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“Eden”: l’infanzia di Israele
10 Lug

“Eden”: l’infanzia di Israele

A Tel Aviv, nella sede israeliana della Ermanno Tedeschi Gallery fino al 22 agosto, è in mostra “Eden” di Barbara Nahmad. Si tratta di immagini che, attraverso i pennelli dell'artista, raccontano dell'Israele degli anni cinquanta, quando - appunto - esso tornava a rappresentare, per tutti gli ebrei della diaspora, la vera e propria “Terra Promessa”. Quadri che raffigurano immagini (tratte da libri dell'epoca che circolavano nelle comunità ebraiche di tutto il mondo allo scopo di favorire l'Aliyà) che in realtà potrebbero essere scene di qualsiasi posto, e che appaiono quasi sospese nel tempo. La reazione del pubblico locale, di qualsiasi generazione fosse, è stata di sincera emozione. Molte le scene collettive di bambini, come a sottolineare lo stato di “infanzia” della nuova nazione: bambini quasi sempre vestiti nello stesso modo, coi loro grembiulini a fare come da piccola uniforme del piccolo, giovane stato.

Per rendere al meglio la sensazione necessaria per trasmettere l'idea di distacco dal tempo e di emozione immediata e senza rumori e ridondanze, la Nahmad ha abbandonato il suo stile abituale, per cui è nota da anni e che la rende immediatamente riconoscibile: niente più olio su squillanti sfondi a smalto, niente più icone pop. Tutto è ridotto all'essenziale. E l'artista, con questo, pare voler sottolineare come - in questo periodo di estrema crisi (in effetti, soprattutto di valori) dell'occidente - possa essere cosa saggia trascurarne i falsi miti, gli orpelli, e andare alla ricerca della semplicità e della voglia di crescere, nel nome di un sogno collettivo e sociale. Che l'artista ritrova, con estrema naturalezza - lei, al contempo pienamente ebrea ed europea - in questa storia.

Barbara Nahmad, classe 1967, nata a Milano da genitori ebreo-egiziani e cresciuta nel contesto di organizzazioni ebraiche, ha vissuto anche un anno in un Kibbutz israeliano, per poi tornare nel capoluogo lombardo e frequentare l'Accademia di Brera. Le sue opere del passato, caratterizzate ora dalla rappresentazione di nudi pornografici tratti dalle riviste di incontri - corpi senza un volto, decadenti nel fisico e nelle intenzioni, con chiari riferimenti estetici a Lucien Freud - , e poi dalla raffigurazione di warholiana memoria degli “dei” del secolo passato, piuttosto che dalla rivisitazione dei baci storici che sono diventati a loro volta icone, l'hanno fatta apprezzare da critica, pubblico e collezionisti.
Ma ora, arrivata a un punto in cui non ha più la necessità di “dover dimostrare” per forza qualcosa, Nahmad sceglie - o per meglio dire, vi perviene naturalmente - di tagliare formalmente (e quindi stilisticamente) e concettualmente col passato.
Appare quasi paradossale che lo faccia con una mostra che si rifà ad immagini degli anni cinquanta. Ma, come dicevamo prima, in questo caso si tratta di testimoniare un passato che appare atemporale, anonimo e sospeso, e di cui emerge solo il significato profondo: ritrarre la voglia di rinascere e di creare, di crescere, di valori etici positivi, di assenza del superfluo, di sacrificio e di sostanza.
E queste istanze sono talmente urgenti nei nostri tempi da rendere i quadri di “Eden” più attuali che mai.
Questa svolta dell'artista la mette senza dubbio in gioco anche per il fatto che tende a rivelarne fragilità e difficoltà che precedentemente erano celate dietro alla sicurezza del proprio operato. Ma, come lei stessa afferma, “la cosa meravigliosa è che questo ha prodotto una visione molto aperta e positiva anche da parte degli altri. Perché tutti abbiamo fragilità e difficoltà, le ho io come le ha il mio pubblico e le hanno i miei collezionisti... Con tutti mi sono quindi ritrovata in un confronto più diretto, con meno distacco, con più commozione.”

La mostra proseguirà anche in Italia, in autunno, a Roma e a Torino.

Tommaso Gorla, inverosimili paesaggi
06 Ott

Tommaso Gorla, inverosimili paesaggi

Fino al 19 dicembre 2014, alla Galleria Patricia Armocida di Milano, è in mostra “Paesaggio Incompleto” di Tommaso Gorla.
Si tratta di quindici tele e venti acrilici su carta appositamente creati per questo evento, in cui l'artista torna ad affrontare il tema del paesaggio – già trattato in precedenza – ma con un approccio nuovo. Ovvero, ponendo al centro delle opere il tema su cui già da tempo ha concentrato la propria ricerca: la relazione tra l'immagine e la memoria.

Gorla, classe 1981, nasce a Verona ma si sposta all'estero, nel 2010, per un dottorato sull'antropologia dell'immagine; dapprima illustratore, si dedica sempre più alla pittura – pur restando il “disegno” qualcosa di centrale nella propria opera – e anche nell'arte concentra le tematiche approfondite a livello teorico.

I soggetti di Gorla sono vari. Si tratta sempre di lavori in serie, in cui è onnipresente l'incompletezza, voluta e niente affatto casuale. I suoi dipinti risultano sospesi; o, qualora siano completi (come nel caso dei paesaggi), ci si ritrova sempre qualche elemento difficilmente riconoscibile, tramite cui l'osservatore viene trasportato al di là del quadro, al di là dello stesso paesaggio. L'immagine in questione è in effetti completa per il pittore; più precisamente, raffigura con esattezza il ricordo che lo stesso ha dell'immagine, del soggetto raffigurato. Ecco perché Gorla, seppur figurativo, generalmente non dipinge copiando da fotografie; e se lo fa, mantiene di esse gli elementi salienti e distintivi, per poi distoglierne lo sguardo e lavorare sulla memoria.

Tommaso Gorla alla Galleria Armocida

 

“Paesaggio Incompleto” è stato, afferma l'artista, un esperimento. I lavori precedenti mettevano maggiormente in evidenza il suo concetto: nei bestiari, ad esempio, osserviamo che spesso agli animali raffigurati mancano alcune parti fondamentali. L'approccio di Gorla, nel togliere – poniamo - il becco ad un uccellino, comporta un paradosso che consiste nel fatto che eliminando l'elemento che più caratterizza qualcosa, l'assenza di tale elemento lo rende ancor più visibile, trasformandolo nel vero e proprio centro del disegno, stimolando la memoria che ognuno di noi ha dell'uccellino stesso.

Il paesaggio, invece, è un tema insidioso e complesso, affrontato e riaffrontato da innumerevoli artisti con innumerevoli approcci,  ed è senz'altro più difficile “eliminarne” un elemento facendo sì che questo fatto salti all'occhio. Gorla affronta quindi il paesaggio come un pretesto per capire come risulti in pittura il ricordo di un soggetto ben noto e condiviso, che ognuno di noi ha in mente. E l'obiettivo è renderne la sensazione, più che rappresentarlo. In questo caso, quindi, l'incompletezza non viene creata eliminando degli elementi, bensì aggiungendone alcuni, che però siano difficilmente indentificabili. Come, per esempio, delle linee verticali, il cui compito è quello di evocare la costante mutevolezza di un paesaggio, e l'ancor più mutevole ricordo che noi abbiamo di esso.

