a testimonianza dell'architettura industriale occidentale - tra l'America e l'Europa - della seconda metà del Novecento, hanno rappresentato una fondamentale influenza per tutte le generazioni di fotografi che li hanno seguiti: un esempio su tutti il loro Allievo Andreas Gursky. Le Facciate Industriali, qui raffigurate, sono uno dei temi classici dei Becher, che col loro approccio estetico hanno grandemente contribuito al passaggio tra la fotografia documentale e quella artistica.

2
Tim Etchells “Everything is Lost”, 2018 (Vitrine Gallery - London)
Con quest'opera pubblica site specific, creata appositamente per Frieze Sculpture 2018, Tim Etchells - scrittore e artista inglese, conosciuto soprattutto per essere il leader del gruppo performativo Forced Entertainment - presenta una rappresentazione grafica del concetto espresso dalla semplice frase "Tutto è perduto": le lettere stanno allontanandosi tra loro, come galassie in fuga da un centro che appare ormai irrimediabilmente abbandonato; il punto di non ritorno è stato superato.

3
OSGEMEOS “Irie Voice”, 2016 (Lehmann Maupin - NY)
Un'opera del duo OSGEMEOS che segue la recente tendenza dei gemelli brasiliani ad andare oltre la propria identità legata a graffiti e street art per una dimensione più immersiva, interiore, con installazioni e lavori di studio. L'influenza della cultura musicale si palesa qui in chiave immediata e sensoriale, grazie all'utilizzo di media player, amplificatore, drive USB e bluetooth.

4
Ernesto Neto “Bubbles body, Bubblies art, Bubblles life into us” 2012 (Tanya Bonakdar Gallery - NY)
L'opera di Ernesto Neto, come sempre astratta ma resa concreta dalla matericità che invita lo spettatore all'interazione, utilizza le bolle come elementi atomici e minimali tenuti assieme dalla rete. L'artista si pone come obiettivo un coinvolgimento spirituale e meditativo dello spettatore al cospetto delle sue opere, con forti richiami alla sacralità della natura, e per farlo punta spesso ad un approccio multisensoriale, usando di frequente elementi quali spezie profumate come pepe nero, cumino o curcuma.

5
Sarah Lucas “Lupe” 2014 (Sadie Coles - London)
L'opera di Sarah Lucas, irriverente e audace artista inglese tra i massimi esponenti del movimento della Young British Art, ancora una volta tratta tematiche legate all'archetipo del corpo femminile, ma non solo: l'opera qui presentata fa parte di una serie che si spoglia degli abituali eufemismi e doppi sensi spesso volutamente volgari, mentre insiste su una riflessione nei confronti del tempo, e richiama antiche civiltà, ricordando una sorta di dea Afrodite dai mille seni.

6
Inge Mahn “Auto (Car)” 2016 (Galerie Karin Guenther, Hamburg / Kadel Willborn - Düsseldorf)
La scultura di Inge Mahn si caratterizza per il fatto di utilizzare i ready-made - decontestualizzati e generalmente spogliati del loro significato - come elementi strutturali per le proprie opere. Gli oggetti, svuotati anche cromaticamente di significato, resi vergini dal colore bianco, reagiscono alle strutture sociali ed architettoniche e ridefiniscono il punto di vista dello spettatore riguardo allo spazio e alle funzioni. Nell'opera qui presentata, una sedia si fa sedile d'auto, che diventa autonomo e dotato di anima, evidenziata dal volante/aureola che sostiene.

7
Anthea Hamilton “Leg Chair (Cigarettes)” 2014 (Thomas Dane Gallery - London)
Autoritratti atipici quelli di Anthea Hamilton, che utilizza le gambe dell'artista per creare una serie di sculture in cui la posa è sempre la stessa, ma ognuna caratterizzata da una propria unicità. Il tema è di volta in volta un elemento che appartiene all'immaginario immediato dell'artista: un cibo esotico, le sigarette, le foto di celebrità ammirate. Nello scherzare col concetto di design e nel raccontare piccole, grandi passioni inserendole in una cornice sensuale, l'umorismo dell'artista si rende particolarmente evidente.

