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Triennale Design Museum presenta la prima grande mostra monografica sul lavoro di Ugo La Pietra dal 1960 a oggi con l’obiettivo di mettere in luce l’aspetto umanistico di questo progettista eclettico. Questa mostra si inserisce in un percorso tracciato da Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, che rivendica la continuità di una ricerca volta a rivalutare i non allineati, gli eretici, i sommersi, da Gino Sarfatti a Piero Fornasetti, via via fino a Ugo La Pietra.

Architetto di formazione, artista, cineasta (e attore), editor, musicista, fumettista, docente, Ugo La Pietra rimane un osservatore critico della realtà, che ha sondato, analizzato, criticato, amato, riprogettato con una profondità rara, disvelando le contraddizioni insite nella cultura e nella società. In termini teorici la sua completa attività - così eterogenea e complessa da risultare di difficile collocazione critica e disciplinare - è da interpretare come una lunga militanza all’interno della categoria dell’anti-progetto.

La sua attività compie oggi mezzo secolo e ha attraversato momenti molto significativi della storia contemporanea, come gli anni Sessanta di una Brera capitale della cultura, gli anni della Contestazione dei Settanta; l’avvento della comunicazione mediatica di massa e i relativi effetti sul mondo domestico e psicologico degli Ottanta.

Attraverso una selezione di oltre 1.000 opere, la mostra è strutturata secondo un percorso che, dalle origini concettuali del suo pensiero, si “manifesta” attraverso un racconto - per ricerche e sperimentazioni, oggetti e ambienti - che dall’individuo si propaga verso l’osservazione, la riappropriazione, la progettazione dello spazio e della realtà.

 

Ugo La Pietra, Arcangeli metropolitani, 1977

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Dreamers and Dissenters in Triennale

Martedì, 22 Ottobre 2013

Al Triennale Design Museum dal 3 al 27 ottobre è allestita “Dreamers and Dissenters”, di Matteo Guarnaccia, in collaborazione con Giulia Pivetta. Guarnaccia, illustratore e storico del costume, è un personaggio chiave della controcultura sin dai primissimi anni settanta, quando creò “Insekten Sekte”, storica fanzine psichedelica che riprese il suo nome da un gruppo di “Provos”. E molti, a questo punto, si domanderanno: ma che cosa sono i “Provos”?

Le tavole, esposte su due grandi pareti in Triennale, ci danno questa e molte altre risposte.  Come da sottotitolo della mostra, infatti, siamo di fronte a una sorta di “Viaggio illustrato tra le mode degli anni Sessanta”. Mode e non solo: accanto infatti a mods, rockers, ragazze yè-yè e hippies vengono raccontate, descritte, illustrate anche una serie di figure che caratterizzarono il decennio pur non potendo essere definite certamente quale sorta di “corrente giovanile”. Gente che vola, come astronauti e hostess, così come gente coi piedi decisamente piantati per terra, come i feddayn, o le guardie rosse; ma, in ogni caso, interpreti di qualcosa di nuovo, di indissolubilmente legato ad un originale senso di libertà – il medesimo che caratterizzò fortemente i sixties – e di rottura con qualsiasi schema del passato.

A ben rivedere ed osservare ognuno di questi protagonisti, la sensazione è davvero che loro “fossero i primi”, e che quasi ogni nuova tendenza sia venuta dopo fosse in realtà una forma di rielaborazione quando non di riciclo, di evoluzione quando non di involuzione, di quelle descritte da Guarnaccia e dalla Pivetta.

Alcuni di loro, duri a morire, esistono ancora. Più o meno – o quasi per nulla – riveduti e corretti: come gli skinheads, o i bikers, i mods; i duri e puri del gangsta rap di oggi ritrovano le loro radici nel movimento Black Panther, mentre quelli che indugiano verso le sponde dell’ R’n’B sono discendenti diretti della gente della Motown; gli hippie non esisteranno più, almeno nominalmente e anche concettualmente, ma la loro estetica imperversa tuttora. Gli happeners e i performers di oggi sono gli stessi che nacquero nella seconda metà degli anni sessanta, soltanto un po’ meno intellettualmente onesti, meno dadaisti e più poser. Gli hipster contemporanei – niente a che vedere con quelli originali degli anni quaranta, con cui condividono solamente il nome – assomigliano davvero molto a “quelli di Carnaby Street“, pescando però qualcosa anche da altri archetipi esposti sui muri della Triennale.

