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La 58. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è aperta al pubblico fino al 24 novembre 2019. Dal titolo “May You Live In Interesting Times” è curata da Ralph Rugoff.
«Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione – ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta – nella quale l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, un invito pertanto che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura. E io credo che una mostra d’arte valga la pena di esistere, in primo luogo, se intende condurci davanti all’arte e agli artisti come una decisiva sfida a tutte le inclinazioni alla sovrasemplificazione.»

Teresa Margolles – Muro Ciudad Juarez (2010)
L’artista esamina il costo socio-economico della criminalizzazione delle droghe e le crudeltà della narcoviolenza che affliggono il Messico, suo paese d’origine. Avendo studiato medicina forense, nella sua pratica Margolles evidenzia le consistenze, gli odori e i residui fisici della morte. Per realizzare Muro Ciudad Juarez, l’artista ha trasportato blocchi di un muro di cemento che si trovava davanti a una scuola a Juarez, una città con uno dei più alti tassi di omicidi nel Messico; crivellato di buchi di pallottole e sormontato da un groviglio di filo spinato, il muro rappresenta un memoriale viscerale alle vittime della narcoviolenza. L’artista si rifiuta di rappresentare la violenza in sé, preferendo mostrare ciò che rimane delle sue conseguenze come mezzo per richiamare l’attenzione verso una situazione tragica e irrisolta che continua fino ad oggi.

 

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La 58. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è aperta al pubblico fino al 24 novembre 2019. Dal titolo “May You Live In Interesting Times” è curata da Ralph Rugoff.
«Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione – ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta – nella quale l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, un invito pertanto che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura. E io credo che una mostra d’arte valga la pena di esistere, in primo luogo, se intende condurci davanti all’arte e agli artisti come una decisiva sfida a tutte le inclinazioni alla sovrasemplificazione.»

Shilpa Gupta – Untitle (2009) cancello mobile che oscilla da una parte all’altra del muro, rompendolo.
L’arte di Shilpa Gupta si rivolge spesso all’esistenza fisica e ideologica dei cofini, svelandone le funzioni arbitrarie e al contempo repressive. I suoi lavori esplorano le aree interstiziali tra Stati-nazione, le divisioni etnico-religiose e le strutture di sorveglianza, oscillando tra i concetti di legale e illegale, appartenenza e isolamento. Untitled è un cancello meccanico residenziale di quelli usati per chiudere i vialetti privati e garantire sicurezzae isolamento. Ma questo, con le sue punte esageratamente lunghe e una cornice metallica sporgente, oscille avanti e indietro seguendo una propria volontà e colpendo con aggressività la parete della sala fino a incrinarla e romperla. Gupta paragona la strana forma centrale sulla griglia di metallo alle linee di confine di un territorio, ma anche a un “buco nel cervello”, conferendo al cancello un inquietante aspetto antropomorfo.

 

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La 58. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è aperta al pubblico fino al 24 novembre 2019. Dal titolo “May You Live In Interesting Times” è curata da Ralph Rugoff.
«Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione – ha dichiarato il Presidente Paolo Baratta – nella quale l’espressione “interesting times” evoca l’idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, un invito pertanto che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura. E io credo che una mostra d’arte valga la pena di esistere, in primo luogo, se intende condurci davanti all’arte e agli artisti come una decisiva sfida a tutte le inclinazioni alla sovrasemplificazione.»

Nabuqi – Do real things happen in moments of rationality? (2018)
Nabuqi esplora gli aspetti estetici e materiali degli oggetti scultorei e mantiene i suoi assemblaggi scevri da implicazioni o funzioni narrative. L’artista impiega elementi ready-made e costruisce degli scenari inclusivi, generando sensazioni di déjà-vu stabilendo connessioni tra gli oggetti e ciò che li circonda. Do real things happen in moments of rationality? si compone di un mix eclettico di materiali che evocano un’ambientazione naturale. Secondo l’artista gli oggetti industriali e quelli di natura decorativa di questo assemblaggio “sembrerebbero simulare una sorta di realtà oppure alimentare un’immaginazione di un’estetica virtuale, piacevole e ospitale”. Messi insieme questi materiali disparati si misurano con il limite che passa tra il reale e l’artificiale, invitandoci a riflettere su quali sono gli elementi che potremmo percepirecome realtà.