8
Heidi Melano/after Fernand Léger, “Etude pour la Femme et l’enfant” (Galerie Thomas, Munich)
Il lascito dell'opera di Fernand Léger, pittore, decoratore e ceramista è andato ben oltre la vita dell'artista: per anni, infatti, George Bauquier - direttore del museo dedicato a Léger dalla vedova - ha continuato a commissionare ad artisti la trasformazione di opere del maestro francese in nuovi murales o mosaici. L'opera qui presente fu realizzata da Heidi Melano basandosi su un quadro di Léger del 1923: il risultato è estremamente coerente con l'originale, sia per l'utilizzo del media che per la brillantezza della resa cromatica.

9
Vlassis Caniaris “Urinals of History” 1980 (Galerie Peter Kilchmann - Zürich)
L'opera di Vlassis Caniaris, consisente in tre figure umane che urinano contro un muro che richiama agli slogan politici presenti sui muri di Atene durante l'occupazione nazista o la dittatura dei colonnelli, fa diretto riferimento al fatto che, secondo l'artista, il popolo greco abbia - negli ultimi decenni - tentato di compiere uno sforzo collettivo con l'intento di cancellare certe memorie del proprio passato, con lo spiacevole effetto collaterale di aver sistematicamente distrutto parte delle loro tradizioni.

10
Richard Woods “Holiday Home” 2018 (Alan Cristea Gallery – London)
La casetta di Richard Woods, architetto, designer e scultore britannico, è diventata un elemento ricorrente che l'artista pone nei più svariati contesti - sulla collina, sulla spiaggia, o anche come in questo caso in un parco - e che ogni volta rappresenta, anche nel titolo dell'opera, la seconda casa o la casa delle vacanze. Una casa in realtà invivibile, dalla cui porta non si entra e dalle cui finestre non ci si affaccia, che vuole sottolineare il paradosso diffuso del possedere una seconda casa quando si ha difficoltà a mantenerne una, mentre al contempo esistono persone che non riescono ad avere neppure la prima

 

Marina Abramovic: "L'artista come un piatto con ingredienti diversi"
04 Set

Marina Abramovic: "L'artista come un piatto con ingredienti diversi"

Nascono da un'idea del Gruppo Hdrà in collaborazione con Le Giornate degli Autori gli incontri di Domani Accadrà: tre serate di talk events sulla cultura e sulla società a margine della 75ma Mostra del Cinema di Venezia, incentrate su slogan tematici che guidano a una riflessione su specifici concetti.

"È in questo contesto che è stato presentato - fuori concorso - "Why Are You Creative?", film del regista Hermann Vaske, intervenuto accanto a Marina Abramovic per parlare di creatività, di cosa sia e del perché esista. Il film, che uscirà distribuito con I Wonder Pictures nel 2019 e che è stato presentato come evento speciale alle giornate degli Autori, rappresenta un viaggio lungo vent'anni in cui il regista ha girato il mondo e parlato con decine delle più fertili menti dei nostri tempi, in campo artistico, scientifico, umanitario - tra cui, appunto, l'artista serba - cercando tramite le loro testimonianze la risposta a questa questione." Abbiamo incontrato la Abramovic per una intervista.

Marina, partiamo dalla domanda più ovvia, quasi banale: cos'è la creatività?

"Si tratta di qualcosa che esiste da quando esiste l'umanità stessa. Da quando l'uomo primitivo ha iniziato a disegnare sulle pareti delle sue caverne è iniziata la storia dell'espressione creativa: non bastava il cibo per nutrirsi, occorreva anche del nutrimento per lo spirito. È quindi una parte fondamentale dell'esistenza umana; come il respiro, che si fa senza porsi domande... si respira, e basta". Crede che la creatività debba inevitabilmente fare i conti con la contemporaneità, essere necessariamente segno dei tempi?

"Purtroppo questa domanda presupporrebbe una risposta con percentuali, almeno per quanto attiene all’arte, ma non è possibile. Nel senso che un’opera è costituita da tanti ingredienti, da tanti strati; perché se è soltanto politica, domani sarà già vecchia politica, sarà una vecchia opera d’arte fuori dal suo contesto temporale, e non interesserà a nessuno. Deve essere costituita, quindi, da un insieme di elementi: l’aspetto politico, quello sociale, ma anche fondarsi su solidi archetipi spirituali. È in questo modo che le grandi opere restano per sempre tali, e sono in grado addirittura di anticipare e prevedere il futuro. Perché esistono idee più avanzate di quanto la società percepisca; il momento storico-sociale tende a interpretare innanzitutto quelle che sono indispensabili, necessarie, che tendenzialmente sarebbero quelle più pratiche. Ma il compito dell’arte è cogliere la necessità delle istanze più profonde e spirituali che generalmente altre discipline trascurano; e, qualora occorra, captare con più evidenza anche quelle sociali. Più numerosi sono gli strati e le chiavi di lettura, più l’opera tenderà ad essere eterna". Tutta la sua lezione, sin dall’inizio, parla di un’arte non consolatoria e non incline a una pacificazione. Quanto l’arte ha a che fare con la rottura degli schemi?