Gli autori, insomma, hanno “schedato”, tramite un centinaio di tavole, tutti questi gruppi di “sognatori e creativi”, delineando una mappa di stile che attraversa il tempo, dove trovano posto moda e design, musica e politica, arte e cinema. E, come precisa la direttrice del museo Silvana Annichiarico, hanno posto l’attenzione su quei protagonisti, che, con il loro stile, idee, storie, passioni e idiosincrasie hanno abitato e “modellato” questo periodo, e non soltanto.

Il lavoro di ricerca di Giulia Pivetta è meticoloso, ed i risultati sono interessanti e divertenti. I disegni di Guarnaccia sono splendidi e come sempre psicoattivi, in quest’occasione non già in chiave allucinogena, ma senz’altro nel senso di essere fortemente evocativi. Non per caso Luca Beatrice – che contribuì tra l’altro con alcuni testi critici al libro “Anthology” del 2007, la prima monografia dedicata all’artista milanese – dice dei suoi lavori: “oltre a smuovere un bagaglio di ricordi sono dotati di una profonda onestà intellettuale. L’artista si guarda allo specchio e non vede solo se stesso ma un intero universo di segni, immagini, e colori. Come un tempo, come sempre.”

Resta una settimana di tempo per visitare Dreamers and Dissenters. Ingresso gratuito.

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Intervista a Blue & Joy

Mercoledì, 11 Dicembre 2013

Fabio La Fauci e Daniele Sigalot sono gli ideatori dei personaggi di Blue & Joy, due pupazzi che incarnano pienamente il proprio nome: Blue ha un aspetto malinconico, Joy sembra pieno di vita e di felicità. Questo nome di fatto identifica da tempo gli artisti stessi, anche se nelle ultime mostre la presenza dei due personaggi si è fatta sempre più rara. Fabio e Daniele arrivano direttamente dalla loro ultima mostra, ancora in corso a Colonia (Germania), per esporre alla Triennale di Milano. Dal 10 dicembre e fino al 12 gennaio 2014 è allestita la loro personale, “Dear Design + Even the Wind Gets Lost”. Ovvero, cinque enormi missive scritte da importanti figure del design italiano aventi per destinatario il Design stesso, oltre all’installazione di trecento aeroplanini “di carta” (fatti di alluminio) multicolori. I due, ormai berlinesi d’adozione, celebrano così il rientro nella “loro” città, quella che li ha fatti incontrare e che li ha visti iniziare la loro collaborazione. Siamo andati ad incontrarli per fargli qualche domanda. Il tentativo di essere seri è naufragato quasi subito, per sfociare in un’intervista – per dirla come direbbero loro – a tratti superficialmente profonda. Ma proprio per questo particolarmente piacevole e interessante, oltre che ovviamente divertente.

Daniele e Fabio arrivano, ci sediamo al bar della Triennale, e mentre io prendo un caffè loro ordinano due calici di nebbiolo.

 

Nella vostra precedente mostra avevate dichiarato che chi ne capisse il titolo avrebbe capito tutto. Il titolo era talmente intriso di negazioni, contronegazioni e sensi multipli da permettere infinite chiavi di lettura. In questo caso, invece, il titolo è chiaro: Anche il vento si perde. Chiare le parole, ma mi piacerebbe capire cosa significhi per voi.
Daniele: (rivolto a Fabio): te l’ho detto, facciamo un titolo più complicato, eh eh eh. Però è molto bella la domanda: ecco, questa è la mia risposta.

 

Grazie!
D.: No vabbeh… “Anche il Vento si Perde”… mah. È comunque un’astrazione: come fa a perdersi il vento se non riusciamo neanche a immaginarlo? Noi cerchiamo sempre di essere vaghi, in modo da… però ecco, poi invece a volte uno si ritrova di fronte a giornaliste come te, che studiano davvero e che ti fanno domande pertinenti, e resta spiazzato. Però giuro che per la prossima mostra facciamo una cosa tipo rebus. Il prossimo titolo sarà enigmatico, su questo ci scusiamo.

