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Pirelli HangarBicocca presenta CITTÀDIMILANO (14 febbraio – 21 luglio 2019), la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò: un arcipelago di opere del passato e di nuova produzione, raccolte per la prima volta insieme, che trasforma e riconfigura radicalmente lo spazio espositivo. Il percorso di mostra genera storie e visioni su diversi tempi e luoghi, da Venezia a Milano, dalle profondità del mare a quelle del sottosuolo.
Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979; vive e lavora tra Italia e Olanda) si contraddistingue nella scena artistica contemporanea per il suo linguaggio innovativo e nel 2017 ha rappresentato l’Italia alla 57ma Biennale di Venezia. Le sue opere includono sculture, installazioni ambientali di larga scala e interventi spaziali che trasformano architetture o interi paesaggi e sono spesso concepite per essere incluse in un ricco sistema di rimandi e collegamenti tra di loro, anche attraverso l’uso di elementi naturali densi di significati simbolici – come l’acqua, la luce e il fuoco.

Il suo interesse per i materiali organici avvicina le sue opere agli attuali dibattiti internazionali sull’utilizzo e dispersione delle materie prime e ai temi sui cambiamenti socio-ecologici.Parte integrante della sua metodologia artistica è la costante rielaborazione e riconfigurazione delle sue opere in base al contesto geografico e culturale in cui vengono esposte: per CITTÀDIMILANO l’artista si concentra sulla sua pratica scultorea, presentando in stretto dialogo lavori realizzati dal 2008 a oggi e qui concepiti come parte di un unico paesaggio, che trasforma la percezione dell’ambiente ed evidenzia i legami che intercorrono tra le opere stesse. Un invito ai visitatori a creare il proprio percorso all’interno della mostra e i propri collegamenti. Per l’occasione Giorgio Andreotta Calò ha inoltre compiuto ricerche sulla storia della società Pirelli, concependo appositamente nuove opere, che portano alla luce narrazioni inedite del passato, legate alla città di Milano, ma che si relazionano a temi e luoghi già presenti nel lavoro dell’artista. Con questa mostra Pirelli HangarBicocca riconferma il suo impegno a sostenere la sperimentazione in ambito artistico e la produzione di nuove opere.

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Pirelli HangarBicocca presenta CITTÀDIMILANO (14 febbraio – 21 luglio 2019), la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò: un arcipelago di opere del passato e di nuova produzione, raccolte per la prima volta insieme, che trasforma e riconfigura radicalmente lo spazio espositivo. Il percorso di mostra genera storie e visioni su diversi tempi e luoghi, da Venezia a Milano, dalle profondità del mare a quelle del sottosuolo.
Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979; vive e lavora tra Italia e Olanda) si contraddistingue nella scena artistica contemporanea per il suo linguaggio innovativo e nel 2017 ha rappresentato l’Italia alla 57ma Biennale di Venezia. Le sue opere includono sculture, installazioni ambientali di larga scala e interventi spaziali che trasformano architetture o interi paesaggi e sono spesso concepite per essere incluse in un ricco sistema di rimandi e collegamenti tra di loro, anche attraverso l’uso di elementi naturali densi di significati simbolici – come l’acqua, la luce e il fuoco.

Il suo interesse per i materiali organici avvicina le sue opere agli attuali dibattiti internazionali sull’utilizzo e dispersione delle materie prime e ai temi sui cambiamenti socio-ecologici.Parte integrante della sua metodologia artistica è la costante rielaborazione e riconfigurazione delle sue opere in base al contesto geografico e culturale in cui vengono esposte: per CITTÀDIMILANO l’artista si concentra sulla sua pratica scultorea, presentando in stretto dialogo lavori realizzati dal 2008 a oggi e qui concepiti come parte di un unico paesaggio, che trasforma la percezione dell’ambiente ed evidenzia i legami che intercorrono tra le opere stesse. Un invito ai visitatori a creare il proprio percorso all’interno della mostra e i propri collegamenti. Per l’occasione Giorgio Andreotta Calò ha inoltre compiuto ricerche sulla storia della società Pirelli, concependo appositamente nuove opere, che portano alla luce narrazioni inedite del passato, legate alla città di Milano, ma che si relazionano a temi e luoghi già presenti nel lavoro dell’artista. Con questa mostra Pirelli HangarBicocca riconferma il suo impegno a sostenere la sperimentazione in ambito artistico e la produzione di nuove opere.