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È aperta al pubblico fino a domenica 25 novembre 2018, ai Giardini e all’Arsenale, la 16. Mostra Internazionale di Architettura dal titolo FREESPACE, a cura di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

«Con l'obiettivo di promuovere il "desiderio" di architettura» il Presidente Baratta ha spiegato che questa edizione pone al centro dell'attenzione la questione dello spazio, della qualità dello spazio, dello spazio libero e gratuito. Con grande chiarezza si indica il parametro di riferimento fondamentale.
«La volontà di creare FREESPACE può risultare in modo specifico come caratteristica propria di singoli progetti. Ma Space, free space, public space possono anche rivelare la presenza o l'assenza in genere dell’architettura, se intendiamo come architettura il pensiero applicato allo spazio nel quale viviamo e abitiamo.»
La Mostra FREESPACE si articola tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, includendo 71 partecipanti.

Paesi Nordici (Finlandia - Norvegia - Svezia) "Another Generosity"
L’umanità contribuisce attivamente a plasmare il mondo contemporaneo. L’impatto delle attività umane sulla geologia è così netto da alterare l’assetto del pianeta: siamo nell’era dell’Antropocene. E se l’Antropocene sembra segnare il momento in cui l’uomo acquisisce il controllo sulla natura, esso rappresenta anche un’opportunità per ripensare il rapporto elementare tra i nostri edifici e l’ecologia. L’architettura dovrebbe essere considerata uno strumento per ridefinire l’intero ciclo costruttivo, dai componenti di base ai sistemi operativi. Another Generosity indaga la relazione tra natura e ambiente edificato e si interroga su come l’architettura possa favorire la creazione di un mondo in grado di sostenerne la coesistenza simbiotica. Intende creare un’esperienza spaziale che intensifichi la nostra consapevolezza rispetto al mondo che ci circonda. È anche un tentativo di promuovere il dialogo, il dibattito e la critica, e individuare nuove modalità per plasmare il nostro mondo adottando una forma diversa di generosità, non solo tra esseri umani, ma tra esseri umani e natura.

 

 

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È aperta al pubblico fino a domenica 25 novembre 2018, ai Giardini e all’Arsenale, la 16. Mostra Internazionale di Architettura dal titolo FREESPACE, a cura di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

«Con l'obiettivo di promuovere il "desiderio" di architettura» il Presidente Baratta ha spiegato che questa edizione pone al centro dell'attenzione la questione dello spazio, della qualità dello spazio, dello spazio libero e gratuito. Con grande chiarezza si indica il parametro di riferimento fondamentale.
«La volontà di creare FREESPACE può risultare in modo specifico come caratteristica propria di singoli progetti. Ma Space, free space, public space possono anche rivelare la presenza o l'assenza in genere dell’architettura, se intendiamo come architettura il pensiero applicato allo spazio nel quale viviamo e abitiamo.»
La Mostra FREESPACE si articola tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, includendo 71 partecipanti.
 
Romania "Mnemonics"
Mnemonics rimanda alla capacità dello spazio di generare ricordi molto nitidi. La sua proiezione è lo spazio tra i grandi edifici residenziali esistente nelle città rumene. L’immagine iconica è quella dei bambini che vi giocano, creando mondi invisibili perché, a proposito di spazi di creatività e libertà, ricordiamo tutti la nostra ultima, universale, configurazione stabile: l’infanzia. Nell’attuale memoria collettiva, questo crea un immaginario comune che conserva uno spazio libero: amicizie, giochi, eventi. Oggi in Romania lo spazio tra gli edifici produce reazioni differenti nelle diverse comunità, quasi una promessa di scenari futuri relativi alla loro destinazione d’uso; e dal momento che la memoria collettiva definisce un territorio per le generazioni di oggi, Mnemonics poggia su una visione ottimistica di trasformazione. L’approccio scenografico evoca l’essenzialità dello schema di questa particolare area delle città rumene. Invita a scambiarsi i ruoli sul campo di gioco e a riflettere sulla riappropriazione dello spazio.
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È aperta al pubblico fino a domenica 25 novembre 2018, ai Giardini e all’Arsenale, la 16. Mostra Internazionale di Architettura dal titolo FREESPACE, a cura di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.