 

In questa mostra non vedo le vostre pillole, e mi dispiace. Ma voglio chiedervelo lo stesso: per dirla con voi, nel vostro mosaico di pillole è importante l’essenza, ovvero il possibile contenuto delle pillole, o l’apparenza, cioè come esse vengano decontestualizzate e disposte?
D: Ma noi non siamo pronti a domande così profonde… In realtà l’ultimo lavoro che abbiamo fatto con le pillole risale allo scorso gennaio.

F: Però poi, sempre con la tecnica del mosaico abbiamo presentato ad un’altra mostra due rosoni: uno fatto di caramelle e l’altro di pillole.

D: Quello fatto di caramelle si intitolava: “Annuntio Vobis Gaudium Magnum”, che è la formula utilizzata dal cardinale più anziano per annunciare che è stato eletto un papa. Perché c’era stato questo boom a livello comunicativo del nuovo papa… il marketing ecclesiastico… eh sì, perché Papa Francesco piace talmente tanto a tutti, perché in realtà sembra davvero un bravo prete. Però dietro ha il governo più longevo della storia del pianeta. Quindi, come le caramelle piacciono a tutti, ci sembrava di poterle associare in qualche modo al nuovo pontefice. Analogamente, avevamo pensato che il papa precedente non piaceva a nessuno: però lavorava per la stessa azienda. E quindi l’altro rosone l’abbiamo fatto solo con medicinali, visto che tra l’altro è un papa che si è dimesso dicendo di star male… diceva. Poi, qualcuno ha male intrpretato il significato del nostro lavoro, pensando che fosse un tributo al nuovo papa. Invece è esattamente il contrario. Ma a volte è anche interessante che ognuno legga nelle nostre opere ciò che vuole. Noi pensavamo fosse evidente il senso critico del lavoro.

 

Chiara Guidi sottolinea l’importanza del vostro approccio con la dimensione del sogno. Qual è questo approccio?
D: Dormire! (Risate)
Questa chiudila qua perché è perfetta. Io sogno di dormire. (I ragazzi hanno allestito tre mostre in poco tempo, sono un po’ stanchi e mi fanno notare che devono ancora attaccare il manifesto della mostra salendo sul trabattello – e lo fanno proprio loro fisicamente –  entro l’apertura di stasera… non sanno se ce la faranno, NDR)

 

Avete compiuto la scelta di rinunciare al lavoro di creativi pubblicitari per dedicarvi all’arte. Quale è stata l’influenza della vostra ex professione nel vostro modo di esprimervi?
F: Innanzitutto, e credo di poter parlare a nome di entrambi, io me ne pento! Perché avevamo un futuro sicuro, lavoravamo a Londra, avevamo pure una paga tosta e quindi, insomma, un po’ mi manca la pubblicità. Con una punta di serietà invece, devo dirti che sicuramente quel mestiere ci ha insegnato a lavorare nel contesto di un team creativo, in particolare in coppia. E tuttora, una volta creata l’idea, si riesce davvero a realizzarla assieme al meglio, esattamente come si faceva in pubblicità. Come annuncio pubblico, tra parentesi, siamo disponibili come freelance dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18.

 

Saranno gli effetti del nebbiolo…?
D: Sottoscrivo pienamente che è stata una gigantesca cazzata, ora è troppo tardi per rientrarci, pazienza.

F: perché ormai siamo dei quarantenni senza esperienza, siamo i nuovi poveri di fatto. (Risate)

 

Allora tra le vostre letterine ci potrebbe stare un Dear Advertisement, improvvisatelo:
D+F: Cara pubblicità, scusaci: è stato un errore, e non è vero che la minestra riscaldata è meno buona. Chiamaci! Noi ti pensiamo sempre.

 

Secondo voi il direttore di ArtsLife mi licenzierà per aver fatto un’intervista poco seria?
D+F: Ma no, dai… e comunque, ora hai due nuovi amici. Poi non è detto che essere simpatici voglia dire essere superficiali: noi siamo profondissimi. Siamo superficialmente profondi.