"Certamente molto. Va detto, anche da un punto di vista “commerciale”: rompere gli schemi è rischioso, perché può portare anche a dei grossi fallimenti, ma è necessario. L’artista deve imparare ad accogliere e accettare il fallimento, per poter sperimentare e per poter provare nuove idee, nuovi concetti. Il più grosso rischio per un artista è la ripetizione: il mercato ti ha accettato per quella tale cosa che hai fatto, ma insistere nel replicarla generalmente porta il fruitore, col tempo, a disinteressarsi al tuo lavoro. Occorre imparare a restare coerenti ma al contempo a sperimentare nuove cose, altrimenti il successo iniziale può facilmente svanire. E sperimentare è un’operazione ad alto rischio di fallimento, ma è anche l’unica via percorribile. Ecco perché la misura del successo di un artista è data dal numero di fallimenti che avrà e che sarà in grado di accettare e metabolizzare".

Lei come è riuscita a salvarsi dal rischio delle ripetizioni?

"Innanzitutto premetto che l’artista deve darsi completamente all’arte: il 100% non basta, occorre andare oltre. Questo io ho sempre cercato di fare, non per scelta strumentale, ma perché così andava fatto. Riguardo al rischio delle ripetizioni, l’arte performativa mi permette maggiore libertà. E quando iniziai con le mie performance, dalle primissime volte con dieci amici che venivano a vederle siamo passati a trenta - ed era un grande successo - poi a cento, e via dicendo. Questo nonostante fossero magari sempre più estreme. Oggi sono seguite da migliaia di persone: credo sia perché ho deciso di fare mio lo slogan Se mi dite di no, questo è solo l’inizio". E cosa succede se l’artista smette di essere creativo?

"Credo che un artista non possa, non debba correre questo rischio, se è un artista. A mio personale avviso un pericolo per la creatività è il fatto di avere uno studio, ovvero un posto dove stabilmente rinchiudersi e lavorare: è un luogo morto. Le idee vengono dalla vita, che va vissuta e praticata, anche immergendosi nella natura. Gli spazi devono essere aperti per avere la mente aperta, in modo che l’idea possa “entrare”: l’artista d’altronde è un medium tra l’idea e il mondo, e la trasmissione deve essere pulita, la frequenza libera. Poi credo si debba capire che l’idea non deve rendere l’artista felice: deve quasi fare paura, deve arrivare sorprendendoti e tu devi farle spazio sentendoti quasi a disagio". A tal proposito, in lei l'espressione creativa si è manifestata con il suo costante tentativo di superare i suoi stessi limiti, fisici e mentali. Quello che ha fatto finisce con l'essere anche forma di autoanalisi o lei tende a mantenersi distaccata dal sé performativo?

"L’artista non è bianco o nero, non è una cosa oppure l’altra; è come un buon piatto, con tanti ingredienti. Come dicevo prima, l’arte deve essere esperienza personale, visione spirituale e visionarietà, analisi sociale e politica, magari politicamente scorretta: questa sono io. E - lo dicevo prima - mi dedico all’arte in maniera totale: non posso quindi distaccarmi dalla me stessa artista". Una sé stessa artista che ha fatto del rompere le regole uno dei suoi elementi più importanti: probabilmente la creatività consiste proprio in questo: rompere le regole, trovando soluzioni nuove e rivoluzionarie, e non solo in arte. Quale ritiene sia il più grande creativo, il massimo rivoluzionario della storia dell'umanità?