«Con l'obiettivo di promuovere il "desiderio" di architettura» il Presidente Baratta ha spiegato che questa edizione pone al centro dell'attenzione la questione dello spazio, della qualità dello spazio, dello spazio libero e gratuito. Con grande chiarezza si indica il parametro di riferimento fondamentale.
«La volontà di creare FREESPACE può risultare in modo specifico come caratteristica propria di singoli progetti. Ma Space, free space, public space possono anche rivelare la presenza o l'assenza in genere dell’architettura, se intendiamo come architettura il pensiero applicato allo spazio nel quale viviamo e abitiamo.»
La Mostra FREESPACE si articola tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, includendo 71 partecipanti.
 
1 Austria "Thoughts Form Matter "
Thoughts Form Matter va visto e inteso nel contesto di una sempre maggiore attenzione dedicata agli spazi intermedi e liberi. I contributi di Henke Schreieck, LAAC e Sagmeister & Walsh interpretano il concetto di FREESPACE come un costrutto che è insieme spaziale e spirituale, come un sistema dinamico complesso e come un ambito versatile plasmato dalla coesistenza. Tre installazioni spaziali, che penetrano in parte l’una nell’altra, concretizzano e visualizzano concetti quali “deviazione”, “atmosfera” e “bellezza”. Thoughts Form Matter è un appello a riconoscere il potere dell’architettura in quanto indagine intellettuale e alla libertà di creare spazi liberati da vincoli funzionali ed economici.
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Alla 57ma Biennale di Venezia quest’anno, al padiglione della Repubblica di San Marino, c’è  Giovanna Fra, artista pavese di formazione milanese, invitata dal curatore Vincenzo Sanfo a dialogare con un gruppo di artisti cinesi sulla pittura a inchiostro, le sue origini e i suoi sviluppi.
Si tratta di una delle varie manifestazioni in cui Fra è coinvolta in questi stessi giorni; eventi che vanno dalla collaborazione con Giovanni Allevi – l’artista è fortemente legata all’interazione tra musica e arte – che avverrà nella prima metà di luglio, a LODOLAFRA, una “doppia personale” in collaborazione con l’icona moderna dell’arte Pop italiana Marco Lodola.
Abbiamo incontrato Giovanna per rivolgerle alcune domande in merito a questi appuntamenti, al rapporto tra l’arte e la musica, e alla sua opera.

Volevo innanzitutto parlare di LODOLAFRA. I vostri linguaggi sono senz’altro diversi, ma trovano un potente punto di incontro in quelli che sono probabilmente i minimi comun denominatori delle arti visive, ovvero la luce innanzitutto, ma anche il colore e se non i materiali, quanto meno la matericità. Quali ritieni possano essere i punti in comune tra le vostre visioni?
La nostra visione dell’arte è decisamente all’opposto, a partire proprio dall’uso di materiali completamente differenti; l’unione, come dici, sta proprio nel colore e nella forza del colore stesso. Nei lavori fatti assieme, io intervengo coi miei gesti pittorici sul plexiglass: i gesti vengono quindi quasi contenuti, diventano quasi un’astrazione all’interno di qualcosa di figurato che sono le immagini ritagliate in plexiglass di Marco, soprattutto le sue riconoscibilissime ballerine su cui ci siamo particolarmenteimage (7) concentrati, anche se poi sicuramente questo nostro incontro si evolverà. Quindi direi che da visioni del tutto differenti ci cerchiamo e ci troviamo tramite il colore e la matericità del gesto pittorico che gioca all’interno della figura ritagliata.

Tra l’altro anche Lodola, come te, è molto legato al dialogo con il mondo musicale…
Anche in quello l’approccio e la modalità è comunque differente, perchè le sue sono vere e proprie collaborazioni  con artisti di grande livello dei contesti del rock o del pop italiano. La mia visione è invece sempre stata evocata dal gesto a livello più che altro poetico e legata alla classicità della musica. Per cui anche da questo punto di vista il nostro incontro stride e nello stesso tempo si strizza l’occhio. Per me è davvero molto esaltante incontrarmi con un artista come lui che si è sempre confrontato con grandi nomi, è un passaggio importante.