 

Bene, mi sento rasserenata. Tornando a noi… A proposito di influenze, i Paper Planes sono un chiaro omaggio ad Alighiero Boetti. La sua influenza nella vostra opera si vede però anche altrove, perfino nelle vostre lettere, che quantomento nell’intenzione ricordano le frasi e i motti scritti e dipinti da lui; oppure nell’utilizzo di materiali inconsueti come si trattasse di pixel cromatici. Quali sono le altre vostre importanti influenze?
D: In realtà questo è un po’ un equivoco, nel senso che a Boetti abbiamo reso omaggio con una installazione di areoplanini – oltre a dei dipinti – in una nostra precedente esposizione, realizzata dopo aver visto una sua mostra che ci aveva particolarmente impressionati: per cui, capirai che ciò che dici è per noi molto lusinghiero. Riguardo al resto, in realtà non saprei cosa risponderti, perché dipende molto dai momenti, dai periodi, e anche noi come i nostri aeroplanini ci smarriamo, seppure in maniera bella, e le influenze possono essere davvero tante. Non c’è una stella polare nel buio.

 

Una domanda scontata, ma importante per capire bene. Cos’è Dear Design?
D: Questa è una domanda che dovremmo sicuramente condividere con Lorenzo Palmeri che ne è il curatore. Noi siamo qui grazie a lui, perché questa è una sua idea. Dopo aver letto le nostre lettere – esposte in mostre precedenti – dedicate al Destino, al Successo, e via dicendo, è rimasto incuriosito e ci ha suggerito di fare una lettera dedicata al Design. Solamente che noi riguardo al design siamo un po’ sprovvisti di background, per cui – ritenendoci impreparati – abbiamo chiesto aiuto ai migliori designer presenti in Italia. Alberto Alessi, Mario Bellini, Michele De Lucchi, Alessandro Mendini e Isao Hosoe sono quindi stati coinvolti, ed è nata questa collaborazione: noi abbiamo prestato il nostro media, ovvero il supporto di alluminio, e loro hanno scritto le lettere.

 

Dite la verità… sicuramente volete bene a Blue and Joy, ma è una rapporto ormai logorante, e non vedete l’ora di liberarvene. Pensate di riuscirci? E come?
F: Diciamo che anche quest’anno abbiamo fatto cose dove Blue & Joy c’erano, ma esclusivamente sotto forma di due sculture che “facevano presenza” all’interno dell’esposizione. Di fatto, a livello iconografico e stilistico erano lontani dal loro mondo, e rimanevano semplicemente lì fermi a guardare.

D: Quindi pensiamo di avere iniziato ad emanciparci da un linguaggio che avevamo intrapreso come sfogo nei confronti della pubblicità: poiché in pubblicità la tua creatività viene costantemente lesa e maltrattata, avevamo inventato questi personaggi di un fumetto ai quali andava tutto male. Era un po’ come osannare la sfiga essendo costretti invece, allo stesso tempo, a vendere la fortuna e la gloria ogni giorno e con qualunque marchio.

F: E poi comunque negli anni Blue and Joy sono diventati grandi, sono cresciuti ed è ora che si trovino un lavoro. Ma andassero a lavorare in pubblicità!

 

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L’undici novembre scorso cadeva il centenario dalla nascita di una  figura fondamentale nella storia del design italiano. Che, in effetti, pare improprio definire “designer”. Il designer ha al centro della sua azione il progetto, che spesso svolge con rigore razionalista, per rendere all’oggetto la sua funzione nella propria essenzialità. Oppure, che reinventa, adattando la forma di un oggetto, cambiandone struttura e proporzioni per farlo a volte assomigliare a qualcosa: una sedia con la forma di una mano; un appendiabiti con la forma di un corpo; uno spremiagrumi che assomiglia ad un missile.

Piero Fornasetti, invece – oltre ad essere uno stampatore di professione – era un decoratore. Generalmente, lui decorava oggetti dalle forme comuni con i suoi disegni. E per questo motivo pagò, per almeno un ventennio, lo scotto di un ostracismo dalla scena del design italiano, che ripudiava la “frivolezza” dei decori, in particolare da parte della Triennale stessa.

Ben venga, quindi, questa mostra, con cui il museo del Design paga il giusto pegno.

Allestita alla Triennale – Museo del Design di Milano, dal 13 novembre al 9 febbraio 2014, la mostra “Piero Fornasetti 100 anni di follia pratica“, è curata da Barnaba Fornasetti, figlio dell’artista e prosecutore della sua opera. Barnaba continua infatti a produrre oggetti utilizzando le medesime tecniche del padre, e riutilizzando i suoi disegni originali, sia quelli editi – che spesso vengono rielaborati dal figlio nelle sue “Reinvenzioni” – che svariati inediti.