"Questa è davvero una domanda difficile. Perché in ogni secolo c’è una persona che rivoluziona totalmente qualcosa, come fece Colombo ai suoi tempi, credendo nella teoria della terra sferica a tal punto da convincere sé stesso, i suoi uomini e la Corona Spagnola a tentare la via alternativa verso le Indie, scoprendo poi l’America. Seguire una Terra ancora ignota è un viaggio più grande che non mettere il piede sulla Luna: quindi chiunque, in ogni tempo, abbia scelto di rischiare avventurandosi in territori sconosciuti e abbia avuto successo è un grande rivoluzionario".

 

Venezia, "Il Cinema in Mostra" al Des Bains.
30 Ago

Venezia, "Il Cinema in Mostra" al Des Bains.

A Venezia in occasione della sua 75ma edizione c’è “Il Cinema in Mostra - Volti e Immagini dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1932-2018”.

L’esposizione, allestita dalla Biennale di Venezia e curata dal direttore del Settore Cinema Alberto Barbera, sarà ospitata - grazie alla collaborazione di COIMA SGR, per conto del Fondo Lido di Venezia II - all’Hotel Des Bains del Lido. La scelta della location è un segnale importante: questa mostra torna infatti a ridare vita al pianterreno della storica struttura veneziana dopo la sua chiusura del 2010, reinserendola nel contesto cittadino nel modo migliore possibile: l’Hotel, infatti, è indissolubilmente legato alla storia della manifestazione Cinematografica veneziana, di cui è uno dei luoghi simbolo.

Si tratta di una mostra su un’altra mostra, di un’altra arte: ovvero, quella che dal 1932 - il più antico festival del suo genere al mondo - è la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Con 86 anni di storia, per 75 edizioni svolte nel contesto della più antica rassegna internazionale d’arte ancora esistente - la Biennale di Venezia - la storia della Mostra d’Arte Cinematografica segue quasi integralmente quella del cinema stesso, che nacque solo tre decenni prima della sua istituzione. E il materiale da sempre conservato negli archivi della Biennale costituisce un tesoro di inestimabile valore storico per raccontare del cinema ma non soltanto, in un viaggio lungo quasi un secolo fatto di trasformazioni sociali oltre che artistiche. Il percorso espositivo include 680 foto stampate, 800 foto a monitor, 6 filmati con sequenze da 120 film, 5 documentari, oltre ad altri documenti e materiali dell’Archivio Storico, per lo più inediti, sull’intera avventura della Mostra. “Il Cinema in Mostra - Volti e Immagini dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1932- 2018” resterà all’Hotel Des Bains fino al 16 settembre 2018.

La mostra in ricordo di Bonalumi 1958 - 2013.
17 Lug

La mostra in ricordo di Bonalumi 1958 - 2013.

Dal 16 Luglio a Milano a Palazzo Reale e al Museo del Novecento, c'è l'antologica di Agostino Bonalumi: 1958 - 2013.

Curata da Marco Meneguzzo, la mostra è promossa da Comune di Milano Cultura e Palazzo Reale in collaborazione con l'Archivio Agostino Bonalumi. Si tratta della prima antologica dell'artista nella sua città: sono presenti circa 120 opere che abbracciano l'intero percorso creativo di Bonalumi, dagli esordi accanto a Castellani e Manzoni presso lo studio di Baj alla fine degli anni cinquanta, fino ai lavori più recenti, dopo la riscoperta che lo portò negli anni 2000 a ricevere importanti premi e ad esporre la sua Opera Ambiente al Guggenheim di Venezia.

Il percorso espositivo di Palazzo Reale è ordinato cronologicamente, e caratterizzato da tre grandi installazioni: Blu Abitabile, opera di pittura ambiente realizzata nel 1967; Struttura Modulare Bianca, ricostruzione dell'opera presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1970, oltre a una parete di grande superficie esposta nel 2003 a Darmstadt.

Ed è proprio su questo aspetto meno conosciuto di Bonalumi, ovvero la sua ricerca relativa alle grandi opere d'ambiente, che pone il proprio focus il museo del Novecento: sono infatti qui esposte otto opere su carta, realizzate a ridosso di quelle ambientali, che rivelano l'accuratezza e la costante dedizione al pensiero spaziale.

Accanto alle grandi opere, naturalmente, saranno presenti le tele estroflesse tipiche dell'artista, che ha saputo fare sua la lezione dell'amico Lucio Fontana e andare oltre, caratterizzandosi per una modernità talmente estrema da segnare una tappa importante per l'arte italiana.