 

Ma anche tu fin dall’inizio ti sei confrontata con grandi nomi. Il rapporto tra la tua arte e la musica è sempre stato molto importante, a partire dalla tesi di Laurea dedicata a John Cage.
ll tutto parte dagli studi d’arte che ho intrapreso a Brera: mi sono diplomata in storia della musica, oltre che in pittura, e ho fatto una tesi con un musicologo che mi ha aiutata a tradurre il mio segno pittorico astratto in suono. In musica il suono non sempre è armonico: può anche farsi disarmonia, essere astratto o grintoso e non sempre piacevole. E improvvisato, come nella musica jazz. Il mio modo di dipingere è sempre stato accostato alla musica jazz per via del mio costante ricorso alla improvvisazione e alla casualità. di una casualità però data da un animo che si riproduce nel fare pittura, nel fare arte. Non so se sono riuscita a spiegarmi perchè è molto difficile raccontare la propria poetica.

Pensando a Cage, leggevo della collaborazione con Jasper Johns a certe coreografie di Cunningham: il coreografo nell’occasione sembrava sostenere – e Cage con lui – che la reale interazione tra arte e musica è totalmente affidata ai sensi del pubblico, e che di fatto esse sono piuttosto slegate tra loro. Qual è il tuo punto di vista?
È esattamente così: la fusione avviene a livello sensoriale. Il segno stesso, peraltro, è come una successione di note musicale slegate l’una dall’altra. E, restando nell’ambito strettamente musicale, Cage diceva addirittura che il rumore che c’è attorno ad una composizione di note musicali diventa anch’esso parte dell’opera. Tanto è vero che lui inserisce nel suo pianoforte degli attrezzi da lavoro proprio per creare rumore e disarmonia nel suo modo di suonare lo strumento, e fa anche interagire il pubblico mentre lui si esibisce sul palcoscenico. Anche questo è molto jazz come atteggiamento, addirittura va oltre il jazz. Cage è geniale. È un atteggiamento dove in arte rientra tutto, non solo il bello estetico e l’armonia delle cose, ma anche il disturbo, rumore, la sgradevolezza. Quindi l’arte non rappresenta solo ciò che è bello, ma deve rappresentare un po’ tutto. Un concetto che arriva dall’Oriente, dove tra l’altro gli orientali 1 (12)considerano nella loro musica non l’armonia continua ma il singolo suono, la nota musicale staccata l’una dall’altra; di conseguenza, per loro le pause sono molto importanti, nella musica come anche nell’arte. E le pause per me rappresentano la parte bianca del dipinto, la parte della tela dove io non pongo il mio tratto, dove l’occhio può respirare e saltare dinamicamente su un altro colore, su un’altra macchia o su un altro segno. Le pause che diventano parte dell’opera.

La multimedialità delle tue ipergrafie è ricerca di sinestesia?
Certo, contaminazione dei sensi, ma anche immagine della pittura stessa. Attraverso la fotografia, che ingrandisce particolari di alcuni miei dipinti o comunque dettagli su cui indago, attraverso quell’immagine che è una macro ingigantita, io creo già delle basi su cui lavorare successivamente e pittoricamente. Quindi è un dialogo tra la fotografia – ovvero il mezzo tecnologico – e la pittura, ma allo stesso tempo è un’indagine un po’ concettuale sulla pittura stessa: un particolare di un quadro più grande e figurativo, preso nella sua piccola porzione, è un quadro astratto, un piccolo quadro astratto. Ecco perciò che nell’astrazione c’è il figurativo e nel figurativo c’è l’astrazione. Questo mio approccio deriva senza dubbio anche dal mondo del restauro: prima di dedicarmi alla sola pittura sono stata per 25 anni restauratrice di tele e affreschi, e questo tipo di indagine sulla materia e sul particolare deriva sicuramente anche da quei miei studi e da quel mestiere.

