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Apre il Louvre di Abu Dhabi, primo museo d'arte "universale" del mondo islamico
09 Nov

Apre il Louvre di Abu Dhabi, primo museo d'arte "universale" del mondo islamico

Dall’11 novembre, l’interculturalità che storicamente caratterizza il museo del Louvre si fa ancor più cosmopolita: apre il Louvre di Abu Dhabi.

Il museo è frutto di un accordo intergovernativo del 2007 tra l’emirato e la Francia volto a sottolineare lo spirito di apertura e dialogo tra le culture già tipico della storica sede parigina, aspetto decisamente enfatizzato per il fatto di rappresentare un unicum (... o forse un apripista?) nel mondo arabo: si tratta, infatti, del primo museo di arte “universale” presente in un Paese islamico. Il meccanismo è quello tipico degli Emirati: utilizzare un brand universalmente conosciuto per far funzionare con successo e in maniera immediata, grazie alle enormi disponibilità finanziarie, una macchina peraltro perfetta dal punto di vista organizzativo e infrastrutturale: le competenze e la storia sono quelle europee, e “Louvre” - ancora più di “Paris St. Germain” è un marchio in grado di creare una Storia anche quando, come in questo caso, il nome sia destinato a una realtà del tutto nuova.

E come il nome Louvre garantisce, il museo sarà caratterizzato da una linea narrativa che andrà dalla preistoria alla contemporaneità, attraverso le 23 gallerie della sua collezione permanente e i prestiti non solo dalla casa madre ma anche da molti altri prestigiosi musei francesi: durante l’anno inaugurale si potranno infatti vedere opere importanti come la Belle Ferroniere di Leonardo del Louvre, una delle 4 Gare Saint-Lazare di Monet, proveniente dal museo d’Orsay come il Pifferaio di Manet, la Natura morta con Magnolia di Matisse del Centro Pompidou, un Mappamondo di Coronelli custodito alla Biblioteca nazionale di Francia, come anche rare opere di arte primitiva provenienti dal Museo du quai Branly.

Com’è tipico delle grandi opere urbane realizzate negli Emirati negli ultimi lustri - da quando, cioè, gli emiri hanno capito che in un non troppo remoto futuro dovranno trovare investimenti alternativi al non rinnovabile petrolio, e hanno scelto di puntare su un turismo attratto da grandeur e lusso - il museo è una capolavoro di architettura e ingegneria: Jean Nouvel , francese ma per nulla nuovo all’integrazione tra Parigi, cultura e Islam avendo passato metà degli anni ottanta a realizzarne la sintesi nell’edificio dell’Istituto del mondo arabo, ha concepito il nuovo Louvre come uno spazio da vivere quotidianamente e non solo come una sede espositiva: ha infatti creato una vera e propria "città-museo" sul mare, con una serie di 55 edifici bianchi contrastanti, ispirati alla Medina, che includono - oltre alle 23 gallerie - uno spazio espositivo temporaneo, un auditorium, un ristorante, un cafè, negozi e un "Museo dei Bambini" volto ad avvicinare - anche tramite un fitto programma di laboratori creativi - i più giovani all’arte e alla cultura transnazionale. Il "Dome", l'edificio centrale, è sorretto - nonostante la mole imponente - unicamente da quattro grandi pilastri e dà per questo l'impressione di galleggiare sull’acqua dell’isolotto (artificiale, com’è consuetudine locale) di Saadiyat: occupa la maggior parte dell'area e rappresenta una struttura maestosa e iconica, i cui pattern geometrici giocano coi raggi di luce creando un effetto cinematico col movimento del sole.

La mostra speciale inaugurale, dal titolo "Da un Louvre all'altro: aprire un museo per tutti" verrà inaugurata il 21 dicembre prossimo, e traccerà la storia del museo parigino in tre sezioni, da quella delle collezioni Reali a quella relativa alla creazione del Louvre moderno. Una storia nel segno della continuità, ma ancora una volta rinnovata e proiettata verso il futuro: per almeno trent'anni, infatti, questa modernissima istituzione potrà fregiarsi dello storico e prestigioso nome del museo della Rive Droite, rendendosi un ponte tra la storia e il futuro, tra civiltà diverse, nel segno della cultura e della concordia.

Dall’Italia a Los Angeles: il Rinascimento conquista il mondo
03 Ott

Dall’Italia a Los Angeles: il Rinascimento conquista il mondo

Mentre sta per aprire una grande mostra dedicata a Bellini, Timothy Potts, il direttore del Getty Museum, parla dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’arte italiana. “Voi avete un tesoro immenso, ma per gestirlo al meglio non dovete avere paura dei finanziamenti privati”
 

Tra poco meno di un mese, al Getty Center di Los Angeles, aprirà la mostra "Giovanni Bellini: Paesaggi di Fede nella Venezia del Rinascimento". Si tratta dell'ennesimo riconoscimento, da parte dell'importante istituzione americana, nei confronti dell'arte italiana.

I rapporti tra il Getty e il nostro Paese sono sempre più votati a una intensa collaborazione: come testimoniato dalla recente restituzione dello "Zeus in Trono", ritornato a Napoli, dal frequente scambio di prestiti, dai lavori di conservazione di opere italiane effettuati dagli istituti di ricerca del Getty e, non ultimo, dalla nomina di Davide Gasparotto a Senior Curator of Paintings del museo. Una nomina fortemente voluta dal direttore del Getty: Timothy Potts, storico dell'arte e archeologo australiano formatosi dapprima all'università di Sidney e, in seguito, divenuto ricercatore a Oxford, dove si occupava di arte del vicino Oriente e di archeologia. Ha poi diretto gli scavi di Pella, in Giordania, passando in seguito alla carriera di direttore di museo dapprima alla Galleria nazionale di Victoria, al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) e infine al Fitzwilliam Museum di Cambridge, in Inghilterra.

Abbiamo incontrato Potts a Los Angeles, nel suo studio, presso il Getty Center, una delle due sedi espositive dell'istituzione.

Timothy Potts: l’arte italiana è senza dubbio centrale al Getty Museum. Quanto conta l'italianità di Davide Gasparotto nella sua scelta di nominarlo Senior Curator of paintings?

“È stata senz'altro una componente della decisione. Ma la cosa più importante è il fatto che sia un accademico di prima scelta, che abbia organizzato importantissime mostre, che sia tra i massimi esperti di pittura e scultura italiana: si tratta insomma della qualità assoluta della persona come studioso, come curatore, come figura che può accendere l'interesse verso l'arte italiana, e questo è importante per l'Europa e per l'arte occidentale in genere”.

Può raccontarci della restituzione dell’opera “Zeus in Trono”?

“Si tratta di un'opera che acquisimmo nel 1992 come parte di una grande collezione. Qualche anno fa le autorità italiane vennero da noi con un pezzo della scultura, dicendo che avrebbe combaciato con lo Zeus. Avevano delle informazioni - non sappiamo da dove - che sostenevano che fosse parte dello stesso oggetto. Effettivamente l’unione delle parti risultò perfetta, per cui fu evidente che se quel nuovo frammento veniva dall'Italia, così doveva essere per il resto della scultura. Che quindi decidemmo di restituire, e che ritornò a Napoli”.