È un po' lo stesso atteggiamento – come peraltro l'artista stesso osserva – riscontrabile, in fotografia, nell'opera di Luigi Ghirri, che nelle sue foto (ultradefinite, ma effettivamente indefinite) appone elementi fuori contesto che entrano a far parte del paesaggio: ma né il paesaggio, né gli elementi sono soggetti dello scatto, invitando piuttosto ad andare oltre allo stesso.

Citando Chris Marker (regista geniale quanto misterioso, che in particolare con le sue opere più note - La jetée e Sans Soleil – affronta il tema della memoria) e Gerhard Richter (le cui Photographies Repeintes ricordano l'approccio nel “modificare” i paesaggi con elementi indefiniti) come fonti di sicura ispirazione, Gorla si appresta ad affrontare una nuova ricerca. E insistendo sugli elementi a lui più cari – ovvero il disegno e il tema della memoria – sta lavorando a opere di animazione.

Primo resoconto di Brafa Art Fair 2014
27 Gen

Primo resoconto di Brafa Art Fair 2014

Bruxelles è una città che vive di arte, ed è capace di sorprenderci: con la maestosità dei palazzi della Grand Place, con i suoi edifici Art Nouveau di Van der Velde, Hankar e Horta, ma anche con la presenza di importanti musei. Ad esempio, il museo di Magritte, pittore belga che non ha bisogno di particolari presentazioni; o anche il museo Hergè, quasi a fare da contraltare: si tratta del museo dedicato al famoso fumettista – belga anch’egli – creatore di TinTin. Di fatto, Bruxelles è da molti considerata la capitale della nona arte, grazie alla cultura che questo paese coltiva nei confronti della medesima: esiste infatti anche un importantissimo museo del fumetto.

 In questo contesto, così attento alla bellezza, all’arte, alla qualità della vita ed al piacere, da quasi sessant’anni si svolge un’importante manifestazione, che di fatto apre il calendario delle grandi mostre d’arte europee. Si tratta di Brafa Art Fair, la cui edizione del 2014 si svolge dal 25 gennaio e fino al 2 febbraio.

 

Brafa nasce come fiera dell’antiquariato, ma di fatto nel corso degli anni si trasforma in una fiera del collezionismo, in cui è possibile trovare pezzi importanti e rari che attraversano il tempo, abbracciando ogni epoca. Camminando tra gli stand anche quest’anno abbiamo visto di tutto, dall’arte dell’antico Egitto o addirittura della Mesopotamia di oltre cinquemila anni fa a quella medioevale, fino ad opere contemporanee come possono essere quelle dei vari Dalì, Magritte o anche Warhol o Haring; pezzi di modernariato di notevole valore; molta art decò, molto liberty, e anche – immancabile a Brafa – una vastissima selezione di arte tribale africana.

 

Per il collezionista, questa fiera rappresenta un’occasione importante per accaparrarsi pezzi unici, che possono anche valere milioni di euro. Per chi non disponga di budget spropositati, comunque, non è difficile trovare – a costi decisamente più accessibili – oggetti davvero belli e preziosi per arricchire la propria casa.

Le Miroir Invisible, René Magritte (Harold t’Kint de Roodenbeke)

 

Ma il bello di Brafa è che, più in generale, rappresenta una sorta di grande mostra che offre l’opportunità irripetibile di avvicinarsi ad una serie di capolavori molto eterogenei, accomunati sì dal valore collezionistico, ma che allo stesso tempo permettono al visitatore di godere di una panoramica sull’arte e sulla bellezza che percorre idealmente tutta la storia della civiltà umana, in ogni continente.

Busto di nobildonna, Pollaiolo (Chiale Antiquariato)

 

Storicamente, al Brafa la presenza più importante è quella dei collezionisti – come anche degli espositori – nordeuropei. Negli ultimi anni, però, cresce sempre più la partecipazione di operataori provenienti dall’Italia. Quest’anno sono quattro gli espositori che portano le loro opere qui in fiera. Due di questi sono al loro esordio: Chiale Antiquariato, di Racconigi, che esordisce con un importante busto di nobildonna in legno dipinto eseguito dal Pollaiolo tra il 1465 e il 1470, e Robertaebasta di Roberta Tagliavini di Milano, che oltre a diversi elementi di arte decorativa porta una grande tela di Mario Cavaglieri, importante pittore liberty rodigino già apprezzato da Roberto Longhi, che è stato definito da Vittorio Sgarbi come il pittore del novecento da lui più amato.

Roberta Tagliavini (Robertaebasta) davanti al dipinto di Mario Cavaglieri

 

Accennavamo al fumetto. Ritrovandosi in quella che è considerata la capitale del collezionismo di settore, Brafa è diventato un vero e proprio luogo di culto per aver ospitato in passato le procedure di una vendita da due milioni di euro di un pezzo da collezione ambitissimo: la copertina dell’albo di Tintin ‘Les Cigares du Pharaon’. Nell’edizione di quest’anno ci sono due gallerie specializzate – Champaka (che espone tra le altre la tavola 8 tratta da “Valentina e gli ussari della morte”, opera del 1968 del nostro Guido Crepax) e Petit Papiers – che portano circa 50 disegni originali di alcuni fra i più noti artisti del genere. E agli appassionati di fumetti viene data un’opportunità speciale: possono avvicinarsi alle opere esposte, toccarle con mano, scoprire tutti i segreti e le informazioni relative alla loro creazione.

Guido Crepax, Valentina e gli ussari della morte

 

 

Piero Manzoni (al centro) con i fratelli
05 Mag

Conversazione con i familiari di Piero Manzoni, in occasione della mostra milanese

Esistono modi diversi per raccontare un artista: ovviamente visitando le mostre, piccole o grandi, che permettono di vedere dal vivo i capolavori dei pittori e degli scultori che amiamo. Ancor più affascinante, però, è – quando ne abbiamo la possibilità – riuscire a parlare direttamente con gli autori. E scoprirne, oltre all’aspetto creativo, il lato umano.
Uno degli artisti che riteniamo umanamente più interessante – chiaramente, non avendolo conosciuto, soltanto avvalendoci dei dati biografici più noti – è Piero Manzoni. A lui Palazzo Reale di Milano, fino al 2 giugno, dedica la più grande mostra antologica finora realizzata in Italia. La sua eredità è ancora viva e attiva, Piero continua a essere una figura estremamente influente nell’arte moderna, oggi come cinquanta anni fa.

Un peccato, insomma, non potere intervistare una mente visionaria come la sua e non poter incontrare l’uomo, oltre all’artista. Grazie alla gentilezza della famiglia Manzoni, però, siamo riusciti a sopperire a questo fatto. Abbiamo incontrato il fratello Giacomo, testimone diretto del Piero ancora vivente e attivo, Valeria, Antonio, Luisa e Antonietta, figli dei fratelli e delle sorelle dell’artista. Non hanno conosciuto direttamente Piero e hanno intrapreso percorsi completamente diversi tra loro, ma hanno vissuto nell’ambiente familiare di Manzoni. Avendo ascoltato storie e aneddoti su lui, possiamo affermare che rappresentano  una sorta di incarnazione dell’eredità che Piero ha lasciato.

