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La Biennale di Venezia 2015 attraverso cinque opere
06 Mag

La Biennale di Venezia 2015 attraverso cinque opere

Biennale 2015: si parte! Dal 6 all’8 maggio le tre giornate di inaugurazione della 56^ Esposizione d’Arte di Venezia dedicate alla stampa e agli operatori del settore.

L'inviata di ArtsLife, Clelia Patella, vi propone di seguito 5 artisti per cinque opere in anteprima:

 

1. Il Raques Media Collective, trio di artisti multimediale indiano, ha allestito all’ingresso dei Giardini un’opera in cui una statua raffigurante un Papa (senza volto) è posta su un piedistallo ai cui fianchi appaiono le scritte “But he did not want to shoot the elephant” e ” And then down he came, with a crash that seemed to shake the ground” . Le due frasi sintetizzano in maniera estrema il racconto/saggio orwelliano “Shooting an Elephant” in cui il narratore si ritrova costretto suo malgrado, in India, ad uccidere un elefante fuori controllo, perchè richiesto dal suo ruolo di poliziotto coloniale inglese. Tale metafora dell’imperialismo britannico – tematica particolarmente sentita da Raques per questioni storico e culturali, pare voler porre un pontefice senza viso (e quindi personalità, di cui rimane il ruolo e la figura simbolica) nei panni del poliziotto, le cui remore morali, laddove ci siano, non cambiano il proprio ed altrui destino.

 

2. Andreas Gursky è un fotografo tedesco balzato agli onori della cronaca quando, nel 2011, la stampa della sua fotografia “Rhein II” venne battuta da Christie’s per 4,3 milioni di dollari, diventando la fotografia più costosa mai venduta. Gursky ritrae “paesaggi” in grande formato, dai colori generalmente molto vivaci, raffigurando grandi palazzi ed edifici, luoghi dall’ordine caotico (come i supermercati), sale di contrattazione finanziaria particolarmente affollate. Il tema centrale è quello della globalizzazione, espresso senza alcun giudizio né messaggio morale, ma immortalato per consentire una riflessione completamente soggettiva da parte dell’osservatore. Fotodocumentari, quindi, quasi nature morte, in cui alla monumentalità dello scatto e di quanto impresso si contrappone la maniacalità verso l’attenzione al particolare minuzioso.

 

3. Adrian Piper, artista concettuale statunitense che vive a Berlino la cui opera rivolge la propria attenzione a tematiche quali razzismo, sessismo e “l’altro, il diverso” in generale, espone quattro lavagne scolastiche con scritta a mano – venticinque volte su ognuna – la frase “Everything will be taken away”.

La sensazione è quella di un monito espresso tramite una forma che rievoca in maniera forte e immediata il senso della punizione e della frustrazione o più precisamente dell’ineluttabilità. La solidità dell’ardesia garantisce alla volatilità del gesso una sorta di “relativa eternità” che resterà tale fino al momento in cui la polvere – di gesso, e non solo – verrà resa alla polvere.

 

4.  Bruce Nauman, scultore, fotografo e artista multimediale statunitense, è presente alla Biennale (dove nel 1999 vinse il Leone d’Oro) con l’opera “American Violence”, uno dei suoi “neon”, creato tra il 1981 e il 1982, nel pieno del periodo in cui l’opera dell’artista – considerato uno dei padri dell’arte concettuale americana – assume connotazioni politiche più dirette e definite: sono di questo periodo opere in cui i temi sono la violenza e la tortura dei regimi totalitari, ed in seguito le connessioni tra sesso, morte e violenza, come espresso da questa installazione, la cui forma richiama in maniera abbastanza evidente una svastica in cui i quattro bracci uncinati paiono “cantare”, urlandole, le quattro linee di ritornello di una lirica che ricorrono ciclicamente, e che sinesteticamente evocano un brano synthpop, seppur più unpop che non popolare.

 

5. Kutluğ Ataman, filmmaker e artista di origine turca, pone la sua attenzione nel documentare le vite degli individui, spesso di quelli ai margini, testimoniando – a cavallo tra realtà e fiction – quali possano essere i meccanismi evolutivi delle identità delle persone. L’opera “The Portrait of Sakip Sabanci” (2014), da lui portata alla Biennale, intende rendere testimonianza della vita dell’uomo d’affari e filantropo turco Sakip Sabanci, morto nel 2004, tramite quasi diecimila schermi LCD ognuno raffigurante una persona che ha avuto in qualche modo occasione di incrociare il proprio percorso con il businessman. Collaboratori, familiari, sostenitori, tutti paiono voler
essere presenti nell’onorare la memoria di Sabanci, la cui attenzione verso il prossimo è la chiave di lettura per cui un suo ritratto sia composto dalla presenza di ognuna di queste persone.

 

 

Un selfie a caso