Questa nuova relazione del Getty con le istituzioni italiane porterà anche a un'intensificazione dei rapporti dal punto di vista dello scambio e dei prestiti di opere?
“Certamente. Abbiamo già in corso delle discussioni: stiamo preparando una mostra sulle relazioni tra l'antico Egitto e il mondo classico, e prenderemo in prestito alcuni oggetti da Napoli per l’occasione. Inoltre stiamo facendo dei lavori di conservazione su alcuni oggetti del museo archeologico di Napoli. Questo rapporto non è una cosa nuova, onestamente, ma certamente si intensificherà, soprattutto dopo la riapertura della Getty Villa - che stiamo riorganizzando in chiave cronologica e non tematica - dove porteremo nuove opere e ci concentreremo sulle antiche culture italiane”.

Il Getty è contraddistinto da una serie costosissima di attività, pur mantenendo una politica di ingressi gratuiti…

“Devo dire che si tratta di quello che credo renda unico il nostro museo: noi abbiamo potuto beneficiare dei fondi di Mr. Getty, che era un uomo molto ricco e che lasciò un patrimonio come sovvenzione per il museo, e non soltanto: c'è stata una crescita da allora, e sono arrivati un istituto di ricerca, uno di conservazione. Questo è alla base della generosità che il Getty può offrire, facendo interventi su oggetti appartenenti ad altri musei, come quelli di Napoli, Roma e altrove. È parte della nostra mission fare cose che possano supportare la comprensione della storia dell'arte in tutto il mondo: non solo in Italia, ma anche in Cina, in India e in altri posti. Siamo quindi in una posizione privilegiata, abbiamo le risorse per avere un impatto positivo sulla divulgazione dell'arte del mondo, ed è quello che amiamo fare”.

Che suggerimento darebbe a un museo italiano? E se lavorasse in Italia, dove le piacerebbe lavorare?

“Credo che Roma abbia tutto. Ha tutto dall'VIII secolo avanti Cristo, da quando venne fondata, fino ai nostri giorni: quindi, se dovessi scegliere un posto, sarebbe Roma. L'Italia ha un patrimonio artistico che non è secondo a nessuno al mondo, e non le manca quindi certamente nulla dal punto di vista dell’‘avere’: la sfida è quella di saper gestire questi incredibili siti culturali, e i milioni di turisti che vengono a visitarli; occorre dar loro un'esperienza ricca di significato, non abbandonarli a una semplice visione superficiale dei posti. Bisogna dargli un livello di comprensione che non hanno mai avuto prima, ed è una grande sfida: così tanta gente, così tanti siti, così tante cose da fare e da vedere, e la maggior parte della gente passa non più di una settimana a Roma. La chiave è in questo, io non credo di avere la risposta ma sarebbe quello su cui personalmente mi concentrerei”.

Pensa che negli Stati Uniti questo obiettivo sia stato raggiunto?

“Non esiste la perfezione, e non esiste un risultato finale da raggiungere, si può sempre migliorare. Certamente, sono due realtà imparagonabili: credo ad esempio che noi al Getty si faccia un buon lavoro, ma abbiamo soltanto due siti da gestire. Ritengo che recentemente, sotto il ministro Franceschini, l'Italia abbia fatto un'ottima cosa con la nomina dei nuovi direttori di museo: non perché siano stranieri - la cittadinanza in sé non c'entra - ma perché sono state portate in Italia nuove visioni riguardo alle sfide di cui parlavo. È un passo avanti positivo, che renderà più professionale la gestione di queste istituzioni. Non perché gli italiani non fossero professionali: lo erano, ma restavano portatori di un’unica tradizione, di un unico modo di pensare e procedere. Credo che l'esperienza internazionale, che sia dagli USA, dall'Inghilterra o da qualsiasi altro posto sia preziosa per attivare una discussione su questi temi. Francesco Prosperetti a Roma ha fatto un buon lavoro, col Colosseo e tutto il resto, ma sono cose possibili se ci sono i fondi”.

Ecco, i fondi. In America avete importanti supporti dai privati…

“Sì. Si può trattare di lasciti, come nel nostro caso al Getty, o del contributo di molti grandi collezionisti che credono nell'arte e nei musei e immettono ingenti quantità di denaro. Il Metropolitan di New York è basato per la maggior parte su denaro privato. Penso che sia un grosso errore pensare di dover delegare ogni cosa ai fondi statali, e purtroppo in Europa c'è ancora un atteggiamento quasi sospettoso verso i finanziamenti dei privati: si pensa che ci debba essere dietro qualcosa di commerciale, e che in qualche modo l'operazione possa essere compromessa e poco pulita. In realtà il problema ‘potrebbe’ esistere, ma se tutto viene fatto bene e in trasparenza il risultato non può che essere positivo. Il successo dei musei negli USA deriva da questo, e i privati che immettono denaro lo fanno con intenti positivi e nobili, credendo nell'importanza della storia dell'arte”.

 

 

Con Carlo Alberto Rastelli la figura diventa astratta, anzi “astrale”
24 Ott

Con Carlo Alberto Rastelli la figura diventa astratta, anzi “astrale”

A Dream Factory – Laboratorio per l’Arte Contemporanea fino al 3 dicembre 2017 è in mostra “Knots”, personale di Carlo Alberto Rastelli, giovane pittore parmigiano.

L’esposizione, a cura di Alberto Zanchetta, è il compimento di un’idea maturata negli ultimi due anni formando il suo topic sulle nuove tematiche – dalla duplice e apparentemente opposta visione – delle opere dell’artista. Tematiche opposte, ma non slegate, bensì unite da nodi – in inglese “Knots”, appunto – invisibili.

Da un lato, macroscopicamente, le tele, che ritraggono la foresta di betulle della Lettonia, gelata per il clima e dall’apparenza congelata nel tempo; dall’altro, microscopicamente, gli stessi alberi (in realtà diversi, si tratta di abeti nostrani, ma pur sempre alberi esposti all’azione del medesimo tempo, in senso atmosferico) vengono sezionati, rivelando così lo scorrere del tempo, narrato dagli anelli concentrici del tronco. E tra queste venature appare la storia degli uomini, assenti nelle immagini da ere geologiche delle tele, ma in realtà presenti tra i nodi del reticolo temporale. E non come individui – spicca infatti l’assenza dei loro volti, in cui lo spaziotempo si distorce al punto di trasformarli in galassie e nebulose – ma come entità impersonali la cui opera, a prescindere dall’identità, è pur sempre opera umana, nonostante la semplicità delle azioni ritratte. E, in quanto umana, è dotata di una scintilla divina, resa graficamente dalla presenza di un’aureola sotto forma di foglia d’oro a sovrastarne il capo.