Si tratta di una grande mostra, in cui vengono esposti un migliaio dei tredicimila oggetti prodotti da Fornasetti nel corso della sua vita. Dai suoi foulard – coi quali tentò di esordire sin dagli anni trenta proprio qui in Triennale, venendo però escluso – alle sue collaborazioni con Giò Ponti, che era rimasto colpito dal suo stile e con cui lavorò a progetti che andavano dai “lunari” a tiratura limitata fino all’arredamento di case, dalla decorazione di interni di negozi a quella di transatlantici, dai lavori su oggetti comuni quali posaceneri e soprattutto vassoi (di cui si definisce “inventore”) ai suoi paraventi, sedie e tavoli, ed infine alla sua opera pittorica.

Fornasetti dichiarava di dovere molto al cattivo gusto della sua famiglia. La sua ossessione per la decorazione era nata da questo come una sorta di reazione, anche se paradossalmente – a cavallo tra gli anni sessanta e soprattutto i settanta – verrà additato come uno dei più classici esempi del kitsch. Eppure le decorazioni di Fornasetti, seppur rigogliose – nel nome di una sorta di lotta contro l’horror vacui ed il grigio degli oggetti e del mondo tutto – erano caratterizzate da un rigore notevole, e l’approccio era in realtà prevalentemente minimale: la ripetizione di elementi coerenti, semplici e dalle linee essenziali rende le sue opere allo stesso tempo ricche e discrete. Un approccio da esteta, non certo da manierista.

Fornasetti, in un felice paragone, accosta la decorazione alla musica: qualcosa di inessenziale, almeno apparentemente, ma fondamentale per abbellire il mondo ed arricchire la vita. E nell’affermare questo, sottolinea anche l’importanza del Disegno: senza il disegno non si può progettare nulla. Chi non sa disegnare, non può essere in grado di progettare oggetti, nemmeno quelli utili, nemmeno con un approccio totalmente razionale. Il disegno è fondamentale per l’artista come per il decoratore, come per l’architetto e per l’ingegnere, per il designer, perfino per il matematico e per il fisico.

Nel nome dell’importanza data alla sua ricerca e ai suoi risultati, Fornasetti compiva atti che i feticisti del Libro definirebbero sacrileghi: era solito raccogliere in innumerevoli faldoni ritagli – tratti indifferentemente da riviste come da antichi libri rari – di immagini che potessero essere funzionali al suo lavoro. La sua attenzione era verso l’Immagine, non verso l’oggetto.

E fu proprio da un’immagine presa da un libro della fine dell’ottocento, raffigurante il volto di Lina Cavalieri – soprano, attrice, musa di D’Annunzio (che le dedicò Il Piacere e che la definì “la massima testimonianza di Venere in Terra) – che l’Artista prese spunto per un’infinità delle sue serigrafie. Suo è il volto che appare su innumerevoli vasi, teiere, piatti, e che fu scelto per la stessa ragione per cui sceglieva molte delle sue immagini archetipiche: per la loro bellezza classica e formale.

La collezione di immagini “Tema e Variazioni” comprende circa 350 varianti di questo unico motivo. Lo si ritrova su tutti i generi di oggetti Fornasetti, tra cui le reinvenzioni del figlio Barnaba. Un’intera sala dell’esposizione è dedicata proprio alle “Variazioni” del volto su centinaia di piatti bianchi in ceramica.

Questo aspetto – assieme a tanti altri – fa di Fornasetti un importante precursore della Pop Art. Lo fa la ripetizione di un elemento popolare (il volto di una diva) in molteplici versioni ognuna lievemente variata rispetto alle altre, come anche l’utilizzo di tecniche che saranno poi proprie di un Warhol come di un Roy Liechtenstein. E ciò, unito all’approccio visionario e surrealista dell’artista, lo rende assolutamente moderno: non stupisce vedere i suoi oggetti in vendita nel bookshop ipertrendy di 10CorsoComo, né il fatto che venga acclamato dagli appassionati di arte lowbrow e pop surrealista come una sorta di profeta.