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Pirelli HangarBicocca presenta CITTÀDIMILANO (14 febbraio – 21 luglio 2019), la mostra personale di Giorgio Andreotta Calò: un arcipelago di opere del passato e di nuova produzione, raccolte per la prima volta insieme, che trasforma e riconfigura radicalmente lo spazio espositivo. Il percorso di mostra genera storie e visioni su diversi tempi e luoghi, da Venezia a Milano, dalle profondità del mare a quelle del sottosuolo.
Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979; vive e lavora tra Italia e Olanda) si contraddistingue nella scena artistica contemporanea per il suo linguaggio innovativo e nel 2017 ha rappresentato l’Italia alla 57ma Biennale di Venezia. Le sue opere includono sculture, installazioni ambientali di larga scala e interventi spaziali che trasformano architetture o interi paesaggi e sono spesso concepite per essere incluse in un ricco sistema di rimandi e collegamenti tra di loro, anche attraverso l’uso di elementi naturali densi di significati simbolici – come l’acqua, la luce e il fuoco.

Il suo interesse per i materiali organici avvicina le sue opere agli attuali dibattiti internazionali sull’utilizzo e dispersione delle materie prime e ai temi sui cambiamenti socio-ecologici.Parte integrante della sua metodologia artistica è la costante rielaborazione e riconfigurazione delle sue opere in base al contesto geografico e culturale in cui vengono esposte: per CITTÀDIMILANO l’artista si concentra sulla sua pratica scultorea, presentando in stretto dialogo lavori realizzati dal 2008 a oggi e qui concepiti come parte di un unico paesaggio, che trasforma la percezione dell’ambiente ed evidenzia i legami che intercorrono tra le opere stesse. Un invito ai visitatori a creare il proprio percorso all’interno della mostra e i propri collegamenti. Per l’occasione Giorgio Andreotta Calò ha inoltre compiuto ricerche sulla storia della società Pirelli, concependo appositamente nuove opere, che portano alla luce narrazioni inedite del passato, legate alla città di Milano, ma che si relazionano a temi e luoghi già presenti nel lavoro dell’artista. Con questa mostra Pirelli HangarBicocca riconferma il suo impegno a sostenere la sperimentazione in ambito artistico e la produzione di nuove opere.

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Pirelli HangarBicocca presenta “Remains”, la prima grande mostra personale di Sheela Gowda in Italia, curata da Nuria Enguita, Direttrice di Bombas Gens Centre d’Art, Valencia, e Lucia Aspesi, Assistente curatore di Pirelli HangarBicocca. Il progetto espositivo rappresenta un’opportunità unica per scoprire nei monumentali spazi delle Navate vent’anni di lavoro di quest’artista di origine indiana che ha saputo fondere tecniche, forme, cromie e materiali sconfinando in un’espressività sia astratta che figurativa in linea con gli esiti e le ricerche internazionali.

Un’ampia selezione di opere realizzate dal 1996 a oggi, tra cui installazioni e sculture site- specific oltre a stampe e acquerelli, è esposta accanto a due nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra: Tree Line (2019) e In Pursuit of (2019) .

“Remains” sottolinea la poetica e il significato politico dell’opera di Gowda, la cui pratica scaturisce da uno sguardo ricettivo e approfondito sul mondo, e dalla consapevolezza del valore simbolico e comunicativo dei materiali, degli oggetti e degli scarti. La selezione delle opere in mostra rivela inoltre il costante lavoro dell’artista nella definizione della forma intesa come modalità di trasformazione dei significati. Come ha spiegato la stessa artista: «Un’opera è il risultato di una decisione, di una scelta. Se è vero che il mio lavoro nasce da contesti specifici, tuttavia la natura ultima di un’opera è modellata sulla base dell’astrazione; un’astrazione che non si limita a una scelta stilistica, ma il cui intento è comunicare significati e favorire molteplici letture».

Le opere di Sheela Gowda fanno parte delle collezioni delle più importanti istituzioni internazionali, fra cui Tate Modern, Londra; MoMA – The Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Walker Art Center, Minneapolis; Van Abbemuseum, Eindhoven e Kiran Nadar Museum, Nuova Delhi.