Una mostra legata quindi ai contrasti e al tema del tempo, già indagato in precedenza dal pittore ma qui reso in maniera decisamente più compiuta grazie al ricorso agli opposti, che rafforza la coerenza stilistica di Rastelli: fortemente figurativo, dal segno grafico legato a doppio nodo con il mondo del fumetto a cui si è formato, l’artista utilizza le forme naturali – le linee delle betulle disegnate, gli anelli naturali del legno – come texture, geometrie che portano a una naturale astrazione, rafforzata dai layer flat della serie su tela (che si chiama “Pet Sematary”, avendo come unico richiamo alla vita… l’inserimento di teschi animali, piccoli volumi ad olio su uno strato di algida foresta acrilica) e dall’inserimento di elementi “alieni” (come lo stesso colore: le figure sono tratte da una serie di fotografie degli anni trenta e quaranta trovate nella soffitta della nonna) su quelle più evidentemente figurative delle opere su legno, che grazie a questi contrasti si astraggono dallo spaziotempo. Astratte, astrali.

Federico Buffa sul “ring”: a teatro lo storico match Alì/Foreman
12 Ott

Federico Buffa sul “ring”: a teatro lo storico match Alì/Foreman

Federico Buffa esce dal palco. Rientra e srotola una corda. Racconta, esce ancora, prende un’altra corda, la srotola. Cammina per il palco, tra retroproiezioni e fasci di luce, tra un pianoforte e un gruppo di percussioni, tra un padre e un figlio. Tra il passato e il presente, l’America e l’Africa, la libertà e le catene. E una catena viene strofinata sulle corde del pianoforte e altre corde vengono srotolate sul palco.

Federico Buffa è ora al centro del ring, Federico è Muhammad Alì, e inizia a provocare George Foreman: «E’ solo questo che sai fare, George? Tutto qua?». La scena si fa buia, tutto ciò che si vede sono le corde e la sagoma di Federico/Alì che prepara la sua strategia passiva, il suo rope-a-dope, le corde diventano la sua estensione e non più il suo limite: non servono a legarlo, ma a liberarlo. E Federico Buffa, alla stregua di The Greatest, libera sé stesso: sul palco del Teatro Carcano non racconta solamente, ma interpreta e a tratti recita, canta, balla, suona. E ci narra, con un coinvolgimento fisico che non ti aspetti, la storia del più grande match di boxe di sempre.

È “A Night in Kinshasa”, il nuovo spettacolo teatrale di Maria Elisabetta Marelli – che ne è anche la regista – e Federico Buffa, con le musiche di Alessandro e Sebastiano Nidi, che racconta la storia di “The Rumble in the Jungle”, ovvero l’incontro di pugilato che, nel 1974, cambiò la storia, e non solo quella della boxe.

Manca un’ora alla prima dello spettacolo – sarà tutto esaurito – che resterà in scena fino a sabato 14 ottobre: incontriamo Federico nel suo camerino, e ci facciamo raccontare di questo suo nuovo racconto.

Questo spettacolo sembra fatto apposta per conciliare le conclamate doti del Buffa narratore di sport con il Buffa sociologo (Federico Buffa ha studiato Sociologia negli USA, ndr), visto l’impatto incredibile della figura di Alì e di questo match in particolare sul piano sociale, soprattutto in quel momento e in quel contesto…

Certamente. Ma preferisco citare le persone che vi furono coinvolte: George Foreman, che si approcciò a quel match con distacco, con grande superiorità – che possedeva – non aveva particolare contezza dei diritti degli afroamericani. Lui era un miliardario ed era il campione del mondo dei pesi massimi, e non si pensava avrebbe mai potuto perdere quel titolo data la sua supremazia. Anni dopo raccontò quel match, visto ex post, dicendo “noi abbiamo fatto una cosa per il mondo”: la sua ricognizione di quello che era successo era avvenuta molto successivamente, e si era accorto di cosa volesse dire essere in un quadrato che in quel momento era il centro del pianeta, perché tutto il mondo li stava guardando. Il match si disputò alle 4 del mattino, con 40 gradi e il 90 per cento di umidità, per favorire ovviamente chi metteva i soldi per la ripresa televisiva, ovvero gli americani. Però nel mondo si alzarono in Malesia, in Italia, in Argentina, ovunque per vedere un match che aveva un valore epocale. Un po’ perché comunque un grande incontro di pugilato con due massimi di quel livello lo ha per sua natura, un po’ perché si combatteva per la prima volta nel centro dell’Africa e a farlo erano due afroamericani con posizioni diverse. Fu un evento probabilmente irripetibile, non credo sarà mai più possibile qualcosa di simile.

Possiamo certamente dire che Alì rappresenti più di chiunque altro la ribellione – e non la violenza – sul ring come nella vita. Non trovi che anche il suo atteggiamento tattico in questo match sembri un elogio alla resistenza?

Lo è, sicuramente. Ma io credo che sia soprattutto un elogio alle superiori possibilità della mente. Non so se ti ricordi il film “Lucy” con Scarlett Johansson: è basato su quanto noi utilizziamo delle nostre capacità mentali, si ipotizza che lo si faccia attorno al 10/12 per cento… che cosa succederebbe se un uomo o una donna ne utilizzassero non già il 50, ma anche soltanto il 20 per cento? Ecco, secondo me questo match fu uno di quei casi in cui un essere umano seppe arrivare a quel venti per cento. Perché Alì ha tutto contro, ogni cosa, e lui ragiona sia istintivamente che razionalmente, alternando i momenti per superare questo dislivello che ha nei confronti dell’avversario. L’ho visto fare soltanto da un altro atleta, ovvero Michael Jordan. E non a caso sono le due vere icone dello sport afroamericano.

Col Maestro Nidi arrivate da “Le Olimpiadi del ’36”, ormai è un sodalizio. E anche in questo spettacolo la musica non è un accompagnamento ma un contrappunto. Come vi siete integrati con la regista Maria Elisabetta Marelli? Pur mantenendo la tua narrazione questa regia vi vuole in totale interazione. Com’è andata?

Maria Elisabetta Marelli è estremamente esigente, puntigliosa, instancabile e ha un’idea molto definita, che cerca di trasmettere ai suoi performers. Riguardo alla musica, in questo caso più che mai non è neanche vagamente una colonna sonora ma – come giustamente dici – un contrappunto, e coglie perfettamente nel segno di descrivere una storia africana, perché le percussioni – che non ci sono quasi mai negli spettacoli – qui sono la sezione ritmica della storia. La cosa curiosa è che al pianoforte c’è il padre di quello che è alle percussioni, fatto che crea un contrappunto sul contrappunto; e io mi sono accorto che, nonostante il Maestro sia la persona più accomodante che ci sia, estremamente puntuale ma mai invasivo, suo figlio lo soffre perché comunque subisce la grandezza dell’artista di fronte: secondo me lo soffrirebbe anche se non fosse suo padre, ma certamente il rapporto di parentela crea una ulteriore tensione creativa. Loro due parlano una lingua che io non conosco – posso soltanto sentire la bellezza e la purezza dei suoni – in cui trovano sempre la loro armonia. Io li sento che suonano e si cercano, e intanto discutono e tendono a finire le loro conversazioni con un “seguilo… lo seguiamo…”. Ad un certo punto io mi ritrovo ad inventarmi che il personaggio si gira verso di loro per ascoltarli, senza che sia chiesto dal regista: ma io mi giro perchè amo sentirli. Perché tra padre e figlio giocano come delfini nel Mediterraneo, col loro andare e riprendersi. A volte mi fermo quasi, a godermi questo loro concerto senza che nessuno se ne accorga, ascoltando i loro ritmi e i loro giochi ad altissimo livello… poi, purtroppo, tocca tornare al copione.