 

Piero Manzoni con il fratello Giacomo

Giacomo Manzoni di Chiosca, lei era il fratellino minore di Piero. Comincio col chiederle un’opinione sulla mostra di Palazzo Reale.
Purtroppo non sono ancora riuscito ad andare alla mostra, e me ne dispiaccio. Si tratta sicuramente di un evento importante: Piero ha sempre voluto bene a Milano e Milano ha sempre voluto bene a Piero.

Che cosa ha portato a questa esposizione, che cosa – o chi – dobbiamo ringraziare, a parte ovviamente l’arte di Piero?
Chiaramente la Fondazione Manzoni è stata una componente importante per poter diffondere il nome di Piero un po’ in tutto il mondo, e naturalmente anche Milano si è poi risvegliata a seguito delle altre mostre che sono state fatte in Germania, negli Stati Uniti e così via. Piero già da ragazzo era un personaggio internazionale. A Milano era un po’ meno considerato, ma nei paesi nordici la sua arte era apprezzatissima. L’ultimo viaggio che aveva fatto in Belgio era stato un piccolo trionfo per lui e infatti era tornato davvero felice di quell’esperienza.

Stando a quello che lei ha visto, quali delle opere di Piero è stata quella che lo ha reso più soddisfatto e per la quale pensava di aver toccato i vertici? E quale quella che lo ha tormentato di più, e perché?
Senz’altro gli Achrome, tele grinzate. Erano tra le sue prime opere bianche e con quelle aveva staccato con le precedenti. Oltre naturalmente a quei monumenti molto particolari come la Base del Mondo o la linea lunga sette chilometri e più. Lo tormentavano invece i tanti progetti che aveva in corso e che desiderava ardentemente realizzare: in particolare il “Teatro Pneumatico”. Ricordo che ero al secondo anno di ingegneria, e lui mi diceva “ma perché non mi progetti la struttura del teatro? Ho già ideato tutta la forma…” Io gli spiegavo che non ero ancora in grado di progettare una struttura così complessa. Mi coinvolgeva spesso nei suoi lavori perché eravamo molto affiatati: io ero già all’università, non ero più un bambinetto e gli davo una mano dove possibile. Ero appassionato di chimica, per cui in tutti i lavori per cui questa fosse necessaria cercavo di aiutarlo. Ma anche lui aveva una grandissima manualità.

Quale invece il lavoro di suo fratello che lei ha sempre amato di più? E perché?
A me piacciono moltissimo le cosiddette “nuvole”, quei ciuffi di lana di vetro. Ma è solo una questione legata al mio senso estetico.

Una domanda che è giusto fare a lei piuttosto che alle altre sorelle, perché lei era più piccolo di Piero. Cosa rappresentava per lei questa figura che per il pubblico rappresenta quasi una leggenda?
Mi ricordo momenti di dolcezza, di tenerezza… Spesso si lavorava tutti insieme, per esempio le famose linee hanno impegnato un po’ tutti quanti, perché c’era da tirare di qui, spingere di là, e aprire tutte le porte perché dovevano arrivare dalla parte opposta della casa per poter fare una linea lunga 21 metri…
Per me Piero era un modello – più che per la sua arte, che da piccolo non riuscivo a seguire – per certi suoi atteggiamenti, per le sue capacità, per come viveva la vita. Da certi punti di vista era un esempio per tutti, anche se, come in tutte le famiglie, ci sono state anche situazioni di contrasto: la nostra famiglia è sempre stata molto religiosa e quando ad un certo punto lui ventenne si disinteressò alla cosa per la mamma fu doloroso. Più tardi però, l’unica vera preoccupazione che aveva la mamma era il fatto che avesse poca cura della sua salute. Noi eravamo giovani, ci sembrava impossibile l’idea di poter morire a quell’età, e quindi lo prendevamo in giro perché era diventato grassottello e certe volte gli faceva male il fegato; invece la mamma era davvero preoccupata.

Devo chiederglielo per forza. Ma non voglio chiederle cosa ci fosse realmente nel barattolo. Le chiedo soltanto: allora, da ragazzino, lei credeva veramente che dentro ci fosse merda d’artista?
Non mi ero posto il problema, però ricordo un aneddoto divertente: Piero aveva finito da poco di fare questa serie e doveva sdebitarsi con un amico. Mi chiese un consiglio su cosa potesse regalargli: io gli consigliai di regalargli uno dei suoi barattoli. Lui allora mi disse: “Non si regala della merda a un amico!”.

 

Abbiamo poi posto quattro domande ai quattro nipoti di Piero. Ad ogni cugino le stesse, in una sorta di intervista quadrupla, per mettere a confronto i loro punti di vista.

Voi tutti avete in comune parte del patrimonio genetico con vostro zio Piero. Se voleste cercare in voi a livello professionale ma anche personale tracce dei geni comuni a quelli dello zio, in cosa li ritrovereste?

Valeria De Rege (figlia di Mariuccia, sorella maggiore di Piero, e sua prima nipote. Vive su un’isola del Canada ed è un’artista. Si chiama come la nonna Valeria, mamma di Piero)
Non credo di assomigliargli molto, ma forse il mio figlio più grande ha un certo sguardo, un certo sorriso che gli assomigliano, e anche quell’aria un po’ birichina… Però anche io sono un’artista, dipingo, faccio mosaici. Inoltre, come lui ho sempre scelto ciò che mi diceva il cuore e ciò che mi pareva bello e giusto per me stessa. E nel fare questo mi è spesso toccato dare qualche dispiacere ai miei genitori, che forse avrebbero voluto che io facessi altro.

Valeria de Rege

 

Antonietta Pasqualino di Marineo (figlia di Elena, seconda sorella maggiore di Piero, vive a Milano ed è una chef)
Lui era particolarmente creativo e geniale. Cosa che non è che non rivedo in me, ma di certo non a quei livelli. Ora la cucina va molto di moda, ma io cucino da quando ero piccola e non l’ho mai vista come una forma di arte, piuttosto come qualcosa di più legato al fare, al materico, qualcosa da consumare. Amo molto l’aspetto del realizzare per poi consumare. Forse le cose in comune possono essere quelle educative e non genetiche: lui aveva ricevuto un certo tipo di educazione da nostra nonna che credo sia in parte quella che noi abbiamo ricevuto da nostra madre, legata al rispetto e alle regole della vita di tutti i giorni.

Antonietta Pasqualino di Marineo

 

Antonio Manzoni di Chiosca (figlio di Giacomo, fratello minore di Piero. Vive a Torino ed è un ingegnere)
Abbiamo studiato le stesse cose fino a un certo punto, poi lui si è diretto verso gli studi di giurisprudenza e io invece ho studiato ingegneria come mio padre e mio nonno materno. Io non sono per niente portato al disegno, mentre lo zio era bravissimo a disegnare: infatti le sue opere iniziali sono dei paesaggi, dei quadri anche molto accademici ma che dimostrano che era veramente molto bravo con il pennello in mano. Questo credo lo avesse preso da sua madre, la nonna Valeria che era veramente un’artista anche se non lo ha mai fatto per vivere. Sicuramente in comune con lui ho un fortissimo legame con la famiglia.