Questo aspetto di novità, accanto alla perizia tipica di Bonalumi - e certamente in questo ha influito la sua preparazione tecnico meccanica - oltre all'ibridazione compiuta tra scultura e pittura, tra simbologia e scienza, tra quello che dovrebbe apparire e quello che appare, rende memorabile un artista che oggi - finalmente e giustamente - viene celebrato dalla sua Milano.

All’interno del percorso allestito a Palazzo Reale sarà inoltre proiettato un estratto, della durata di 12 minuti sui 60 complessivi, del documentario “AGOSTINO BONALUMI. L’intelligenza dei materiali” (2018). Realizzato da Archivio Bonalumi e Zenit Arti Audiovisive, con la regia di Fabrizio Galatea e la direzione storico-artistica di Francesca Pola, il film sarà trasmesso integralmente da Sky Arte HD il 18 settembre 2018.

L'antologica, a ingresso gratuito, di Bonalumi resterà a Milano fino al 30 settembre 2018

 

San Marino, l'arte contemporanea alla nuova Galleria nazionale.
06 Lug

San Marino, l'arte contemporanea alla nuova Galleria nazionale.

San Marino festeggia il decimo anniversario del proprio inserimento nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO con un importante evento: l’apertura del nuovo museo di arte moderna e contemporanea “Galleria Nazionale San Marino”.

La rinnovata sede è il magnifico edificio degli anni trenta “Logge dei Volontari”, ristrutturato per l’occasione, che accoglierà una selezione della Collezione d'Arte Contemporanea dello Stato di San Marino, composta da più di mille esemplari, di alcuni dei nomi più conosciuti della storia italiana del Novecento, quali Renato Guttuso, Emilio Vedova, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Corrado Cagli, Giuseppe Spagnulo, Enzo Mari, Luigi Ontani e altri. Ci saranno inoltre oltre nuovi servizi come lo spazio per la consultazione degli archivi, delle bibliografie, dell’emeroteca e della fototeca.

Il percorso espositivo si svolge in quattro aree storico-tematiche, che partendo da riferimenti alla storia dell’arte di San Marino del XX secolo - come le Biennali Internazionali di San Marino, il Progetto Spagnulo/Manzoni, la Scala Santa di Enzo Cucchi, l’intervento di Maurizio Cattelan - ampliano il discorso verso la granda arte italiana del 900. La prima sezione “Il secondo dopoguerra tra realtà e astrazione” presenta gli autori essenziali per tracciare i contorni del dibattito teso tra realtà e astrazione nel secondo dopoguerra in Italia. La seconda sezione “Arte contemporanea e linguaggi sperimentali” copre un ampio arco temporale, che si muove tra gli anni settanta e novanta e che si concentra sui linguaggi sperimentali che si sviluppano a partire dall’arte concettuale fino alla fotografia. Il terzo nucleo di opere della Galleria “Un nuovo classicismo tra tradizione e innovazione” riflette sul ritorno alla pittura, caratteristico dell’arte europea degli anni ottanta, dalla Transavanguardia di Chia e Cucchi al Citazionismo di Ontani alle posizioni più indipendenti come quelle di Enzo Mari. Ed infine l’Archivio Performativo, dedicato a progetti realizzati negli anni più recenti e contemporanei, che sarà costantemente aggiornato.

Il museo è un progetto degli Istituti Culturali promosso dalla Segreteria di Stato Cultura della Repubblica di San Marino, in collaborazione con il MA*GA di Gallarate, ordinato da Emma Zanella e Alessandro Castiglioni, rispettivamente direttore e curatore progetti speciali dell’istituzione varesina.

Al Castello di Gallipoli arriva #SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie!
02 Giu

Al Castello di Gallipoli arriva #SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie!

 

Dal 1 giugno al Castello di Gallipoli c’è SELFATI, la prima mostra italiana dedicata interamente al selfie. La mostra, prodotta da Orione Comunicazione, in collaborazione con Università del Salento e con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Gallipoli e La Sapienza di Roma, inaugura la quarta stagione di grandi mostre del Castello.

 

SELFATI - ma anche SÈLFATI, un imperativo che è invito - vuole raccontare il fenomeno selfie non solo come gesto quotidiano ma soprattutto come nuova modalità espressiva della “cultura popolare". Dall'atto narcisistico, quindi, alla funzione sociale: il selfie può diventare veicolo di conoscenza, per costruire una memoria collettiva fatta di relazioni, di ponti culturali e condivisione del bello.