Nel camerino è nel frattempo arrivato il Maestro Nidi, che interviene:

Credo che in teatro sia indispensabile l’attenzione totale verso le parole su cui stai lavorando, espresse da quel tipo di voce. Ecco perché noi ci ritroviamo a dire “seguiamo lui”, e ci muoviamo di conseguenza. In questo spettacolo è un po’ più complicato in senso positivo, perché la partitura che Maria Elisabetta ha voluto che creassimo è molto più puntigliosa e richiede quindi molta più precisione, ma la ringrazio perché l’unione tra testo e musica che abbiamo creato è una cosa rara: qui ogni parola ha un suo suono, un inizio e una fine. Facciamo un melologo, che in musica classica definisce il dialogo tra il monologo e la musica, che non lo “accompagna”, ma lo completa, va nella stessa direzione, e ha una sua drammaturgia. Mi era capitato di fare qualcosa del genere solamente una volta, oltre vent’anni fa a Salisburgo, con Peter Stein, in un’opera sull’Armida in cui ogni parola veniva seguita da una serie di strumenti. Per il resto, qui noi ci muoviamo tra la musica nera contemporanea alla storia a cose invece molto più attuali, fino alle percussioni tipiche africane , in contesti meno riconoscibili nell’ambiente pop o rock o soul. E abbiamo lavorato sui suoni: utilizziamo anche il pianoforte preparato, inserendo una catena a contatto con le corde. Ci sono delle parti cantate, ma solo in pochissime situazioni sono canzoni, si tratta per lo più di piccoli ritornelli che si ripetono, o di aperture vocali.

Buffa: Maria Elisabetta Marelli pretende delle musiche originali qualsiasi cosa si faccia. E Nidi scrive cose che sembrano veramente congrue, consone al momento che non sempre è semplice. In questo spettacolo non abbiamo tanti momenti africani, il tutto è più rhythm&blues, ma ogni variazione arriva al momento giusto, cambiando proprio il battito cardiaco della scena.

Tu racconti di sport e prevalentemente dei grandi del passato. Ci sono altri tipi di storie, altri tipi di eroi che vorresti raccontare?

Mi aspetta un Ottomila himalayano: Sky mi ha commissionato quattro documentari più un trailer di mezz’ora a Parigi sul 1968. C’è una base sportiva, ma ci sono una serie di digressioni funzionali che alla fine si mangeranno l’evento sportivo. Oltre che a Parigi andremo in California, a Città del Messico, Praga e Roma per raccontare quattro storie del Sessantotto che, pur con base sportiva, si aprono e passeranno da Che Guevara a Dubček e a tutti gli uomini che in quell’anno seppero cambiare così tanto del nostro modo di vivere di adesso. Esattamente altri tipi di eroi quindi, non quelli a cui siamo abituati a fare riferimento, che hanno tutti più o meno lo stesso percorso perché sono degli ossessivi che si rendono conto che sono finiti in un corpo straordinario e, se sanno unire all’ossessione il rispetto per sé stessi e escludere le forze che possono essere negative per loro, possono diventare delle leggende.

Nello spettacolo tu narri delle storie, reciti, canti, suoni il pianoforte e… balli.

Tu canti? Perchè il maestro Nidi farebbe cantare chiunque, anche i tecnici. Quando ha tirato fuori il pezzo di Ray Charles con cui ho familiarità mi è venuto spontaneo chidere “… ma posso provare?”. E lui, che già dallo spettacolo precedente avrebbe voluto convincermi a farlo, questa volta è riuscito a farmelo fare.

Nidi e io: E il balletto?

Siete pregati entrambi di allontanarvi dal mio camerino. Grazie.

Ma come possiamo chiamare questa forma di intrattenimento che diventa sempre più tutta tua, che non fa nessun altro, che va oltre l’infotainment, oltre il biopic, oltre il monologo visto che c’è il dialogo con la musica…?

Mi sembri dotata con le parole… dimmelo tu!

Va bene, ti prometto che ora ci penserò!
Io mi occupo prevalentemente di arte, talvolta anche di altre cose che ritengo abbiano una valenza artistica e il teatro ovviamente ce l’ha. Sappiamo che tu hai spesso trattato l’arte o il cinema, ma quanto si può integrare l’arte nelle cose che fai? E come ti identifichi sul palco? Ti senti più un attore, un narratore, un cronista, oppure piuttosto un performer?

No, attore no, non posso. Credo che mi costruiscano attorno – come ha fatto Emilio Russo ma soprattutto Maria Elisabetta Marelli – un habitat dove io posso performare, un luogo dove io possa essere a mio agio nel mio modo di esprimermi. In questo caso anche proprio fisicamente delimitato dalle corde del ring.

Quindi è vicino alla performance artistica?

Puoi tenermi qui per mezz’ora ma non te lo dico, non me la sento!

Davide Gasparotto (Getty Museum): “Voglio qui un dipinto italiano del 300″
26 Set

Davide Gasparotto (Getty Museum): “Voglio qui un dipinto italiano del 300″

Sono ormai passati tre anni dalla nomina di Davide Gasparotto al prestigioso ruolo di Senior Curator of Paintings della più ricca istituzione museale al mondo: il Getty Center.

Una nomina che colpisce, dopo il clamore suscitato non solo due anni fa con gli incarichi affidati ai sette direttori stranieri dei musei pubblici italiani, ma ancor più dopo il “palleggiamento” delle sentenze tra il Tar del Lazio e il Consiglio di Stato, che hanno recentemente dapprima sospeso e poi riammesso i direttori in questione a capo delle rispettive istituzioni.

Verrebbe da pensare all’ennesimo episodio di fuga di cervelli; ma, per dirla con il direttore del Getty, Timothy Potts, non sono le nazionalità degli accademici ad essere importanti, quanto la loro esperienza: e se, come lui sostiene, i direttori stranieri in Italia non possono che far bene al nostro Paese per il fatto di portare differenti punti di vista, più internazionali, nel modo di gestire realtà complesse come i musei, allo stesso modo è l’esperienza – più che l'”italianità” – di Gasparotto ad averlo reso la figura giusta per il ruolo che ricopre.

Abbiamo incontrato Davide Gasparotto e, seduti nel meraviglioso Central Garden del Getty Center, gli abbiamo posto alcune domande.

Se da un lato lasciare l’Italia per lavorare in una realtà come questa può essere affascinante grazie ai mezzi economici di cui dispone, dall’altra come ci si pone nel ritrovarsi in un museo che seppur opera d’arte esso stesso si trova in un contesto storico e ambientale completamente diverso dall’arte di cui tratta?