Antonio Manzoni di Chiosca

 

Luisa Manzoni di Chiosca (figlia di Giuseppe fratello più piccolo di Piero Manzoni, lavora in una casa editrice)
Mi ha trasmesso la passione per l’arte, insieme a mio padre (storico dell’arte) a quella contemporanea in modo particolare. Inoltre ho ereditato alcune caratteristiche quali la cordialità, l’interesse per le persone, la capacità di instaurare rapporti con gli altri. E anche lo spirito di iniziativa. Tutte doti molto “manzoniane” e che mi sono molto utili nel mio lavoro, anzi, mi ci hanno condotto quasi spontaneamente.

Luisa Manzoni di Chiosca

 

Vorrei chiedere proprio a voi, che non lo avete vissuto direttamente, qualcosa sull’uomo Piero. Forse lo vedete circondato da un’aura diversa dai vostri genitori,  quasi mistica. Però quest’aura può essere a volte alimentata o – al contrario – sdrammatizzata dai racconti familiari.

Valeria: I racconti di mio padre erano più che altro storie di fughe notturne di giovani che uscivano, andavano a bere, andavano al cinema e si divertivano. Però mi ha anche detto che nonostante la sua vita da artista, era molto legato alla famiglia ed era sempre presente in occasione di feste e ricorrenze. Io sono l’unica che Piero ha conosciuto tra tutti i miei cugini e mia madre mi ha raccontato che quando ero molto piccola, durante il mio primo Natale, lui era venuto a trovarmi ed era molto preoccupato che io cadessi perché cominciavo appena a camminare muovendo i primi passi. Evidentemente non era abituato ai bambini…

Antonietta: Ricordo in particolare di mia madre che mi raccontava che quando lo zio fece la performance sul “mangiare l’arte” con le uova sode, la nonna tornando a casa si era trovata questo conto di non so quante uova da pagare… e si era spaventata molto, però non per la spesa, ma perché lo zio aveva il colesterolo alto e avrebbe dovuto stare a dieta. Quindi era terrorizzata dall’idea che avesse potuto consumare 150 uova!

Antonio: Mia madre è molto più piccola di Piero e ha un unico ricordo. Essendo la più piccola del gruppo era sempre oggetto di scherzi da parte degli amici. E un’estate in cui giocando al mare in acqua hanno esagerato cercando di affogarla per scherzo lei si ricorda benissimo dello zio Piero che è intervenuto per fermare questo gioco stupido. Il ricordo di un uomo grande che è intervenuto per salvare una bimba.

Luisa: Negli anni in cui lo zio Piero dipingeva ancora sotto l’influsso degli Spazialisti e dei Nucleari, per un certo tempo utilizzò come atelier una vecchia cucina in disuso in un’ala poco usata dell’antica casa di famiglia Meroni. Mio padre allora frequentava la quarta elementare e spesso, con due amichetti, si avventurava a esplorare i più riposti locali di quella grande casa.
Un giorno si sono trovati nel locale dove lo zio Piero dipingeva e con entusiasmo e incoscienza infantili si misero a giocare ai pittori, imbrattando dei fogli da disegno con i preziosi (e costosissimi) tubetti di colore professionali che avevano trovato. Quando lo zio Piero lo scoprì gli fece una lavata di capo memorabile: non aveva mai visto suo fratello così arrabbiato con lui, di solito nei suoi confronti era molto gentile e affettuoso.

 

Cosa pensate dell’arte di vostro zio? Vi piace?

Valeria: Mi piacciono gli achromes. Le tele grinzate che vedevo nel salotto di mia nonna… Sono ricordi di bambina, andavo in un luogo che per me era molto piacevole e vedevo queste opere bianche con solo qualche linea che suggeriva un pensiero, una sensazione. Il bianco crea spazio e senso di libertà.

Antonietta: Mi piace l’arte di mio zio, fa parte della mia vita totalmente. Fin da piccola ho sempre vissuto vedendo le sue opere attaccate alle pareti di casa della nonna. Quindi mi piacciono tutte, anche se poi ovviamente ce ne sono alcune che preferisco a livello estetico. Le tele grinzate e le grandi lane di vetro, ad esempio. Poi ci sono le cose più divertenti, come la Merda e il Fiato d’Artista, che sono più geniali ma meno belle a livello estetico.

Antonio: Mi piace decisamente la sua arte, sarà anche perché l’ho sempre vissuta come parte della famiglia e l’ho sempre vista in casa della nonna. Secondo me lui ha anticipato tutta l’arte moderna e dopo di lui c’è stato ben poco di nuovo. Mi è capitato di andare diverse volte ad Artissima, qui a Torino, vedere esposte delle opere e pensare “ecco, questo lo zio lo aveva già visto, lo aveva già fatto o lo aveva in qualche modo già intuito”. Sarò banale, ma mi piacciono gli achromes, le sue tele grinzate, che poi sono state l’apice della sua arte. Ce ne sono alcune meravigliose, quella che c’è alla GAM qui a Torino è bellissima.

Luisa: Pur studiando Scienze Politiche, avevo inserito l’esame di Storia dell’Arte nel piano di studi: ho così potuto provare il piacere e l’orgoglio di riscoprire criticamente quello zio che già conoscevo. Lo zio Piero è una figura centrale dell’arte contemporanea, con le sue opere propone interrogativi fondamentali e apre strade nuove, precorrendo di decenni gli sviluppi successivi: insomma, un genio assoluto. Le sue opere che preferisco sono gli achromes con i sassolini.

 

Concludendo in maniera un po’ scontata… ci provo anche con voi. Ditemi la verità. Cosa c’era veramente nelle scatolette?

Valeria: Non so cosa ci fosse nelle scatolette, ma se lo sapessi non lo direi. In fondo, cosa importa? Non lo so e non lo voglio sapere. Sapere rovinerebbe tutto.

Antonietta: Non lo so, veramente. Quando ero più piccola mi capitava che la nonna me le facesse spostare, ma essendo chiuse non si capiva cosa ci fosse dentro. E non credo sarebbe stata una buona idea aprirle. Una scatoletta di merda di artista non la avrei mai aperta!

Antonio: Io personalmente non ne ho idea, non ne ho mai neanche toccata una, le ho sempre viste esposte dentro delle bacheche. Immagino però che ci sia quello che ha dichiarato. Era una persona seria lo zio!

Luisa: Sicuramente ci sarà merda!

Takashi Murakami a Milano
28 Lug

Takashi Murakami a Milano

“Il Ciclo di Arhat“, a Palazzo Reale fino al 7 settembre, è la prima mostra di Takashi Murakami  in uno spazio espositivo pubblico italiano. Si tratta di opere recenti di pittura e scultura di grandi dimensioni, che raccontano la svolta del celebrato artista nipponico, definito nel 2008 dalla rivista Time il più influente rappresentante della cultura giapponese contemporanea.

