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Piero Fornasetti, 100 anni di follia pratica
16 Dic

Piero Fornasetti, 100 anni di follia pratica

L’undici novembre scorso cadeva il centenario dalla nascita di una  figura fondamentale nella storia del design italiano. Che, in effetti, pare improprio definire “designer”. Il designer ha al centro della sua azione il progetto, che spesso svolge con rigore razionalista, per rendere all’oggetto la sua funzione nella propria essenzialità. Oppure, che reinventa, adattando la forma di un oggetto, cambiandone struttura e proporzioni per farlo a volte assomigliare a qualcosa: una sedia con la forma di una mano; un appendiabiti con la forma di un corpo; uno spremiagrumi che assomiglia ad un missile.

Piero Fornasetti, invece – oltre ad essere uno stampatore di professione – era un decoratore. Generalmente, lui decorava oggetti dalle forme comuni con i suoi disegni. E per questo motivo pagò, per almeno un ventennio, lo scotto di un ostracismo dalla scena del design italiano, che ripudiava la “frivolezza” dei decori, in particolare da parte della Triennale stessa.

Ben venga, quindi, questa mostra, con cui il museo del Design paga il giusto pegno.

Allestita alla Triennale – Museo del Design di Milano, dal 13 novembre al 9 febbraio 2014, la mostra “Piero Fornasetti 100 anni di follia pratica“, è curata da Barnaba Fornasetti, figlio dell’artista e prosecutore della sua opera. Barnaba continua infatti a produrre oggetti utilizzando le medesime tecniche del padre, e riutilizzando i suoi disegni originali, sia quelli editi – che spesso vengono rielaborati dal figlio nelle sue “Reinvenzioni” – che svariati inediti.

Si tratta di una grande mostra, in cui vengono esposti un migliaio dei tredicimila oggetti prodotti da Fornasetti nel corso della sua vita. Dai suoi foulard – coi quali tentò di esordire sin dagli anni trenta proprio qui in Triennale, venendo però escluso – alle sue collaborazioni con Giò Ponti, che era rimasto colpito dal suo stile e con cui lavorò a progetti che andavano dai “lunari” a tiratura limitata fino all’arredamento di case, dalla decorazione di interni di negozi a quella di transatlantici, dai lavori su oggetti comuni quali posaceneri e soprattutto vassoi (di cui si definisce “inventore”) ai suoi paraventi, sedie e tavoli, ed infine alla sua opera pittorica.

Fornasetti dichiarava di dovere molto al cattivo gusto della sua famiglia. La sua ossessione per la decorazione era nata da questo come una sorta di reazione, anche se paradossalmente – a cavallo tra gli anni sessanta e soprattutto i settanta – verrà additato come uno dei più classici esempi del kitsch. Eppure le decorazioni di Fornasetti, seppur rigogliose – nel nome di una sorta di lotta contro l’horror vacui ed il grigio degli oggetti e del mondo tutto – erano caratterizzate da un rigore notevole, e l’approccio era in realtà prevalentemente minimale: la ripetizione di elementi coerenti, semplici e dalle linee essenziali rende le sue opere allo stesso tempo ricche e discrete. Un approccio da esteta, non certo da manierista.

Fornasetti, in un felice paragone, accosta la decorazione alla musica: qualcosa di inessenziale, almeno apparentemente, ma fondamentale per abbellire il mondo ed arricchire la vita. E nell’affermare questo, sottolinea anche l’importanza del Disegno: senza il disegno non si può progettare nulla. Chi non sa disegnare, non può essere in grado di progettare oggetti, nemmeno quelli utili, nemmeno con un approccio totalmente razionale. Il disegno è fondamentale per l’artista come per il decoratore, come per l’architetto e per l’ingegnere, per il designer, perfino per il matematico e per il fisico.

Nel nome dell’importanza data alla sua ricerca e ai suoi risultati, Fornasetti compiva atti che i feticisti del Libro definirebbero sacrileghi: era solito raccogliere in innumerevoli faldoni ritagli – tratti indifferentemente da riviste come da antichi libri rari – di immagini che potessero essere funzionali al suo lavoro. La sua attenzione era verso l’Immagine, non verso l’oggetto.

E fu proprio da un’immagine presa da un libro della fine dell’ottocento, raffigurante il volto di Lina Cavalieri – soprano, attrice, musa di D’Annunzio (che le dedicò Il Piacere e che la definì “la massima testimonianza di Venere in Terra) – che l’Artista prese spunto per un’infinità delle sue serigrafie. Suo è il volto che appare su innumerevoli vasi, teiere, piatti, e che fu scelto per la stessa ragione per cui sceglieva molte delle sue immagini archetipiche: per la loro bellezza classica e formale.

La collezione di immagini “Tema e Variazioni” comprende circa 350 varianti di questo unico motivo. Lo si ritrova su tutti i generi di oggetti Fornasetti, tra cui le reinvenzioni del figlio Barnaba. Un’intera sala dell’esposizione è dedicata proprio alle “Variazioni” del volto su centinaia di piatti bianchi in ceramica.

Questo aspetto – assieme a tanti altri – fa di Fornasetti un importante precursore della Pop Art. Lo fa la ripetizione di un elemento popolare (il volto di una diva) in molteplici versioni ognuna lievemente variata rispetto alle altre, come anche l’utilizzo di tecniche che saranno poi proprie di un Warhol come di un Roy Liechtenstein. E ciò, unito all’approccio visionario e surrealista dell’artista, lo rende assolutamente moderno: non stupisce vedere i suoi oggetti in vendita nel bookshop ipertrendy di 10CorsoComo, né il fatto che venga acclamato dagli appassionati di arte lowbrow e pop surrealista come una sorta di profeta.