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Pirelli HangarBicocca presenta “Remains”, la prima grande mostra personale di Sheela Gowda in Italia, curata da Nuria Enguita, Direttrice di Bombas Gens Centre d’Art, Valencia, e Lucia Aspesi, Assistente curatore di Pirelli HangarBicocca. Il progetto espositivo rappresenta un’opportunità unica per scoprire nei monumentali spazi delle Navate vent’anni di lavoro di quest’artista di origine indiana che ha saputo fondere tecniche, forme, cromie e materiali sconfinando in un’espressività sia astratta che figurativa in linea con gli esiti e le ricerche internazionali.

Un’ampia selezione di opere realizzate dal 1996 a oggi, tra cui installazioni e sculture site- specific oltre a stampe e acquerelli, è esposta accanto a due nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra: Tree Line (2019) e In Pursuit of (2019) .

“Remains” sottolinea la poetica e il significato politico dell’opera di Gowda, la cui pratica scaturisce da uno sguardo ricettivo e approfondito sul mondo, e dalla consapevolezza del valore simbolico e comunicativo dei materiali, degli oggetti e degli scarti. La selezione delle opere in mostra rivela inoltre il costante lavoro dell’artista nella definizione della forma intesa come modalità di trasformazione dei significati. Come ha spiegato la stessa artista: «Un’opera è il risultato di una decisione, di una scelta. Se è vero che il mio lavoro nasce da contesti specifici, tuttavia la natura ultima di un’opera è modellata sulla base dell’astrazione; un’astrazione che non si limita a una scelta stilistica, ma il cui intento è comunicare significati e favorire molteplici letture».

Le opere di Sheela Gowda fanno parte delle collezioni delle più importanti istituzioni internazionali, fra cui Tate Modern, Londra; MoMA – The Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Walker Art Center, Minneapolis; Van Abbemuseum, Eindhoven e Kiran Nadar Museum, Nuova Delhi.

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Pirelli HangarBicocca presenta “Remains”, la prima grande mostra personale di Sheela Gowda in Italia, curata da Nuria Enguita, Direttrice di Bombas Gens Centre d’Art, Valencia, e Lucia Aspesi, Assistente curatore di Pirelli HangarBicocca. Il progetto espositivo rappresenta un’opportunità unica per scoprire nei monumentali spazi delle Navate vent’anni di lavoro di quest’artista di origine indiana che ha saputo fondere tecniche, forme, cromie e materiali sconfinando in un’espressività sia astratta che figurativa in linea con gli esiti e le ricerche internazionali.

Un’ampia selezione di opere realizzate dal 1996 a oggi, tra cui installazioni e sculture site- specific oltre a stampe e acquerelli, è esposta accanto a due nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra: Tree Line (2019) e In Pursuit of (2019) .

“Remains” sottolinea la poetica e il significato politico dell’opera di Gowda, la cui pratica scaturisce da uno sguardo ricettivo e approfondito sul mondo, e dalla consapevolezza del valore simbolico e comunicativo dei materiali, degli oggetti e degli scarti. La selezione delle opere in mostra rivela inoltre il costante lavoro dell’artista nella definizione della forma intesa come modalità di trasformazione dei significati. Come ha spiegato la stessa artista: «Un’opera è il risultato di una decisione, di una scelta. Se è vero che il mio lavoro nasce da contesti specifici, tuttavia la natura ultima di un’opera è modellata sulla base dell’astrazione; un’astrazione che non si limita a una scelta stilistica, ma il cui intento è comunicare significati e favorire molteplici letture».

Le opere di Sheela Gowda fanno parte delle collezioni delle più importanti istituzioni internazionali, fra cui Tate Modern, Londra; MoMA – The Museum of Modern Art, Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Walker Art Center, Minneapolis; Van Abbemuseum, Eindhoven e Kiran Nadar Museum, Nuova Delhi.

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Dal 24 ottobre 2018, all’Hangar Bicocca, ci sono gli Igloos di Mario Merz.