 

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Alla Triennale di Milano, a cura di Vincenzo de Bellis, c’è “Ennesima“.

Parlare di questa rassegna come di una mostra, però, è impreciso. Ed è altrettanto impreciso definirla come una mostra sull’arte italiana degli ultimi cinquant’anni.

Ennesima, che prende il nome da un’opera di Giulio Paolini esposta, si presenta come un insieme di sette diverse mostre concatenate tra loro. Si tratta, in realtà, di una mostra su come fare mostre.
Una metaesposizione quindi, con cui il curatore ha voluto quasi fare una mostra sulla curatela stessa, a partire dall’epoca in cui l’arte diventa definitivamente segno dei tempi.

Resterà alla Triennale fino al 6 marzo 2016.

 

Pino Pascali, Delfino (1967)

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Alla Triennale di Milano, a cura di Vincenzo de Bellis, c’è “Ennesima“.

Parlare di questa rassegna come di una mostra, però, è impreciso. Ed è altrettanto impreciso definirla come una mostra sull’arte italiana degli ultimi cinquant’anni.

Ennesima, che prende il nome da un’opera di Giulio Paolini esposta, si presenta come un insieme di sette diverse mostre concatenate tra loro. Si tratta, in realtà, di una mostra su come fare mostre.
Una metaesposizione quindi, con cui il curatore ha voluto quasi fare una mostra sulla curatela stessa, a partire dall’epoca in cui l’arte diventa definitivamente segno dei tempi.

Resterà alla Triennale fino al 6 marzo 2016.

 

Alessandro Pessoli, Figure che aspettano (2014)

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Alla Triennale di Milano, a cura di Vincenzo de Bellis, c’è “Ennesima“.

Parlare di questa rassegna come di una mostra, però, è impreciso. Ed è altrettanto impreciso definirla come una mostra sull’arte italiana degli ultimi cinquant’anni.

Ennesima, che prende il nome da un’opera di Giulio Paolini esposta, si presenta come un insieme di sette diverse mostre concatenate tra loro. Si tratta, in realtà, di una mostra su come fare mostre.
Una metaesposizione quindi, con cui il curatore ha voluto quasi fare una mostra sulla curatela stessa, a partire dall’epoca in cui l’arte diventa definitivamente segno dei tempi.

Resterà alla Triennale fino al 6 marzo 2016.

 

Luciano Fabro, Due nudi che scendono le scale ballando il Boogie-Woogie -1989

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Triennale Design Museum presenta la mostra Normali Meraviglie. La Mano (fino al 4 dicembre 2016), a cura di Alessandro Guerriero: la multiforme interpretazione di oltre 50 artisti e designer internazionali di una Mano disegnata dall’artista Mimmo Paladino. Paladino ha donato alla Fondazione Sacra Famiglia il disegno di una Mano, che è stato riprodotto con entusiasmo e impegno in 54 sculture alte 50 cm dagli ospiti del laboratorio di ceramica dell’ente, attivo nel sostegno a persone con disabilità complesse.

Alessandro Guerriero ha coinvolto, oltre allo stesso Paladino, 53 artisti e designer italiani e stranieri di fama internazionale, chiedendo loro di rielaborare, reinventare e rivestire queste sculture con disegni, dipinti, oggetti.

Durante la Charity gala Dinner il 3 dicembre, presso la sala d’Onore della Triennale di Milano, le Mani verranno assegnate con una lotteria a chi avrà acquistato i relativi biglietti numerati. È possibile partecipare alla Charity Dinner anche senza acquistare il biglietto della Lotteria la Mano, a fronte di una donazione liberale dell’importo minimo di € 200,00.

Il ricavato andrà a favore della Sacra Famiglia per lo sviluppo e il sostegno dei laboratori occupazionali che la Fondazione promuove, affiancando ad attività assistenziali, sanitarie e riabilitative, interventi abilitativi e di socializzazione. Queste attività rappresentano una parte importante in un complessivo e articolato percorso di crescita personale, all’interno del quale le persone con disturbo generalizzato dello sviluppo, autismo e disabilità intellettiva acquisiscono fiducia e trovano occasioni preziose di inclusione sociale.

L’operazione è parte di Normali Meraviglie, iniziativa promossa dalla Fondazione per tutelare e valorizzare il concetto di “Fragilità”, in collaborazione con l’Associazione Tam Tam, scuola di eccellenza di attività visive, che ne coordina la direzione creativa.