 

Il percorso espositivo si apre, nelle prime due sale, con una panoramica sull'origine del selfie: autoritratti, che passano dal dipinto, allo schizzo, alla fotografia; dall'antico Egitto, fino a Michelangelo, Warhol, Frida Kahlo.

Tre sale sono poi dedicate a set immersivi, ovvero installazioni create ad hoc per permettere ai visitatori di selfarsi. Possono farlo nella sala circolare, che ospita la mirror tower - evidente richiamo all'uso degli specchi da parte dei grandi artisti per creare i loro autoritratti; o nella Optical Room, installazione site specific di Francesco Ferreri Aka Cheko's Art - arte cinetica volta a creare illusioni ottiche; oppure, divenire protagonisti della copertina di iconiche testate, dal Time a National Geographic.

I selfie dei visitatori contribuiranno a creare l'exhibit: una grande parete di volti che diventerà arte essa stessa.

 

Una Concept exhibition insomma, ma che non manca di ospitare anche importanti opere: di design, come le “sedute d’autore” di Fabio Novembre per Driade con le scenografiche Nemo; e d’arte, come la Venere degli Stracci di Pistoletto, artista già presente con una personale qui al Castello nel 2015, e che per la prima volta porta il suo capolavoro in Puglia.

 

La Venere, ospitata nell’imponente sala ennagonale che è il fulcro della mostra, è circondata da una numerosa selezione dei “Selfieadarte” di Clelia Patella: una rilettura pop delle differenti percezioni che ognuno di noi avverte di fronte a un'opera d’arte, interagendo e permettendone una visione più “user friendly”.

 

Dal tramonto in poi, “Salento style” con Mariano Light accende le tipiche luminarie salentine che diventano set da selfie per i visitatori.

 

Selfati resterà al Castello di Gallipoli fino all’11 novembre 2018.

 

 

 

Panasonic stupisce Brera. Al palazzo c'è Transitions
18 Apr

Panasonic stupisce Brera. Al palazzo c'è Transitions

 

Nel Palazzo di Brera di Milano, al Fuorisalone dal 17 aprile c’è “Transitions” by Panasonic Designs.

Si tratta di un’installazione di alto impatto scenografico che la nota azienda giapponese, già attivamente presente al salone nel corso degli anni passati e vincitrice di premi quali il People’s Choice Award nel 2016 e il Best Storytelling Award nel 2017, ha fortemente voluto per celebrare i 100 anni dalla sua fondazione; e, come racconta il titolo, “Transitions” è un concept che sottolinea le intenzioni di Panasonic di affrontare e trasformazioni e le sfide di un futuro ancora ignoto nel rispetto della tradizione.

Tutto questo si concretizza con un’attività dal nome evocativo: “Air Inventions”, ovvero una spettacolare installazione che sfrutta le tecnologie da tempo sviluppate dalla multinazionale nel condizionamento dell’aria - appunto - come anche nell’elaborazione di immagine, suono, illuminazione.

Il design, quindi, da disciplina espressa per elementi materici si rende eterea ed impalpabile come l’aria: un’aria estremamente purificata ed incredibilmente elaborata, tramite tecnologie come “Silky Fine Mist” - che diffonde microparticelle atomizzate d’acqua nell’imponente padiglione del diametro di 20 metri presente nel cortile di Brera e che è - non a caso - a forma di enorme goccia - e come Nanoe X, purificatore d’aria.

Sulla superficie e all’interno della goccia gigante verranno realizzate proiezioni in 4K tramite proiettori laser Panasonic ad alta luminosità, con ottiche speciali progettate per proiezioni dome ad altissima risoluzione, che regaleranno allo spettatore una qualità video impressionante, immergendolo in un’esperienza multi sensoriale unica.

L’iniziativa “Transitions in Conversation”, che consiste in tre talk events che si svolgeranno presso la Sala della Passione del Palazzo, completeranno l’esperienza. Tre le grandi tematiche affrontate: “Culture”, “Living Space” e “Community”.

La grande goccia di Transitions resterà nel cortile d’onore del palazzo di Brera fino al 22 aprile 2018.

 

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