Diciamo che forse l’aspetto che mi manca di più dell’Italia è proprio il continuum, cioè il fatto che lì il museo trova una naturale prosecuzione fuori da sé: nell’ambiente naturale, nelle città, nei palazzi, nelle chiese e nelle strade. C’è un’osmosi molto forte, nel nostro Paese, tra il museo e il contesto. Questo ovviamente è un aspetto che qui è totalmente assente: il museo qui è una monade, una cosa isolata, una specie di cattedrale nel deserto, dal punto di vista di chi studia l’arte antica come studio io. E questo davvero è l’aspetto che mi manca di più dell’Italia. Detto questo, però, mentre in Italia uno storico dell’arte è sempre al lavoro anche quando esce dal museo, perché il contesto lo stimola continuamente, qui è invece possibile creare un distacco tra l’attività lavorativa e il proprio tempo libero. Mentalmente è una cosa abbastanza rinfrescante, perché riesco ad essere molto concentrato quando sono qui nel museo e a staccare completamente quando sono fuori. E, per esempio, per uno che ami la natura come me, qui è davvero bello potersi godere il tempo libero: ci sono paesaggi e ambienti totalmente diversi dai nostri e molto affascinanti.

Quindi cosa fa Davide Gasparotto in questo tempo libero?

Nonostante sia nato e cresciuto in Italia, non ho mai vissuto in un posto vicino al mare, cosa che invece faccio qui. Questo dà una grande energia e una prospettiva diversa alla vita quotidiana; quindi vado al mare, vado in spiaggia e faccio un po’ di bodysurf, cammino molto e vado in montagna. Quando ho tempo cerco di visitare i meravigliosi parchi nazionali che sono una delle grandi ricchezze naturalistiche di questo paese.

E negli altri musei ci va?

Naturalmente sì. A Los Angeles c’è una grande ricchezza anche di musei, come il Los Angeles Country Museum of art; ci sono i musei a Pasadena, come il Norton Simon che ha una collezione meravigliosa di pittura antica e dell’800; c’è la Huntington Library a San Marino che è un bellissimo museo e poi c’è l’Hammer Museum qui a Westwood dove ho appena visto una mostra bellissima dedicata alla grande artista italiana contemporanea Marisa Merz. Inoltre, ovviamente, qui c’è una grande vivacità nell’arte contemporanea in una scena molto ricca anche di gallerie private. Poi ci sono il MOCA e anche il Broad, che è un museo nuovo basato sulla importante collezione di Eli Broad, collocato in un bellissimo edificio disegnato da Diller e Scofidio, due importanti architetti di New York: anche la scena dell’architettura contemporanea qui è molto importante.

Cosa vuole portare Davide Gasparotto al Getty? Si è posto degli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine?

Uno dei miei compiti fondamentali qui è quello delle acquisizioni, che qui sono molto importanti: la collezione è una collezione relativamente piccola, abbiamo poco più di 400 dipinti e uno dei primi obiettivi è quello di ampliarla. Io ho già portato due nuovi quadri italiani: la Danaë di Gentileschi e la Madonna del Parmigianino. Spero negli anni futuri di poter acquisire altri dipinti italiani e mi piacerebbe molto – perché è parecchio tempo che non si comprano – acquisire un dipinto italiano di alta epoca, quindi del Trecento o del primo Quattrocento.

Cosa porterebbe in Italia del Getty?

Forse l’Alabardiere di Pontormo sarebbe un quadro che mi piacerebbe vedere in Italia, però nel nostro paese abbiamo già così tanto che non penso ci sia veramente bisogno di quello che c’è qui. Invece qua c’è molto bisogno di queste cose, perché sono veramente molto apprezzate, sono al centro dell’attenzione e rappresentano davvero qualcosa di molto importante per far capire l’evoluzione dell’arte occidentale dal Medioevo all’Ottocento. La funzione educativa è per noi fondamentale: abbiamo un dipartimento education estremamente attivo, facciamo delle mostre in cui cerchiamo di portare ulteriori opere da noi. A ottobre inaugurerà la prima vera importante mostra che io ho organizzato qui al Getty, interamente dedicata a Giovanni Bellini, uno dei grandi pittori veneziani del Rinascimento; nella nostra collezione permanente non abbiamo alcun dipinto di Bellini, per cui anche questa sarà una splendida occasione per far vedere al nostro pubblico un grandissimo pittore italiano che non è molto conosciuto.

E cosa porterebbe, del Getty, in un suo eventuale ritorno in Italia, per gestire un suo ipotetico museo ideale?

È molto difficile fare dei confronti tra l’Italia e gli Stati Uniti, perché qui – in particolare al Getty, ma anche in molti altri musei americani – ci sono molte risorse finanziarie, che chiaramente rendono la vita del curatore più facile di quanto non lo sia in Italia. Però ci sono sicuramente degli aspetti che si possono non dico importare, ma imparare, o prendere a modello: la cosa più importante per noi è il pubblico, quindi il nostro lavoro è fortemente orientato verso il servizio nei confronti del pubblico. L’accoglienza è molto importante, creando per il pubblico un ambiente che non sia respingente, che non sia troppo elitista, per fare sentire la gente al museo a casa propria. Questo è un aspetto che qui si cura molto e credo che forse ancora un po’ da noi manchi.

Io però sento che c’è invece questa direzione anche da parte dei musei italiani, si stanno muovendo per essere accoglienti in questo senso nei confronti del pubblico, forse voi siete solo un po’ più avanti…

Sicuramente anche in Italia si stanno facendo grandi passi, si sta migliorando la comunicazione web, si sta facendo anche più uso di social media per promuovere il museo come qui. Però forse manca ancora il focus sull’esperienza diretta nel museo, e – come dicevo prima  sull’accoglienza. Per noi l’esperienza del visitatore è fondamentale.

Ma lei tornerebbe in Italia adesso? Magari in un ipotetico museo ideale.

Non lo so, forse è troppo presto. Credo che per dare qualcosa a un’istituzione si debba lavorarci per almeno cinque, dieci anni. Magari quindi un domani. Certo, se dovessi farlo, penserei a un ritorno nella mia regione di provenienza,  ovvero nel Veneto;  magari proprio a Venezia, una città che è molto nel mio cuore e per cui nutro una certa preoccupazione riguardo la sua conservazione futura.

La sua nomina qui al Getty contribuisce e contribuirà anche a un maggiore approfondimento di mostre legate all’arte italiana, a collaborazioni con musei del nostro paese?

Le collaborazioni c’erano già quando io sono arrivato, forse si sono intensificate, e lo faranno ancora: nella mia testa ci sono molti progetti futuri legati all’Italia e in particolare al Rinascimento italiano che è il mio campo di elezione. Penso sicuramente a collaborazioni con le istituzioni italiane, anche adesso con la mostra su Bellini possiamo contare su importanti prestiti dal Museo Correr di Venezia, dalla Galleria dell’Accademia di Venezia, dagli Uffizi di Firenze, come dalla collezione Corsini di Firenze. I rapporti, comunque, già ci sono e sono già intensi e importanti.