E se consideriamo il fatto che il baricentro dell’arte si è già da tempo spostato con decisione verso quel lato del mondo, non è certamente una definizione da poco.

 

 

E Murakami è fortemente giapponese: con la sua opera vuole nobilitare la cosiddetta subcultura Otaku (che si rifà al mondo dei manga, degli anime e dei videogames) e sottolinearne l’importanza in relazione al Giappone contemporaneo; e, al contempo, intende promuovere il valore di un’arte del Sol Levante completamente autonoma da influenze occidentali.

E ci riesce benissimo: l’unica influenza che l’occidente ha esercitato sull’artista è il suo modo di rapportarsi col marketing (le borse da lui disegnate per Vuitton ne sono l’emblema più significativo) e con l’organizzazione (che per certi versi ricorda la Factory di Warhol, per altri gli studios Disney) del proprio lavoro e di quello degli artisti con cui si relaziona.

 

Un Arhat, nel buddismo, è  un essere che ha compiuto il medesimo percorso del Buddha ed è a un passo dall’illuminazione: gli Arhat di Murakami, di fronte all’ineluttabilità del fato, intendono aiutare gli uomini ad andare avanti dopo i recenti disastri di Fukushima e del terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011. Tre dipinti enormi, di oltre 10 metri di lunghezza, e la grande scultura Oval Buddha Silver sono ospitati – per nulla casualmente – nella Sala delle Cariatidi.

 

La mostra è curata da Francesco Bonami, a cui abbiamo posto alcune domande.

 

Com’è possibile che un artista di fatto lowbrow riesca ad arrivare ad esporre al MOMA o alla reggia di Versailles? In cosa si differenzia da tanti altri e quali novità ha portato rispetto a molti suoi contemporanei e simili?

Come tutti i grandi artisti, Murakami ha inventato il suo linguaggio. E si tratta di un linguaggio molto particolare, perché è riuscito a integrare perfettamente la cultura giapponese contemporanea – che ormai tutti conosciamo – con i miti della cultura giapponese antica. Il sorprendente risultato è una forma di pop art nipponica assolutamente unica. Credo che questo sia un segno inconfondibile, un’unicità che lo rende molto attraente per i musei di tutto il mondo.

Nel mondo occidentale c’è qualcuno che riesca a fare questo? Portare avanti l’arte classica ma rendendola in chiave moderna come fa lui, senza maniera e senza citazionismo? Non mi viene in mente nessuno…

L’unico che può fare testo è Charles Ray, lo scultore di Los Angeles che divenne particolarmente noto da noi per aver messo ‘Il Ragazzo con la Rana’ sulla Punta della Dogana di Venezia. Incredibilmente, gli rimossero l’opera perché era troppo contemporanea. Ma è esattamente questa la sua ricerca: lui tenta di capire come sia possibile fare una scultura classica calata nell’epoca contemporanea. In effetti, però, dalle nostre parti questi casi sono rarissimi. Credo che sia in gran parte dovuto al fatto che l’Occidente, a differenza del Giappone, non abbia mai avuto quei momenti di chiusura e di forzata autoriflessione – spesso in seguito ad eventi disastrosi e drammatici come fu ad esempio la bomba atomica – che hanno letteralmente resettato un modo di pensare e di vivere secolare. Un processo fondamentale per poter costruire linguaggi nuovi, armonicamente correlati alla propria storia passata. Noi – in particolare noi italiani, peraltro – ci rapportiamo col nostro passato in modo troppo nostalgico. Murakami non ha alcuna nostalgia ed è quello che credo sia la sua grande forza. La nostalgia porta a volersi identificare con il passato, e non invece ad interpretarlo, rielaborarlo, ricostruirci sopra.

La scelta di porre opere che testimoniano disastri nella sala delle cariatidi di chi è stata? Mi pare una scelta simbolica, ricorda quella di Picasso con Guernica del 1953…

Effettivamente è una scelta di quel tipo. L’abbiamo pensato e ne abbiamo parlato con Murakami: non volevamo fare una retrospettiva, e volevamo invece fare qualcosa di fortemente simbolico proprio in questo spazio. Glielo abbiamo mostrato, e lui ne è rimasto molto impressionato. Gli era piaciuta molto anche la biblioteca Ambrosiana, ma la Sala delle Cariatidi sembra fatta apposta per il discorso dell’artista: è uno spazio che rimase vittima di un incendio causato dai bombardamenti che ne distrussero il tetto e il pavimento di legno, è rimasto a lungo senza copertura, e gli agenti atmosferici hanno poi completato la distruzione. Un po’ quello di cui parlano le recenti opere di Murakami, della follia umana e della forza incontenibile della natura. Credo quindi che questi lavori, collocati in questo posto, assumano una forza particolare, superiore.

Secondo lei possiamo definire queste grandi opere di Murakami come un esempio di moderna arte sacra?

Direi assolutamente di sì. L’arte religiosa nasce per confrontarsi con i misteri del nostro mondo. Lui prima faceva un’arte molto leggera, piatta e “superficiale”, che lui stesso chiamava “superflat”, ovvero superpiatta; adesso, invece, ha creato un’arte molto profonda perché generata da una riflessione sulla realtà e sui disastri che hanno colpito la sua società e anche lui personalmente: Murakami viveva a Tokyo con la sua famiglia, e ha deciso di trasferirsi a Kyoto per evitare al figlio le possibili conseguenze delle radiazioni. Credo che abbia sentito veramente e profondamente, come tutti i giapponesi, il senso dell’ineluttabilità del destino. Per questo ha dovuto necessariamente cambiare approccio con la propria espressione, e di conseguenza anche stile. E questa nuova arte di Murakami è decisamente un’arte religiosa.

 

Myriam Ben Salah, Sarah Cosulich Canarutto, Marta Papini, Maurizio Cattelan
27 Nov

Intervista a Maurizio Cattelan sulla sua mostra “Shit And Die”

A Torino, a Palazzo Cavour fino all’11 gennaio 2015 , è allestita la mostra “Shit And Die”. Con questa mostra il curatore Cattelan riesce effettivamente a prendere il sopravvento sull’artista Cattelan. E questa affermazione serve per fare ammenda: chi scrive ha avuto difficoltà – a livello personale – a scindere le due cose (difficoltà espressa dallo stesso Maurizio Cattelan nell’ intervista che seguirà); ma non è difficile ammettere i propri torti di fronte all’evidenza. Ripensata, e quindi inevitabilmente rivisitata, la mostra rende certamente piena giustizia agli artisti esposti, e di conseguenza ai curatori tutti, ovvero Cattelan e le giovani Myriam Ben Salah e Marta Papini.

 

Maurizio Cattelan, Marta Papini, Myriam Ben Salah

 

Il titolo della mostra – preso in prestito da un famoso slogan al neon di Bruce Nauman – allude, nel contesto, al presupposto “vizietto” di Cavour, che si dice amasse pasteggiare con le proprie deiezioni. E il tema dell’ineluttabilità del tempo che scorre e di cui le uniche certezze della vita paiono essere quelle del titolo è effettivamente ricorrente nel corso dell’intera mostra.