La mostra, curata da Vicente Todolì e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, riprende il discorso già impostato nella personale di Merz curata da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, in cui vennero presentate tutte le variazioni sull’igloo - uno dei temi ricorrenti dell’artista dalla fine degli anni sessanta fino alla morte - al fine, come affermava Szeeman stesso, di creare una sorta di villaggio irreale nello spazio espositivo.
E se allora furono 17 le opere esposte, qui la città si è estesa: più di 30 igloo sono infatti stati collocati nei 5500 metri quadrati delle Navate e del Cubo di HangarBicocca, sottolineando la coerente visionarietà dell’artista milanese e aggiungendo ulteriori elementi tipici di Merz, anche temporalmente posteriori, per poter rendere questo discorso il più compiuto possibile.

Figura chiave dell’arte povera, Merz fu uno degli antesignani dell’utilizzo dell’installazione e del superamento delle due dimensioni, dapprima penetrando le proprie tele con l’inserimento di tubi al neon e in seguito ricorrendo all’utilizzo di oggetti quotidiani non già e solo come ready made, ma come elementi costitutivi di un’opera, permettendo di sottolinearne l’insospettabile aspetto archetipale.

 

E ancor più approfondita e astratta - ma al contempo scientifica - sarà la sua indagine su elementi provenienti dal contesto geometrico e matematico, come furono - importantissimi - la spirale e la sequenza numerica di Fibonacci.
Tornando agli archetipi, per l’artista l’igloo, in quanto forma di abitazione primordiale, rappresenta il prototipo del luogo in cui vivere e la metafora tra l’interno e l’esterno, come quello tra individualità e collettività.

Gli igloo di Merz, caratterizzati da una struttura di metallo rivestita da ogni sorta di materiale di utilizzo comune - dall’argilla al vetro, dalle pietre alla iuta  - e arricchiti spesso dalle tipiche scritte al neon del suo autore, variano anche notevolmente nelle dimensioni, e sono spesso incastrati l’uno con l’altro in maniera instabile. È la riflessione dell’artista sulla contemporaneità: l’igloo, casa provvisoria, talvolta unito in modo precario ad altri igloo, si fa rappresentazione dell’epoca in cui viviamo: l’epoca del provvisorio, dell’ instabilità, della precarietà.
Gli Igloo di Mario Merz resteranno all'Hangar Bicocca fino al 24 febbraio 2019.

 

 

Pubblicato in Il Giornale

Take Me (I’m Yours), allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra, è la mostra collettiva che reinventa le regole con cui si fa esperienza di un’opera d’arte. Rompendo ogni canone, i visitatori sono invitati a compiere tutto quanto è di norma vietato fare in un museo: le opere di oltre 50 artisti si possono toccare, modificare, comprare e perfino prendere gratuitamente. La mostra è anche un progetto che si evolve e si rigenera nel tempo. Accanto alla possibilità di prendere una delle migliaia di copie di ciascuna opera prodotta – e quindi concorrere a svuotare fisicamente lo spazio – il pubblico di “Take Me (I’m Yours)” ne modifica l’aspetto partecipando a performance in cui lo scambio non è necessariamente legato a un oggetto ma piuttosto a un’esperienza, assecondando un’idea di immaterialità che è sempre più presente tanto nell’arte quanto nella vita reale.

Felix Gonzalez-Torres “Untitle (revenge)”, 1991:
Una distesa di caramelle è posta sul pavimento e i visitatori sono invitati a prenderne una, destibilizzando l’installazione. Evidenziando il carattere mutevole e transitorio dell’opera, l’artista riflette sul significato dell’oggetto artistico e sulla possibilità che un’opera trovi la sua modalità di esistenza nella dispersione.
Yona Friedman “Street Museum” 2017:
Il progetto assegna il controllo dell’ambiente urbano alle persone che ci abitano, offrendo ai visitatori uno spazio in cui lasciare oggetti a cui attribuiscono un particolare significato, che diventano a pieno titolo opere d’arte e che altri possono prelevare, trasformando la struttura originale di Friedman.
Chistian Boltanski “Dispersion” 1991/2017:
Dispersion è un’istallazione composta da cumuli di abiti usati che i visitatori possono portare via in borse create dall’artista. Con questo lavoro Boltanski riflette sul concetto stesso di arte e sull’idea di transitorietà, creando un’opera effimera destinata a disperdersi nel corso della mostra.