Bellissima Italia, ispirazione d’arte per il mondo: il Getty Center di Los Angeles
12 Set

Bellissima Italia, ispirazione d’arte per il mondo: il Getty Center di Los Angeles

Los Angeles: non solo Hollywood, non solo Mulholland Drive, Venice Beach o la Walk of Fame: noi siamo andati oltreoceano e oltre per visitare un museo che non solo è uno dei più importanti al mondo, ma soprattutto spicca per l’onore reso all’arte italiana: il Getty Center di Los Angeles. Inaugurato nel 1997, il Getty Center è una sorta di moderna acropoli composta da 11 edifici circondati da meravigliosi spazi verdi.
Il suo creatore, l’architetto Richard Meier, parla del Center come dell’idea romantica di ricreare delle città italiane sulla collina; inoltre per l’articolazione degli edifici si rifà ad antiche ville romane come la Villa Adriana di Tivoli.
Ma è soprattutto tra le opere esposte che la nostra arte viene grandemente celebrata al Getty. Oltre all’arte antica esposta nella Villa, la permanente del Center espone opere di grandissimo pregio dal medioevo al diciannovesimo secolo.
Come dice Timothy Potts, direttore del Getty Museum, il nostro paese rappresenta un tesoro sorprendentemente rigoglioso di meraviglie sceniche, tra opere d’arte, edifici storici e panorami emozionanti. E l’attenzione riposta dal Getty Museum nei confronti dell’Italia dell’arte è testimoniata anche dalla presenza di Davide Gasparotto, dal 2015 Senior Curator dei dipinti del museo.

Gli uomini e la natura in movimento, verso le idee
28 Giu

Gli uomini e la natura in movimento, verso le idee

L'Idea: un concetto fondamentale per il pensiero umano, di qualsiasi forma. Dall'artigiano all'ingegnere, dal cuoco al calciatore, ognuno basa sull'Idea la propria attività. La capacità di formulare idee è la caratteristica fondamentale dell'essere intelligente, e se negli animali l'ideazione è funzionale e mai astratta, oltre che rara, nell'essere umano assume un'altra forma e si rende capace di andare oltre.

Oltre ciò che è mondano, addirittura "oltre il cielo" nella visione platonica, in cui era - appunto - l'Iperuranio la sede delle idee.

È intorno al concetto di Idea che si svolge la collettiva "Natura Plastica", visitabile dal 28 giugno al 24 luglio presso Blindarte in Via Palermo a Milano.
"Natura Plastica", ovvero natura in movimento - o anche natura manipolata: dall'uomo, si intende. Che per farlo attinge all'Iperuranio, a idee che già esistono, e le rende visibili; d'altronde l'etimo stesso di "idea"/ἰδέα, dal tema di ἰδεῖν, significa appunto "vedere". E l'Artista è colui che più ancora di artigiani, ingegneri, cuochi o calciatori pone l'idea completamente astratta al centro della propria azione, per renderla reale e manifesta come propria Visione.

L'esposizione si riferisce, nello specifico, al pensiero seicentesco neoplatonico: il curatore Memmo Grilli ha posto la propria attenzione in particolare alle teorie di Ralph Cudworth, che pur rimanendo legate a una spiritualità dogmatica (Cudworth era pastore di una piccola parrocchia) lascia intravedere spiragli di libertà e autodeterminazione; per i tempi e i contesti, cosa non da poco, tanto è vero che avrà una forte influenza non solo sul concetto di idea o di libertà, ma anche su quello di natura - che si fa "essere vivente non consapevole" - e di conseguenza su tutto il pensiero europeo.
E questo pensiero, traslato in contesto artistico, è al centro della mostra, dove saranno presenti opere create in epoche del tutto differenti, ma coese nel rappresentare questi temi. Sono presenti, tra le altre, opere di Micco Spadaro, Raffaele Belliazzi, Giuseppe Casciaro, Joseph Beuys, Davide Cantoni, Man Ray, Anselm Kiefer, Matteo Procaccioli, Enrico Baj, Massimo Bartolini, Emilio Cavallini, Christo, Jeff Koons, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Andy Warhol e Francesca Woodman.

@ilGiornaleOff

Giovanna Fra. L’universo pittorico abbraccia la musica
05 Giu

Giovanna Fra. L’universo pittorico abbraccia la musica

Alla 57ma Biennale di Venezia quest’anno, al padiglione della Repubblica di San Marino, c’è  Giovanna Fra, artista pavese di formazione milanese, invitata dal curatore Vincenzo Sanfo a dialogare con un gruppo di artisti cinesi sulla pittura a inchiostro, le sue origini e i suoi sviluppi.
Si tratta di una delle varie manifestazioni in cui Fra è coinvolta in questi stessi giorni; eventi che vanno dalla collaborazione con Giovanni Allevi – l’artista è fortemente legata all’interazione tra musica e arte – che avverrà nella prima metà di luglio, a LODOLAFRA, una “doppia personale” in collaborazione con l’icona moderna dell’arte Pop italiana Marco Lodola.
Abbiamo incontrato Giovanna per rivolgerle alcune domande in merito a questi appuntamenti, al rapporto tra l’arte e la musica, e alla sua opera.

Volevo innanzitutto parlare di LODOLAFRA. I vostri linguaggi sono senz’altro diversi, ma trovano un potente punto di incontro in quelli che sono probabilmente i minimi comun denominatori delle arti visive, ovvero la luce innanzitutto, ma anche il colore e se non i materiali, quanto meno la matericità. Quali ritieni possano essere i punti in comune tra le vostre visioni?
La nostra visione dell’arte è decisamente all’opposto, a partire proprio dall’uso di materiali completamente differenti; l’unione, come dici, sta proprio nel colore e nella forza del colore stesso. Nei lavori fatti assieme, io intervengo coi miei gesti pittorici sul plexiglass: i gesti vengono quindi quasi contenuti, diventano quasi un’astrazione all’interno di qualcosa di figurato che sono le immagini ritagliate in plexiglass di Marco, soprattutto le sue riconoscibilissime ballerine su cui ci siamo particolarmenteimage (7) concentrati, anche se poi sicuramente questo nostro incontro si evolverà. Quindi direi che da visioni del tutto differenti ci cerchiamo e ci troviamo tramite il colore e la matericità del gesto pittorico che gioca all’interno della figura ritagliata.

Tra l’altro anche Lodola, come te, è molto legato al dialogo con il mondo musicale…
Anche in quello l’approccio e la modalità è comunque differente, perchè le sue sono vere e proprie collaborazioni  con artisti di grande livello dei contesti del rock o del pop italiano. La mia visione è invece sempre stata evocata dal gesto a livello più che altro poetico e legata alla classicità della musica. Per cui anche da questo punto di vista il nostro incontro stride e nello stesso tempo si strizza l’occhio. Per me è davvero molto esaltante incontrarmi con un artista come lui che si è sempre confrontato con grandi nomi, è un passaggio importante.

 

Ma anche tu fin dall’inizio ti sei confrontata con grandi nomi. Il rapporto tra la tua arte e la musica è sempre stato molto importante, a partire dalla tesi di Laurea dedicata a John Cage.
ll tutto parte dagli studi d’arte che ho intrapreso a Brera: mi sono diplomata in storia della musica, oltre che in pittura, e ho fatto una tesi con un musicologo che mi ha aiutata a tradurre il mio segno pittorico astratto in suono. In musica il suono non sempre è armonico: può anche farsi disarmonia, essere astratto o grintoso e non sempre piacevole. E improvvisato, come nella musica jazz. Il mio modo di dipingere è sempre stato accostato alla musica jazz per via del mio costante ricorso alla improvvisazione e alla casualità. di una casualità però data da un animo che si riproduce nel fare pittura, nel fare arte. Non so se sono riuscita a spiegarmi perchè è molto difficile raccontare la propria poetica.