Un approccio non già pessimista, ma malinconicamente realista: la stessa sensazione evocata, nella terza sala, dall’allestimento di una serie di mobili dei torinesissimi Gabetti & Isola e destinati agli utopistici villaggi Olivetti, dal design estremamente funzionalista.

Una mostra dedicata a Torino, e quindi torinocentrica, ma che attraverso la città racconta quindi altro; e racconta anche “altrove”, come fa Pascale Marthine Thayou – artista camerunense che vive in Belgio – che recupera al mercato di Porta Palazzo oggetti ricollegabili alla propria cultura di origine, creando con essi un ambiente realmente globale. O come, in senso inverso, fa Stelios Faitakis, artista greco che glorifica Torino ricreando significative scene della storia cittadina come fossero icone (neo)bizantine.

Notevoli sono i “prestiti” alla mostra di importanti musei torinesi che alla morte (e alla vita!) sono in qualche modo dedicati: dalla forca dei condannati a impiccagione (e i vasi che i detenuti non ancora impiccati dipingevano mentre vi assistevano, certamente “shitting themselves”) del Museo Lombroso di Antropologia Criminale, allo scheletro di Carlo Giacomini, già direttore del Museo di Anatomia Umana (a cui donò il proprio corpo), che qui a Palazzo Cavour vigila nella sala dei ritratti dedicati ai torinesi illustri.

Il percorso della mostra si compie nelle due sale finali: dapprima lo studio del Conte di Cavour, incellofanato, che voci di corridoio ci dicono ricordi in effetti le precauzioni adottate durante lo svolgimento di certe pratiche (sebbene noi si voglia leggere diversamente l’installazione…), completo di foto del sommo Tolouse-Lautrec intento a fare la cacca: a ricordarci che la fanno proprio tutti. Ed infine, un’automobile che, con lo scorrere del tempo (e i metronomi a rendere questo scorrere sensibile), si accartoccia su sé stessa. E, devo dire, rende il senso dell’ineluttabilità palpabile e angosciante.

 

Ammetto di avere difficoltà, nel guardare una mostra curata da un artista influente e di personalità quale lei è, a non vedere la mostra stessa come un’opera a sua volta. Cosa posso fare per liberarmi da questo preconcetto?
La mostra è frutto di un lavoro di squadra con Myriam e Marta, l’abbiamo ideata e costruita insieme, a sei mani e tre teste. Se non bastasse questo, a Palazzo Cavour ci sono opere di oltre sessanta artisti, molti più bravi di me. Alla fine funziona un po’ come un tumblr: noi ci siamo limitati a scegliere le opere e a metterle in relazione nello spazio, dando vita a nuove associazioni visive.

 

 

Guardando ai tanti aspetti di Torino, che qui sono ben rappresentati, dubito che quello a cui lei si senta più vicino sia quello operaio – un mestiere che ha fatto, ma sappiamo che “Lavorare è un Brutto Mestiere”. Quale ritiene sia l’aspetto della città a lei più prossimo, e cosa pensa di Torino in particolare soprattutto dopo aver lavorato a questa mostra?
A volte la cosa migliore che ti possa accadere è un disastro, è questo il genere di potenziale che mi sembra di intravedere per Torino. È orfana prima del regno e poi dell’industria, ma può produrre ancora molto in termini di avanguardie culturali. L’energia produttiva del passato può essere trasformata, e mi sembra di vedere in certe manifestazioni, come Artissima o il Club to Club, questa volontà di reinventarsi. È una scommessa: ha così tanto da perdere che può vincere.

 

 

Shit and die. Il titolo della mostra implica una vita in cui valga ancora la pena sperare? (dalla famosa frase “chi visse sperando morì cagando”)
La speranza è un concetto che non mi appartiene, credo piuttosto che sia la volontà l’elemento indispensabile. Certo, tutti moriremo, ma nel frattempo ognuno dovrebbe cercare di far sì che il proprio tempo sia impiegato al meglio. Negli anni mi sono convinto che impegnarsi a raggiungere i propri obiettivi o a non raggiungerli richieda lo stesso sforzo.

 

 

 

Art Basel Miami Beach. La fiera attraverso le opere di dieci artisti
08 Dic

Art Basel Miami Beach. La fiera attraverso le opere di dieci artisti

Art Basel è una delle più importanti fiere di arte moderna e contemporanea al mondo. Si svolge ogni anno, in tre distinti appuntamenti, a Basilea, a Miami Beach e ad Hong Kong.
A Miami Beach sono 267 le gallerie presenti, provenienti da 31 paesi.

Riviviamo la fiera di quest’anno attraverso 10 artisti:

NATHALIE DJURBERG, videoartista e scultrice svedese già vincitrice di un Leone alla Biennale di Venezia del 2009 (per i film in stop-motion prodotti con Hans Berg) propone presso lo stand di Galleria Marconi alcune sue recenti opere, ovvero dei Donut di gommapiuma, sculture-poltrone la cui forma circolare richiama un concetto ricorrente nelle installazioni dell’artista, a richiamare la forma essenziale del cosmo.

NATHALIE DJURBERG

 

GÉZA SZÖLLŐSI, artista ungherese, è presente allo stand di NextArt Galeria con una delle sue facce animali gonfiate, realizzate con reali teste di animali morti e trattate tramite tassidermia. Profondamente unpop, eccessivo, spesso accostato idealmente in questo ad artisti quali Jake and Dinos Chapman, Jeff Koons o Cindy Sherman – coi quali ha anche esposto – è anche fotografo e grafico. Certamente i lavori basati sulla tassidermia o sulla carne animale sono i più scioccanti (e c’è da dire che quello qui presente è uno di quelli più “delicati”), ma probabilmente – e forse anche grazie a questo – i più efficaci.

GÉZA SZÖLLŐSI

 

ERNESTO NETO, artista brasiliano, con “Nós Sonhando [Spacebodyship]”, installata a Collins Park, invita il visitatore a riposare il suo corpo, ed implicitamente – attraverso il titolo dell’opera – a far sì che questo riposo possa essere preludio a un viaggio onirico che certamente garantirà una più profonda fruizione dell’opera stessa, come di ogni opera presente. Fa parte di una serie di 26 installazioni site-specific di svariati artisti per il parco, che sviluppano il concetto di sperimentazione.

ERNESTO NETO

 

ROBERT WILSON, definito “il più grande artista teatrale d’avanguardia”, è senza dubbio artista totale: scultore, pittore, coreografo, sound e light designer, performer, video artista, regista e drammaturgo. La galleria Thomas Schulte porta a Miami tre videoinstallazioni – già presentate al Louvre un anno fa – in cui Lady Gaga è la musa che reinterpreta alcuni importanti quadri del passato, tra cui spiccano quelli dei neoclassici Ingres e David.

ROBERT WILSON

 

SALLY MANN è presente con una delle sue fotografie più famose: “Candy Cigarette”, in cui la figlia Jessie appare sospesa in un frammento di tempo irreale, come distratta dalle sue attività infantili, con in mano una caramella a forma di sigaretta: una sorta di rivisitazione di una donna vissuta in chiave infantile, in cui la forza paradossale è notevole. La stampa, una silver print facente parte di una serie limitata a 25 ed esaurita, è della Edwynn Houk Gallery.