Il 10 luglio a Pistoia le tue videoproiezioni accompagneranno i concerti di Giovanni Allevi. Puoi raccontarci qualcosa di più?
Si tratterà sempre delle mie ipergrafie che anziché essere su tela, fissate a una parete, verranno tradotte sulle facciate di un importante palazzo di Pistoia e proiettate durante il concerto. La cosa meravigliosa è che il mio lavoro, che ha a che fare con le note musicali e con la musicalità del colore, del segno e della pittura, accompagnerà le note musicali del grande Giovanni Allevi. Questa cosa mi entusiasma davvero. C’è già stata una scelta delle immagini delle mie opere che il tecnico dell’immagine e del suono Claudio Cantoni trasformerà nella proiezione che, in modo lento e progressivo, accompagnerà Allevi. Onestamente non vedo l’ora di vederne la realizzazione dal vivo.

Qual è la differenza di approccio tra la contaminazione dell’arte con la musica colta – che forse può apparire più naturale – e quella con la musica popolare, seppur d’autore?
Non vedo molta differenza; forse sta solo nel fatto che con la musica colta è in un certo senso “ammessa” una sperimentazione meno limitata, dove l’artista può lanciarsi ad indagare mondi nuovi. Lo dico pensando in particolare proprio a John Cage. Nella musica pop l’approccio è più immediato, comunicativo, giovane e fresco se vogliamo. Come può essere l’approccio che ha Marco con gli artisti con cui si confronta, che fanno pop e che sono anch’essi, comunque, grandi musicisti.

Se dovessi pensare a un musicista con cui vorresti confrontarti?
Purtroppo non c’è più ed è David Bowie, quindi non potrò mai più farlo. Però posso dire che abbiamo fatto una collettiva, tempo fa, in cui ogni artista ha lavorato sull’immagine del Duca Bianco: abbiamo esposto sia in luoghi pubblici che privati e di fatto la mostra è tuttora in corso e prossimamente potremo rivederla a Sanremo, all’interno del teatro Ariston.

Mi racconti della tua partecipazione alla Biennale?
Sono stata invitata ad esporre nel padiglione della Repubblica di SAN Marino e a confrontarmi con artisti cinesi: proprio perché il mio segno richiama la cultura orientale mi hanno messo in dialogo con questi artisti, che a loro volta si confrontano invece con la pittura occidentale. Un dialogo molto forte e molto bello, un’interazione di volontà vicendevole di scoprirsi e scoprire le diversità delle due culture. Inoltre il loro essere figurativo è sempre molto lieve, leggero e ben si armonizza con il tipo di pittura che faccio io.

Nel tuo lavoro qual’è stata la cosa che maggiormente ti ha ispirata?
Come accennavo prima, sicuramente il mio lavoro di restauro, questo continuo contatto con la materia, con la pittura; Il cercare di capire, di penetrare un quadro proprio perché lo devi restaurare in profondità e quindi devi capirne ogni cosa, indagarne la materia. Il rapporto con le opere da restaurare – quindi di epoche più remote – mi ha inoltre sempre portata a evocarle pittoricamente, anche con l’uso di colori che se vogliamo richiamano il passato, ma che si fanno contemporanei. Il mio lavoro prende molto da ciò che già è stato.

Pubblicato in Il Giornale

Intervista a Paolo Baratta

Giovedì, 11 Maggio 2017

La 57ma Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia apre sabato 13 maggio, ancora una volta - come già nella precedente edizione - anticipando di un mese rispetto alle aperture precedenti.

Ed è nel segno della continuità che questa ennesima Biennale presieduta da Paolo Baratta si pone: ancora una volta il focus viene posto sull'osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contesto contemporaneo e del rapporto tra l'artista e il pubblico, come già abbiamo potuto osservare nelle ultime tre edizioni.

Se Bice Curiger nel 2011 rivolse la sua attenzione all'illuminazione, alla percezione e al rapporto tra artista e spettatori, Massimiliano Gioni nel 2013 alle forze creative interiori che spingono l'uomo a divenire artefice per sé e per gli altri e Okwui Enwezor nell'ultima esposizione a come l'attuale "age of anxiety" sia decisiva nello stabilire l'imprescindibile legame tra l'arte e la realtà sociopolitica umana, Christine Macel chiude quest'anno il cerchio ponendo al centro della manifestazione l'Uomo Artista; indagandone profondamente i meccanismi, ciò che conduce, giorno dopo giorno, dal concetto all'opera ed infine al rapporto con il pubblico.