Pensando a Cage, leggevo della collaborazione con Jasper Johns a certe coreografie di Cunningham: il coreografo nell’occasione sembrava sostenere – e Cage con lui – che la reale interazione tra arte e musica è totalmente affidata ai sensi del pubblico, e che di fatto esse sono piuttosto slegate tra loro. Qual è il tuo punto di vista?
È esattamente così: la fusione avviene a livello sensoriale. Il segno stesso, peraltro, è come una successione di note musicale slegate l’una dall’altra. E, restando nell’ambito strettamente musicale, Cage diceva addirittura che il rumore che c’è attorno ad una composizione di note musicali diventa anch’esso parte dell’opera. Tanto è vero che lui inserisce nel suo pianoforte degli attrezzi da lavoro proprio per creare rumore e disarmonia nel suo modo di suonare lo strumento, e fa anche interagire il pubblico mentre lui si esibisce sul palcoscenico. Anche questo è molto jazz come atteggiamento, addirittura va oltre il jazz. Cage è geniale. È un atteggiamento dove in arte rientra tutto, non solo il bello estetico e l’armonia delle cose, ma anche il disturbo, rumore, la sgradevolezza. Quindi l’arte non rappresenta solo ciò che è bello, ma deve rappresentare un po’ tutto. Un concetto che arriva dall’Oriente, dove tra l’altro gli orientali 1 (12)considerano nella loro musica non l’armonia continua ma il singolo suono, la nota musicale staccata l’una dall’altra; di conseguenza, per loro le pause sono molto importanti, nella musica come anche nell’arte. E le pause per me rappresentano la parte bianca del dipinto, la parte della tela dove io non pongo il mio tratto, dove l’occhio può respirare e saltare dinamicamente su un altro colore, su un’altra macchia o su un altro segno. Le pause che diventano parte dell’opera.

La multimedialità delle tue ipergrafie è ricerca di sinestesia?
Certo, contaminazione dei sensi, ma anche immagine della pittura stessa. Attraverso la fotografia, che ingrandisce particolari di alcuni miei dipinti o comunque dettagli su cui indago, attraverso quell’immagine che è una macro ingigantita, io creo già delle basi su cui lavorare successivamente e pittoricamente. Quindi è un dialogo tra la fotografia – ovvero il mezzo tecnologico – e la pittura, ma allo stesso tempo è un’indagine un po’ concettuale sulla pittura stessa: un particolare di un quadro più grande e figurativo, preso nella sua piccola porzione, è un quadro astratto, un piccolo quadro astratto. Ecco perciò che nell’astrazione c’è il figurativo e nel figurativo c’è l’astrazione. Questo mio approccio deriva senza dubbio anche dal mondo del restauro: prima di dedicarmi alla sola pittura sono stata per 25 anni restauratrice di tele e affreschi, e questo tipo di indagine sulla materia e sul particolare deriva sicuramente anche da quei miei studi e da quel mestiere.

Il 10 luglio a Pistoia le tue videoproiezioni accompagneranno i concerti di Giovanni Allevi. Puoi raccontarci qualcosa di più?
Si tratterà sempre delle mie ipergrafie che anziché essere su tela, fissate a una parete, verranno tradotte sulle facciate di un importante palazzo di Pistoia e proiettate durante il concerto. La cosa meravigliosa è che il mio lavoro, che ha a che fare con le note musicali e con la musicalità del colore, del segno e della pittura, accompagnerà le note musicali del grande Giovanni Allevi. Questa cosa mi entusiasma davvero. C’è già stata una scelta delle immagini delle mie opere che il tecnico dell’immagine e del suono Claudio Cantoni trasformerà nella proiezione che, in modo lento e progressivo, accompagnerà Allevi. Onestamente non vedo l’ora di vederne la realizzazione dal vivo.

Qual è la differenza di approccio tra la contaminazione dell’arte con la musica colta – che forse può apparire più naturale – e quella con la musica popolare, seppur d’autore?
Non vedo molta differenza; forse sta solo nel fatto che con la musica colta è in un certo senso “ammessa” una sperimentazione meno limitata, dove l’artista può lanciarsi ad indagare mondi nuovi. Lo dico pensando in particolare proprio a John Cage. Nella musica pop l’approccio è più immediato, comunicativo, giovane e fresco se vogliamo. Come può essere l’approccio che ha Marco con gli artisti con cui si confronta, che fanno pop e che sono anch’essi, comunque, grandi musicisti.

Se dovessi pensare a un musicista con cui vorresti confrontarti?
Purtroppo non c’è più ed è David Bowie, quindi non potrò mai più farlo. Però posso dire che abbiamo fatto una collettiva, tempo fa, in cui ogni artista ha lavorato sull’immagine del Duca Bianco: abbiamo esposto sia in luoghi pubblici che privati e di fatto la mostra è tuttora in corso e prossimamente potremo rivederla a Sanremo, all’interno del teatro Ariston.

Mi racconti della tua partecipazione alla Biennale?
Sono stata invitata ad esporre nel padiglione della Repubblica di SAN Marino e a confrontarmi con artisti cinesi: proprio perché il mio segno richiama la cultura orientale mi hanno messo in dialogo con questi artisti, che a loro volta si confrontano invece con la pittura occidentale. Un dialogo molto forte e molto bello, un’interazione di volontà vicendevole di scoprirsi e scoprire le diversità delle due culture. Inoltre il loro essere figurativo è sempre molto lieve, leggero e ben si armonizza con il tipo di pittura che faccio io.

Nel tuo lavoro qual’è stata la cosa che maggiormente ti ha ispirata?
Come accennavo prima, sicuramente il mio lavoro di restauro, questo continuo contatto con la materia, con la pittura; Il cercare di capire, di penetrare un quadro proprio perché lo devi restaurare in profondità e quindi devi capirne ogni cosa, indagarne la materia. Il rapporto con le opere da restaurare – quindi di epoche più remote – mi ha inoltre sempre portata a evocarle pittoricamente, anche con l’uso di colori che se vogliamo richiamano il passato, ma che si fanno contemporanei. Il mio lavoro prende molto da ciò che già è stato.

Intervista a Paolo Baratta
11 Mag

Intervista a Paolo Baratta

La 57ma Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia apre sabato 13 maggio, ancora una volta - come già nella precedente edizione - anticipando di un mese rispetto alle aperture precedenti.

Ed è nel segno della continuità che questa ennesima Biennale presieduta da Paolo Baratta si pone: ancora una volta il focus viene posto sull'osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contesto contemporaneo e del rapporto tra l'artista e il pubblico, come già abbiamo potuto osservare nelle ultime tre edizioni.

Se Bice Curiger nel 2011 rivolse la sua attenzione all'illuminazione, alla percezione e al rapporto tra artista e spettatori, Massimiliano Gioni nel 2013 alle forze creative interiori che spingono l'uomo a divenire artefice per sé e per gli altri e Okwui Enwezor nell'ultima esposizione a come l'attuale "age of anxiety" sia decisiva nello stabilire l'imprescindibile legame tra l'arte e la realtà sociopolitica umana, Christine Macel chiude quest'anno il cerchio ponendo al centro della manifestazione l'Uomo Artista; indagandone profondamente i meccanismi, ciò che conduce, giorno dopo giorno, dal concetto all'opera ed infine al rapporto con il pubblico.