SALLY MANN

 

PETER MARINO, archistar che ha rivoluzionato il concetto della boutique di lusso, è “presente” più che mai, quasi in carne ed ossa, al Bass Museum. Certamente è presente una delle sue mise di cuoio nero, indossata da una sua riproduzione iperrealista che invita irresistibilmente al selfie. È esposta parte della sua collezione privata di opere d’arte: artisti quali il nostro Rudolf Stingel, Dan Colen, Christopher Wool, e ancora Anself Kiefer, Georg Baselitz, Robert Mapplethorpe.

PETER MARINO

 

 OS GEMEOS, graffiti artists brasiliani e gemelli monozigoti (da cui il nome), espongono un’opera “Untitled” allo stand di Lehmann Maupin. Da una tavola di 254 x 330 x 16 cm pare fuoriuscire un personaggio dalla pelle gialla – caratteristica ricorrente nei lavori del duo, che afferma che fosse il colore abituale dei sogni di entrambi. Certamente, il giallo e in generale i colori utilizzati da Os Gemeos sottolineano una forte identificazione con la loro terra.

OS GEMEOS

 

HANDIEDAN, artista olandese, realizza elaborati collage tridimensionali a bassorilievo, con un meticoloso lavoro sui vari layer, in cui combina sfondi vittoriani, barocchi, neoclassici con elementi quali antiche stampe, banconote, carte da gioco, carta da musica e ponendo al centro del soggetto figure di classiche pin-up o anche machi sempre rigorosamente d’epoca. Estetica, simbolismo e forza figurativa per la artista di Hashimoto Contemporary.

HANDIEDAN

 

GUNILLA KLINGBERG lascia il segno – è il caso di dirlo – con l’ennesima declinazione del suo “A Sign In Space”: una sorta di rullo compressore rivestito di parti di pneumatico giustapposte a formare un disegno geometrico passa, ogni mattina, sulla spiaggia di Miami. Formando un pattern che gli eventi naturali ed umani gradualmente cancelleranno nel corso della giornata. Come un mandala, a ricordare l’apparente paradosso dell’eternità nell’effimero.

 

GUNILLA KLINGBERG

 

THEO JANSEN rende a sua volta protagonista la spiaggia di Miami Beach popolandola con le sue Strandbeesten (lett. “animali da spiaggia” in olandese), sorta di giganteschi “insetti” semoventi e addirittura dotati di abilità percettive, memoria e omeostasi. «i confini tra arte e ingegneria esistono solo nelle nostre menti», dice Janssen, e a ragione: non a caso viene naturale pensare all’approccio di Leonardo. E nel frattempo, alla Scope, Maya Polsky Gallery espone le foto fatte da LENA HERZOG alle bestie di Jansen.

THEO JANSEN

 

 

L’impulso e il controllo, Thula
17 Feb

L’impulso e il controllo, Thula

“Vietato NON toccare le tele”. Questo l'insolito monito sottointeso da Thula, pittrice romana di nascita e milanese di adozione. Ed effettivamente i suoi quadri, plastici e materici, fatti di volume almeno quanto di cromatismi, reclamano a tutta forza di essere accarezzati, per seguirne forme e spigolosità.
Rischi non ce ne sono: afferma la pittrice che le sue opere sono perfino lavabili, con acqua e sapone.

Le tele di Thula sono il risultato di un'approfondita ricerca sui materiali e i mezzi. Il lavoro viene generalmente svolto tramite spatola, a modellare resine bicomponenti – che solitamente hanno tutt'altra destinazione di utilizzo, ovvero la creazione di oggetti – in seguito colorate e poi finite con una laccatura a base di flatting da barca. Materiali inusuali, questi (ed altri ancora) usati dall'artista, a realizzare quadri aniconici in cui la ricerca dell'estetismo e della forza espressionistica è al centro dell'atto creativo.

I quadri di Thula sono opere spesso faticose, in particolare quelli grandi. Faticosi fisicamente, a causa dei vapori tossici delle resine da respirare, delle posizioni forzate per stendere la materia e per farlo presto, perché ci sono solo due ore di tempo prima che inizi ad essere non più malleabile. E questa fatica fisica, questa fretta obbligata che porta anche a una notevole fatica mentale, costringono la pittrice ad un gesto creativo che dev'essere al contempo di assoluto impulso e di massimo controllo possibile. La chiave per riuscirci è l'equilibrio: occorre saper liberare totalmente le proprie emozioni ed i propri sentimenti, e allo stesso tempo saperne dominare la forza drammatica affinché non prendano il sopravvento. Un equilibrio che è evidente nelle opere, che sanno apparire simmetriche anche quando non lo sono, che risultano liquide anche quando sono in realtà cristallizzate. Come nella natura stessa del vetro, solido che si comporta in un certo senso come un liquido.

La mutevolezza insita nei quadri di Thula appare evidente muovendosi attorno ad essi, o cambiando le luci che li colpiscono e le loro inclinazioni: nuove forme paiono di volta in volta palesarsi, anche nelle più recenti opere totalmente bianche, che danno pertanto maggior spazio ed importanza alle forme volumiche. E in questo senso, molto affascinanti sono anche i più recenti lavori dell'artista, che sulle sue tele bianche proietta immagini di terre e di elementi della natura, che paiono animarsi di movimenti nuovi, astraendo la realtà dell'immagine stessa. Quasi fossero la leggendaria terra di Thule, mutevole e cangiante, di fuoco come di ghiaccio, presente e contemporaneamente assente: come è Thula stessa, nonostante il suo nome nasca da tutt'altra storia, più intima e familiare. Ma, si sa, nomen omen, e quindi tutto torna. E tutto scorre, ovviamente.

 

Padiglione Italia, un balzo indietro per farne uno in avanti
10 Mag

Padiglione Italia, un balzo indietro per farne uno in avanti

La più grande consolazione dell'essere italiani è quella di poter ricorrere alla nostra memoria. Il presente non è dei migliori, e tutto sommato nemmeno il passato prossimo; solitamente serve ricorrere al passato remoto, quando non ai trapassati, per ricordarci dell'orgoglio dell'essere italiani, almeno dal punto di vista culturale ed artistico.

In questo senso, “Codice Italia”, la mostra curata da Vincenzo Trione allestita presso il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2015, è un esempio ben riuscito di quella che la funzione di questa Memoria dovrebbe essere. Ovvero, l'essere la solida base da cui far partire lo slancio verso il futuro.

“In questo vivere nel tempo siamo come l'atleta, che per fare un balzo avanti deve sempre fare un passo indietro, se non fa un passo indietro non riesce a balzare in avanti”: in questa frase - dal sapore vagamente maoista, in questo senso allineata con le tinte rosse che caratterizzano la Biennale di quest'anno - che campeggia sui muri del Padiglione Italia è espresso proprio questo concetto. Ed il lavoro compiuto da Trione e dagli artisti presenti, ognuno con un'opera site specific, opera in maniera efficace in questa direzione.