Il Presidente nel 2015, in occasione dell'ultima Biennale, parlava giustamente di una sorta di "trilogia" relativa alle tre esposizioni più recenti. Il discorso però non pare essere concluso, e l'approccio in forma di ricerca - caratteristica ormai peculiare delle esposizioni da lui presiedute - torna a manifestarsi in maniera decisa.

Baratta, oltre a ribadire - assieme a Macel - il concetto che l'arte sia un atto non di accomodamento o di consumo, ma di libertà e resistenza, vuole che il pubblico possa rendere l'arte stessa sempre più propria e considerare la Biennale come una dilatazione di sé, sottolineando nuovamente la funzione pedagogica dell'esposizione: non già come imposizione di un'idea, ma come accompagnamento alla conoscenza, che deve essere soprattutto emotiva piuttosto che letteraria. Lo scopo è quello di "fare scoprire che ci sono altri mondi che si possono desiderare": e per farlo, oltre al "viaggio" pianificato da Macel tramite i nove transpadiglioni tematici che indagano le ispirazioni e i temi degli artisti e li suddividono in "famiglie", questa esposizione si caratterizza per le molteplici iniziative volte all'incontro con l'artista in un contesto di fertile tempo libero. L'utilizzo del tempo libero - massima conquista della modernità assieme al benessere fisico - è una questione importante, e la soluzione proposta dall'artista è quello di usarlo per trasferirsi verso un mondo più vasto, più ampio e dilatato: un invito a essere dei coerenti cittadini del mondo, non solamente dei consumatori affrettati.

E pranzando e discutendo con gli artisti, o ancora osservando la loro quotidianità, ponendo l'attenzione sul loro otium inteso - come da etimo - in chiave costruttiva, piuttosto che sul negotium, cui attiene la parte più "professionale" dell'artista (per tacere della componente del "bellum", che Christine Macel ha giustamente escluso rispetto alla frase ciceroniana), il pubblico della Biennale può trarre preziose e illuminanti indicazioni, oltre che percepire l’importanza della figura dell’Artefice nel contesto sociopolitico odierno.

Abbiamo posto a Paolo Baratta tre domande.

 

Una nuova Biennale dalla forte connotazione sociopolitica. Rispetto alla precedente però non ci pare vi siano state “critiche” relative alla politicizzazione dell’esposizione...

Politicizzata" non è sinonimo di "politica": qualcosa è politicizzato quando ha una tinta particolare per quanto riguarda le ricette sul nostro futuro.

 

Ma è possibile fare arte contemporanea che non sia politica?

È possibile fare una Biennale che sia politica: la Biennale può essere altamente politica se parla di noi, cercando di aiutarci a conoscere meglio quello che siamo. E se nel mondo l'atteggiamento generale è quello di restringere i propri orizzonti a poche verità, a poche identità, a pochi frammenti una Biennale che insiste sul dilatare, insiste sul fatto che l'uomo sia tante cose insieme e attraverso molteplici e diversi padiglioni mostra al visitatore diversi specchi di sé stesso è una Biennale che sta facendo politica.

 

Quale è stata la reazione degli artisti all'idea del confronto e dell'incontro diretto col pubblico? Senza fare nomi, c'è stato qualcuno "da convincere"?

Non ne ho notizia. Piuttosto possono esserci degli impegni che non consentano alcune date.
Gli artisti in realtà sono abituati, ognuno di loro ha già il suo kit: le sue immagini, il suo video... Non vengono dalle caverne, hanno già la consuetudine di presentarsi e di presentare il proprio lavoro. Certamente farlo in questo modo, per dare l’occasione al visitatore di rapportarsi con loro, è meno comune: poter avere una certa dimestichezza con l'artista e la possibilità di fargli delle domande dirette intorno a un tavolo - che è, appunto, il momento dell'otium, il momento nel quale ciascuno cede un po' di sé stesso e si considera più libero, più autonomo - è una modalità particolare che avvicina, favorisce il dialogo e aiuta a capire e a capirsi. Chiaramente è stato fatto in funzione del pubblico più che non degli artisti, ma è stata da essi assolutamente condiviso. La decisione, l’idea è stata ovviamente della curatrice nel contesto del suo percorso: la tavola col cibo, diciamo, è stata apparecchiata da lei; ma poi chiaramente tutto ciò che capita è il risultato di un pieno accordo.