Il Presidente nel 2015, in occasione dell'ultima Biennale, parlava giustamente di una sorta di "trilogia" relativa alle tre esposizioni più recenti. Il discorso però non pare essere concluso, e l'approccio in forma di ricerca - caratteristica ormai peculiare delle esposizioni da lui presiedute - torna a manifestarsi in maniera decisa.

Baratta, oltre a ribadire - assieme a Macel - il concetto che l'arte sia un atto non di accomodamento o di consumo, ma di libertà e resistenza, vuole che il pubblico possa rendere l'arte stessa sempre più propria e considerare la Biennale come una dilatazione di sé, sottolineando nuovamente la funzione pedagogica dell'esposizione: non già come imposizione di un'idea, ma come accompagnamento alla conoscenza, che deve essere soprattutto emotiva piuttosto che letteraria. Lo scopo è quello di "fare scoprire che ci sono altri mondi che si possono desiderare": e per farlo, oltre al "viaggio" pianificato da Macel tramite i nove transpadiglioni tematici che indagano le ispirazioni e i temi degli artisti e li suddividono in "famiglie", questa esposizione si caratterizza per le molteplici iniziative volte all'incontro con l'artista in un contesto di fertile tempo libero. L'utilizzo del tempo libero - massima conquista della modernità assieme al benessere fisico - è una questione importante, e la soluzione proposta dall'artista è quello di usarlo per trasferirsi verso un mondo più vasto, più ampio e dilatato: un invito a essere dei coerenti cittadini del mondo, non solamente dei consumatori affrettati.

E pranzando e discutendo con gli artisti, o ancora osservando la loro quotidianità, ponendo l'attenzione sul loro otium inteso - come da etimo - in chiave costruttiva, piuttosto che sul negotium, cui attiene la parte più "professionale" dell'artista (per tacere della componente del "bellum", che Christine Macel ha giustamente escluso rispetto alla frase ciceroniana), il pubblico della Biennale può trarre preziose e illuminanti indicazioni, oltre che percepire l’importanza della figura dell’Artefice nel contesto sociopolitico odierno.

Abbiamo posto a Paolo Baratta tre domande.

 

Una nuova Biennale dalla forte connotazione sociopolitica. Rispetto alla precedente però non ci pare vi siano state “critiche” relative alla politicizzazione dell’esposizione...

Politicizzata" non è sinonimo di "politica": qualcosa è politicizzato quando ha una tinta particolare per quanto riguarda le ricette sul nostro futuro.

 

Ma è possibile fare arte contemporanea che non sia politica?

È possibile fare una Biennale che sia politica: la Biennale può essere altamente politica se parla di noi, cercando di aiutarci a conoscere meglio quello che siamo. E se nel mondo l'atteggiamento generale è quello di restringere i propri orizzonti a poche verità, a poche identità, a pochi frammenti una Biennale che insiste sul dilatare, insiste sul fatto che l'uomo sia tante cose insieme e attraverso molteplici e diversi padiglioni mostra al visitatore diversi specchi di sé stesso è una Biennale che sta facendo politica.

 

Quale è stata la reazione degli artisti all'idea del confronto e dell'incontro diretto col pubblico? Senza fare nomi, c'è stato qualcuno "da convincere"?

Non ne ho notizia. Piuttosto possono esserci degli impegni che non consentano alcune date.
Gli artisti in realtà sono abituati, ognuno di loro ha già il suo kit: le sue immagini, il suo video... Non vengono dalle caverne, hanno già la consuetudine di presentarsi e di presentare il proprio lavoro. Certamente farlo in questo modo, per dare l’occasione al visitatore di rapportarsi con loro, è meno comune: poter avere una certa dimestichezza con l'artista e la possibilità di fargli delle domande dirette intorno a un tavolo - che è, appunto, il momento dell'otium, il momento nel quale ciascuno cede un po' di sé stesso e si considera più libero, più autonomo - è una modalità particolare che avvicina, favorisce il dialogo e aiuta a capire e a capirsi. Chiaramente è stato fatto in funzione del pubblico più che non degli artisti, ma è stata da essi assolutamente condiviso. La decisione, l’idea è stata ovviamente della curatrice nel contesto del suo percorso: la tavola col cibo, diciamo, è stata apparecchiata da lei; ma poi chiaramente tutto ciò che capita è il risultato di un pieno accordo.

Viva Arte Viva - la 57ma Biennale di Venezia
10 Mag

Viva Arte Viva - la 57ma Biennale di Venezia

La 57ma Esposizione internazionale d'arte si intitola "Viva Arte Viva".

Un’edizione della Biennale di Venezia che si caratterizza per il suo focus insolito: l’Artista stesso.
È proprio questo il senso dato dalla curatrice, Christine Macel al titolo di quest’anno: un’indagine, un racconto della componente più viva dell’arte. Ovvero, l’Artefice.

Come dice lo stesso presidente Paolo Baratta, la Biennale - che, a prescindere dal tema di volta in volta scelto, pone una particolare attenzione al dialogo tra gli artisti e il pubblico - porta quest’anno al centro il dialogo stesso. E lo fa celebrando chi l’arte la crea, permettendo a noi tutti di accrescere e dilatare la nostra prospettiva.

Una sorta di neo-umanesimo insomma: che celebra non tanto l’uomo in quanto tale, ma la capacità dell’uomo - tramite l’arte - di non essere dominato dalle forze avverse della realtà.
E in cui l’atto artistico diventa atto di resistenza, di liberazione, di generosità; un gesto pubblico, che l’artista compie per tutti.
Nove sono i capitoli, ideali padiglioni trasversali e transnazionali, che - snodandosi lungo un percorso che vuole rappresentare un viaggio dall’interiorità all’infinito - riuniscono in sé altrettante “famiglie di artisti”, affiancandosi ai padiglioni tradizionali di 87 paesi.

Dall’indagine sul rapporto tra otium - inteso come momento in cui ci si lascia andare all’ispirazione - e negotium, ovvero l’aspetto professionale dell’attività raccontato nel primo padiglione, quello degli artisti e dei libri fino all’ultimo, quello del Tempo e dell’Infinito, che si focalizza sul rapporto con il flusso temporale e l’inevitabile morte, ogni approccio degli artisti con la vita, e con la sua rappresentazione, viene approfondito.

La celebrazione avviene anche tramite una serie di eventi paralleli che mettono in atto il dialogo tra l’artefice e lo spettatore: dalla Tavola Aperta, un pranzo bisettimanale con gli artisti trasmesso anche in streaming web, ai video di Pratiche d’Artista, che illustrano il suo modus operandi, fino al progetto La mia Biblioteca, che diventa reale ed ospita, nei giardini Stirling, le letture preferite dagli artisti.

Notevole è anche il fatto che dei 120 artisti invitati, ben 103 siano qui alla Biennale per la prima volta: segno evidente della fiducia riposta nei confronti dell’arte; o, per meglio dire, degli artisti.
La Biennale a Venezia sarà aperta al pubblico fino a domenica 26 novembre 2017.

Un selfie a caso