 

Christian Boltanski - Dispersion (1991-2017)

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Take Me (I’m Yours), allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra, è la mostra collettiva che reinventa le regole con cui si fa esperienza di un’opera d’arte. Rompendo ogni canone, i visitatori sono invitati a compiere tutto quanto è di norma vietato fare in un museo: le opere di oltre 50 artisti si possono toccare, modificare, comprare e perfino prendere gratuitamente. La mostra è anche un progetto che si evolve e si rigenera nel tempo. Accanto alla possibilità di prendere una delle migliaia di copie di ciascuna opera prodotta – e quindi concorrere a svuotare fisicamente lo spazio – il pubblico di “Take Me (I’m Yours)” ne modifica l’aspetto partecipando a performance in cui lo scambio non è necessariamente legato a un oggetto ma piuttosto a un’esperienza, assecondando un’idea di immaterialità che è sempre più presente tanto nell’arte quanto nella vita reale.

Felix Gonzalez-Torres “Untitle (revenge)”, 1991:
Una distesa di caramelle è posta sul pavimento e i visitatori sono invitati a prenderne una, destibilizzando l’installazione. Evidenziando il carattere mutevole e transitorio dell’opera, l’artista riflette sul significato dell’oggetto artistico e sulla possibilità che un’opera trovi la sua modalità di esistenza nella dispersione.
Yona Friedman “Street Museum” 2017:
Il progetto assegna il controllo dell’ambiente urbano alle persone che ci abitano, offrendo ai visitatori uno spazio in cui lasciare oggetti a cui attribuiscono un particolare significato, che diventano a pieno titolo opere d’arte e che altri possono prelevare, trasformando la struttura originale di Friedman.
Chistian Boltanski “Dispersion” 1991/2017:
Dispersion è un’istallazione composta da cumuli di abiti usati che i visitatori possono portare via in borse create dall’artista. Con questo lavoro Boltanski riflette sul concetto stesso di arte e sull’idea di transitorietà, creando un’opera effimera destinata a disperdersi nel corso della mostra.

 

Yona Friedman - Street Museum (2017)

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Take Me (I’m Yours), allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra, è la mostra collettiva che reinventa le regole con cui si fa esperienza di un’opera d’arte. Rompendo ogni canone, i visitatori sono invitati a compiere tutto quanto è di norma vietato fare in un museo: le opere di oltre 50 artisti si possono toccare, modificare, comprare e perfino prendere gratuitamente. La mostra è anche un progetto che si evolve e si rigenera nel tempo. Accanto alla possibilità di prendere una delle migliaia di copie di ciascuna opera prodotta – e quindi concorrere a svuotare fisicamente lo spazio – il pubblico di “Take Me (I’m Yours)” ne modifica l’aspetto partecipando a performance in cui lo scambio non è necessariamente legato a un oggetto ma piuttosto a un’esperienza, assecondando un’idea di immaterialità che è sempre più presente tanto nell’arte quanto nella vita reale.

Felix Gonzalez-Torres “Untitle (revenge)”, 1991:
Una distesa di caramelle è posta sul pavimento e i visitatori sono invitati a prenderne una, destibilizzando l’installazione. Evidenziando il carattere mutevole e transitorio dell’opera, l’artista riflette sul significato dell’oggetto artistico e sulla possibilità che un’opera trovi la sua modalità di esistenza nella dispersione.
Yona Friedman “Street Museum” 2017:
Il progetto assegna il controllo dell’ambiente urbano alle persone che ci abitano, offrendo ai visitatori uno spazio in cui lasciare oggetti a cui attribuiscono un particolare significato, che diventano a pieno titolo opere d’arte e che altri possono prelevare, trasformando la struttura originale di Friedman.
Chistian Boltanski “Dispersion” 1991/2017:
Dispersion è un’istallazione composta da cumuli di abiti usati che i visitatori possono portare via in borse create dall’artista. Con questo lavoro Boltanski riflette sul concetto stesso di arte e sull’idea di transitorietà, creando un’opera effimera destinata a disperdersi nel corso della mostra.

 

Feliz Gonzalez Torres - Untitled revenge (1991)

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Un selfie a caso