La mostra si articola in tre capitoli: l'operazione compiuta da artisti italiani di varie formazioni ma accomunati dalla tensione verso la sperimentazione combinata con il ricorso alla memoria storico-artistica del nostro Paese, che sono stati invitati a realizzare opere simboliche e poetiche accompagnate da Archivi della Memoria ispirati all'Atlante di Warburg; l'omaggio di tre artisti stranieri alla nostra Arte; una videoinstallazione che ospita una riflessione di Umberto Eco relativa alla “reinvenzione della memoria”, tema centrale di “Codice Italia”.

 

Mimmo Palladino, Senza titolo, 2015, carbone su muro e fusione in alluminio, schermo a cristalli liquidi e vetro resina

 

Abbiamo rivolto tre domande a Vincenzo Trione curatore del Padiglione Italia.

Come si colloca il tema della Memoria da voi scelto per il Padiglione nell'ambito dell'indirizzo tracciato da Okwui Enwezor per la Biennale?
Con una forma di dialogo, ma anche di indipendenza: Enwezor ha scelto un percorso in gran parte legato al senso della frammentazione della profezia, muovendo da un riferimento a Benjamin. Nel mio caso, cerco di fare un lavoro sul tema della riattivazione della memoria. Una memoria intesa quindi non in senso anacronistico e nostalgico, ma come fondamento per dialogare continuamente con il presente e prefigurare scenari possibili. Quello che mi ha guidato è la scelta di artisti che pensano l'immagine e l'opera come spazi all'interno dei quali i riferimenti alla storia dell'arte sono in costante dialogo con il bisogno di innovare e di sperimentare sui linguaggi.

Il ricorso alla Memoria, per come paiono intenderlo gli artisti presenti al Padiglione Italia, sembra quasi più di stampo dissacratorio che non qualcosa che assomigli a un omaggio. È questo l'atteggiamento necessario per ripartire dai classici nella contemporaneità?
Si. L'unico modo per misurarsi con i classici, con i padri dell'arte sta probabilmente nell'avviare un dialogo aperto ma sempre inquieto e mai omaggiante, sfidando i riferimenti alla storia dell'arte e alla classicità con un gusto profondo per la profanazione. Il bisogno che accomuna tutti gli artisti è questo: non di innalzare la storia dell'arte su un piedistallo, ma di acquisirla e collocarla dentro altri circuiti di senso, dentro altri spazi. E, soprattutto, con l'atteggiamento di chi della storia dell'arte fa ciò che vuole, prendendosi quindi il gusto di dissacrarla.

 

Vanessa Beecroft – Le Membre Fantôme – 2015

 

Come ritiene l'approccio degli artisti presenti al Padiglione Italia verso i nuovi media come parte del mezzo espressivo?
In molti autori il rapporto con i media è fortissimo. Si parte dall'utilizzo del supporto fotografico nel caso di Antonio Biasiucci e di Paolo Gioli; Di Gioli, inoltre, presento anche due film che sono un omaggio alla storia delle avanguardie del primo novecento. La matrice fotografica è anche all'origine, per esempio, del lavoro di Giuseppe Caccavale. La videoinstallazione è un tema che si ritrova in Aldo Tambellini e in Andrea Aquilanti. È presente in mostra un film in tre parti come quello di Davide Ferrario su Umberto Eco. Il lavoro di Peter Greenaway è un omaggio alla storia dell'arte, ma risituata attraverso una videoinstallazione che è a metà strada tra il videoclip e l'opera d'arte totale. E Kentridge pensa i suoi disegni come degli sketch per un possibile film.
Ritengo quindi che l'approccio sia molto attivo. Peraltro, quello del rapporto con i nuovi media è un tema che mi sta molto a cuore: insegno arte e nuovi media, è la mia disciplina.

 

Marzia Migliora, Stilleven/Natura in posa, 2015, installazione materiali vari

 

 

Silvia Calcagno, ceramiche e new media
21 Mag

Silvia Calcagno, ceramiche e new media

Dal 21 maggio al 18 settembre, alle Officine Saffi di Milano, Silvia Celeste Calcagno esporrà la propria personale Interno 8, La fleur coupée.
La mostra, curata da Angela Madesani, chiude un cerchio nella carriera - e forse anche nella vita - di Silvia, per aprirne uno nuovo. L' “interno 8” è effettivamente la casa “di transizione” dell'artista, in cui vive in seguito a un cambiamento importante. E il cerchio che si chiude attorno alla sua vita privata è stato coronato con l'assegnazione - la scorsa settimana - del prestigioso Premio Faenza, importantissimo concorso internazionale della ceramica d'arte contemporanea.

L'opera della Calcagno è notevole proprio per il fatto di riuscire a coniugare un'arte “antica” con il ricorso ai nuovi media, di farlo in maniera tutt'altro che forzata, e naturalmente di porre tutto ciò al servizio del proprio concetto con una forza importante. La ceramica, probabilmente per “colpa” dei ceramisti stessi, è un mezzo espressivo che in arte tende ad essere sottovalutato, per via del suo utilizzo abitualmente legato all'artigianato; inoltre, la fotoceramica è una tecnica generalmente associata a settori che tendono ad allontanarla ulteriormente dall'idea di “arte”. Silvia Calcagno innanzitutto lavora con il gres, di cui ha studiato (e insegnato) a fondo le caratteristiche e le potenzialità; ha inoltre sviluppato una tecnica particolare, da lei battezzata “fine painting gres” che permette alla fotografia di penetrare a fondo la materia, di divenire un tutt'uno con essa. Ma, ancora, non è la padronanza tecnica la parte centrale del suo lavoro, bensì quella concettuale. L'utilizzo del gres come mero supporto alla forza delle sue idee, assieme al ricorso alla fotografia e ai video, fanno della Calcagno un'artista che porta un decisivo contributo ad uno sdoganamento dell'uso della ceramica nell'arte nobile contemporanea.

I temi centrali dell'opera dell'artista sono quelli dell'identità e della reiterazione. Anzi, tramite la reiterazione c'è una costante ricerca della propria identità. Ecco perché Silvia ritrae sé stessa, innumerevoli e impercettibili variazioni del proprio corpo. E se prima la ricerca dell'identità era fatta di profilo, quasi di nascosto, ora, con “Rose” (una delle opere esposte alla mostra), l'artista guarda in faccia - attraverso oltre tremila scatti, eseguiti tutti in tre ore - l'osservatore; ponendosi quindi in confronto con lui, mostrando ora la propria malinconia, ora l'ironia, oppure il proprio senso di tristezza, di sconfitta.
Nel lavoro della Calcagno non traspare però alcuna autoreferenzialità. L'utilizzo che lei fa del proprio corpo come soggetto dell' opera è necessario e inevitabile ed in ogni caso, nonostante l'ossessiva ripetizione e moltiplicazione di sé, risulta discreto. Apparentemente moderato, eppure forte. È forse questo approccio a distaccarla decisamente dalla body art, mentre il ricorso al materiale audiovisivo sottolinea ulteriormente la multimedialità della sua espressione, che - lo ribadiamo - riesce a coniugare in maniera estremamente convincente i nuovi mezzi espressivi con quello che è uno dei media più antichi che l'arte conosca.