Pubblicato in Il Giornale

La 57ma Esposizione internazionale d'arte si intitola "Viva Arte Viva".

Un’edizione della Biennale di Venezia che si caratterizza per il suo focus insolito: l’Artista stesso.
È proprio questo il senso dato dalla curatrice, Christine Macel al titolo di quest’anno: un’indagine, un racconto della componente più viva dell’arte. Ovvero, l’Artefice.

Come dice lo stesso presidente Paolo Baratta, la Biennale - che, a prescindere dal tema di volta in volta scelto, pone una particolare attenzione al dialogo tra gli artisti e il pubblico - porta quest’anno al centro il dialogo stesso. E lo fa celebrando chi l’arte la crea, permettendo a noi tutti di accrescere e dilatare la nostra prospettiva.

Una sorta di neo-umanesimo insomma: che celebra non tanto l’uomo in quanto tale, ma la capacità dell’uomo - tramite l’arte - di non essere dominato dalle forze avverse della realtà.
E in cui l’atto artistico diventa atto di resistenza, di liberazione, di generosità; un gesto pubblico, che l’artista compie per tutti.
Nove sono i capitoli, ideali padiglioni trasversali e transnazionali, che - snodandosi lungo un percorso che vuole rappresentare un viaggio dall’interiorità all’infinito - riuniscono in sé altrettante “famiglie di artisti”, affiancandosi ai padiglioni tradizionali di 87 paesi.

Dall’indagine sul rapporto tra otium - inteso come momento in cui ci si lascia andare all’ispirazione - e negotium, ovvero l’aspetto professionale dell’attività raccontato nel primo padiglione, quello degli artisti e dei libri fino all’ultimo, quello del Tempo e dell’Infinito, che si focalizza sul rapporto con il flusso temporale e l’inevitabile morte, ogni approccio degli artisti con la vita, e con la sua rappresentazione, viene approfondito.

La celebrazione avviene anche tramite una serie di eventi paralleli che mettono in atto il dialogo tra l’artefice e lo spettatore: dalla Tavola Aperta, un pranzo bisettimanale con gli artisti trasmesso anche in streaming web, ai video di Pratiche d’Artista, che illustrano il suo modus operandi, fino al progetto La mia Biblioteca, che diventa reale ed ospita, nei giardini Stirling, le letture preferite dagli artisti.

Notevole è anche il fatto che dei 120 artisti invitati, ben 103 siano qui alla Biennale per la prima volta: segno evidente della fiducia riposta nei confronti dell’arte; o, per meglio dire, degli artisti.
La Biennale a Venezia sarà aperta al pubblico fino a domenica 26 novembre 2017.

Pubblicato in Il Giornale

Koki Tanaka

“Of Walking in Unknown” 2017
Nato nel 1975 a Tochigi, vive e lavora a Kyoto (Giappone)
Koki Tanaka si interessa delle esperienze e delle idee della vita di tutti i giorni, coinvolgendo con ironia la materialità quotidiana utilizzando oggetti comuni e allestendo azioni “normali”, tramite installazioni a tecnica mista. In questo modo sposta il focus dall’analisi dei comportamenti a cose piu banali e alla relazionalità, particolarmente al modello del collettivo.
La sua opera più recente, Of Walking in Unknown (2017), documenta quattro giorni di viaggio compiuti dall’artista per recarsi a piedi da casa sua, a Kyoto, fino alla più vicina centrale nucleare, e pare richiamare l’opera Imaginary Distance (or the distance from Fukushima), fatta coi neon a comporre la scritta “9478.57km”, realizzata nel 2013 per il Padiglione Giapponese.
La camminata va chiaramente oltre il contesto artistico, e vuole sensibilizzare la pubblica opinione sui potenziali disastri causati dall’uomo. Traducendo l’astrazione della misura di una distanza nell’esperienza fisica del suo tragitto, Tanaka vuole metterci in connessione con la propria realtà.

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