 

 

Gio Pistone - Eros e Thanatos

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Triennale Design Museum presenta la mostra Normali Meraviglie. La Mano (fino al 4 dicembre 2016), a cura di Alessandro Guerriero: la multiforme interpretazione di oltre 50 artisti e designer internazionali di una Mano disegnata dall’artista Mimmo Paladino. Paladino ha donato alla Fondazione Sacra Famiglia il disegno di una Mano, che è stato riprodotto con entusiasmo e impegno in 54 sculture alte 50 cm dagli ospiti del laboratorio di ceramica dell’ente, attivo nel sostegno a persone con disabilità complesse.

Alessandro Guerriero ha coinvolto, oltre allo stesso Paladino, 53 artisti e designer italiani e stranieri di fama internazionale, chiedendo loro di rielaborare, reinventare e rivestire queste sculture con disegni, dipinti, oggetti.

Durante la Charity gala Dinner il 3 dicembre, presso la sala d’Onore della Triennale di Milano, le Mani verranno assegnate con una lotteria a chi avrà acquistato i relativi biglietti numerati. È possibile partecipare alla Charity Dinner anche senza acquistare il biglietto della Lotteria la Mano, a fronte di una donazione liberale dell’importo minimo di € 200,00.

Il ricavato andrà a favore della Sacra Famiglia per lo sviluppo e il sostegno dei laboratori occupazionali che la Fondazione promuove, affiancando ad attività assistenziali, sanitarie e riabilitative, interventi abilitativi e di socializzazione. Queste attività rappresentano una parte importante in un complessivo e articolato percorso di crescita personale, all’interno del quale le persone con disturbo generalizzato dello sviluppo, autismo e disabilità intellettiva acquisiscono fiducia e trovano occasioni preziose di inclusione sociale.

L’operazione è parte di Normali Meraviglie, iniziativa promossa dalla Fondazione per tutelare e valorizzare il concetto di “Fragilità”, in collaborazione con l’Associazione Tam Tam, scuola di eccellenza di attività visive, che ne coordina la direzione creativa.

 

 

Stefania Modicamore - Senza titolo

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Triennale Design Museum presenta la mostra Normali Meraviglie. La Mano (fino al 4 dicembre 2016), a cura di Alessandro Guerriero: la multiforme interpretazione di oltre 50 artisti e designer internazionali di una Mano disegnata dall’artista Mimmo Paladino. Paladino ha donato alla Fondazione Sacra Famiglia il disegno di una Mano, che è stato riprodotto con entusiasmo e impegno in 54 sculture alte 50 cm dagli ospiti del laboratorio di ceramica dell’ente, attivo nel sostegno a persone con disabilità complesse.

Alessandro Guerriero ha coinvolto, oltre allo stesso Paladino, 53 artisti e designer italiani e stranieri di fama internazionale, chiedendo loro di rielaborare, reinventare e rivestire queste sculture con disegni, dipinti, oggetti.

Durante la Charity gala Dinner il 3 dicembre, presso la sala d’Onore della Triennale di Milano, le Mani verranno assegnate con una lotteria a chi avrà acquistato i relativi biglietti numerati. È possibile partecipare alla Charity Dinner anche senza acquistare il biglietto della Lotteria la Mano, a fronte di una donazione liberale dell’importo minimo di € 200,00.

Il ricavato andrà a favore della Sacra Famiglia per lo sviluppo e il sostegno dei laboratori occupazionali che la Fondazione promuove, affiancando ad attività assistenziali, sanitarie e riabilitative, interventi abilitativi e di socializzazione. Queste attività rappresentano una parte importante in un complessivo e articolato percorso di crescita personale, all’interno del quale le persone con disturbo generalizzato dello sviluppo, autismo e disabilità intellettiva acquisiscono fiducia e trovano occasioni preziose di inclusione sociale.

L’operazione è parte di Normali Meraviglie, iniziativa promossa dalla Fondazione per tutelare e valorizzare il concetto di “Fragilità”, in collaborazione con l’Associazione Tam Tam, scuola di eccellenza di attività visive, che ne coordina la direzione creativa.

 

 

Giulio Jacchetti - Mano Ferita

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