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Il Comune di Milano Cultura e il Museo del 900 presentano “Giosetta Fioroni. Viaggio Sentimentale“, mostra realizzata in collaborazione con la casa editrice Electa, a cura di Flavio Arensi ed Elettra Bottazzi.
Per la prima volta Milano dedica a Giosetta Fioroni una grande mostra antologica, con oltre 160 opere capaci di raccontare al pubblico la complessità tematica e linguistica del suo intero percorso artistico.
Figura di riferimento della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo a Roma insieme a Franco Angeli, Mario Schifano, Tano Festa e tutti gli artisti che hanno animato la galleria “La tartaruga” di Plinio de Martiis, Giosetta Fioroni rappresenta un’eccezione nel panorama italiano dell’arte e anche per questo è diventata una protagonista della scena artistica internazionale. Fuori dal coro, fuori dalle mode, lucida ed esplosiva, l’artista ha sviluppato in oltre sessanta anni di attività un linguaggio visivo forte ed eloquente fatto di simboli, segni ed emozioni: muovendosi a suo agio tra pittura, disegno, performance, video, teatro, ceramica e moda, ha sempre intrecciato il suo lavoro alla sua vita in modo audace e romantico. Da qui il titolo della mostra Giosetta Fioroni. Viaggio Sentimentale che prende spunto dalla canzone “Sentimental Journey” portata al successo da Doris Day nel 1944 e che mette in evidenza tanto il lungo incedere creativo dell’artista, come la sua volontà di raccontare, passo dopo passo, tutto quello che offre una vita sentimentale.
Il percorso espositivo, oltre al piano terra del Palazzo dell’Arengario, si snoda nelle sale (circa 700 mq) che affacciano su piazzetta Reale, allestite in senso cronologico per offrire una panoramica completa dell’attività pittorica dell’artista, grazie al progetto di allestimento di Massimo Curzi che ha lavorato immaginando di condurre il visitatore dentro lo studio dell’artista.

Giosetta Fioroni - Stardust (2006), Jane (2006), Lulù (2003), Agatha (2003)

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Il percorso del museo del 900 termina con una sala dedicata ad alcuni tra i maggiori esponenti dell’Arte Povera, da Luciano Fabro a Mario Merz, da Gilberto Zorio a Giuseppe Penone.

l'Arte povera è una corrente artistica che nasce nell'ambito della cosiddetta arte concettuale in aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società contemporanea dopo averne corroso abitudini e conformismi semantici. Un'altra caratteristica del lavoro degli artisti del movimento è il ricorso alla forma dell'installazione, come luogo della relazione tra opera e ambiente, e a quella dell"azione" performativa.
Germano Celant, il critico d'arte al quale si devono il nome, afferma che l'arte povera si manifesta essenzialmente "nel ridurre ai minimi termini, nell'impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi".
Gran parte degli artisti del gruppo - Giovanni Anselmo, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto - manifestano un interesse esplicito per i materiali utilizzati mentre alcuni - segnatamente Alighiero Boetti e Giulio Paolini – hanno fin dall'inizio una propensione più concettuale.
L'obiettivo di questi artisti è quello di superare l'idea tradizionale secondo cui l'opera d'arte occupa un livello di realtà sovratemporale e trascendente.
 
 
Mario Merz: "Zebra (Fibonacci)", 1973
Le striature di una zebra sono uno dei casi di applicazione numerica in natura della serie di Fibonacci: dati due numeri come 1 e 2, si ottiene la somma 3 che, a sua volta si somma all'ultimo addendo 2, dando 5; e così via. Appassionatosi alla serie dal 1969, Merz armonizza la sua prassione artistica con i ritmi biologici e prolificanti della natura. E' simbolo dell’energia autorigenerante della natura.
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Il percorso del museo del 900 termina con una sala dedicata ad alcuni tra i maggiori esponenti dell’Arte Povera, da Luciano Fabro a Mario Merz, da Gilberto Zorio a Giuseppe Penone.

l'Arte povera è una corrente artistica che nasce nell'ambito della cosiddetta arte concettuale in aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società contemporanea dopo averne corroso abitudini e conformismi semantici. Un'altra caratteristica del lavoro degli artisti del movimento è il ricorso alla forma dell'installazione, come luogo della relazione tra opera e ambiente, e a quella dell"azione" performativa.
Germano Celant, il critico d'arte al quale si devono il nome, afferma che l'arte povera si manifesta essenzialmente "nel ridurre ai minimi termini, nell'impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi".
Gran parte degli artisti del gruppo - Giovanni Anselmo, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto - manifestano un interesse esplicito per i materiali utilizzati mentre alcuni - segnatamente Alighiero Boetti e Giulio Paolini – hanno fin dall'inizio una propensione più concettuale.
L'obiettivo di questi artisti è quello di superare l'idea tradizionale secondo cui l'opera d'arte occupa un livello di realtà sovratemporale e trascendente.
 
 
Gino Marotta: "Natura Modulare" (1966)
Artista molisano di fama internazionale, pioniere delle sperimentazioni sull'arte installativa e sui nuovi materiali, protagonista riconosciuto delle neoavanguardie, non solo italiane. La vocazione all’uso di materiali inediti è continua nelle sculture ritagliate nel metacrilato che ben presto si trasformano in Environment.
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Il percorso del museo del 900 termina con una sala dedicata ad alcuni tra i maggiori esponenti dell’Arte Povera, da Luciano Fabro a Mario Merz, da Gilberto Zorio a Giuseppe Penone.

l'Arte povera è una corrente artistica che nasce nell'ambito della cosiddetta arte concettuale in aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società contemporanea dopo averne corroso abitudini e conformismi semantici. Un'altra caratteristica del lavoro degli artisti del movimento è il ricorso alla forma dell'installazione, come luogo della relazione tra opera e ambiente, e a quella dell"azione" performativa.
Germano Celant, il critico d'arte al quale si devono il nome, afferma che l'arte povera si manifesta essenzialmente "nel ridurre ai minimi termini, nell'impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi".
Gran parte degli artisti del gruppo - Giovanni Anselmo, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto - manifestano un interesse esplicito per i materiali utilizzati mentre alcuni - segnatamente Alighiero Boetti e Giulio Paolini – hanno fin dall'inizio una propensione più concettuale.
L'obiettivo di questi artisti è quello di superare l'idea tradizionale secondo cui l'opera d'arte occupa un livello di realtà sovratemporale e trascendente.
 
 
Luciano Fabro: "Contatto. Tautologia" (1967-2001)
Fabro è uno dei protagonisti più significativi del rinnovamento artistico sviluppatosi a Milano negli anni sessanta. La sua ricerca prende le mosse dal superamento dello spazio bidimensionale della tela proposto da Lucio Fontana.
Nelle opere di quegli anni l'artista s’interroga sulla rappresentazione del mondo fondata sulla scatola prospettica rinascimentale e imposta una sua personale via di approfondimento che ricava stimolo e linfa dall’arte del passato, invece di opporsi, con i modi più esteriori dell’avanguardia, alla tradizione.
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SisalPay si fa promotrice di un’iniziativa d’eccezione, sostenendo, al Museo del Novecento di Milano, l’arrivo delle due ultime collezioni Un Museo Ideale. Ospiti d’eccezione nelle Collezioni del Novecento dal Futurismo al Contemporaneo” e “Nuovi Arrivi. Opere della donazione Bianca e Mario Bertolini”. Un impegno che sarà corollato da tre serate con guide di grande prestigio: Vittorio Sgarbi, Luca Beatrice e Philippe Daverio, la cui serata il prossimo 22 settembre sarà per tutta la cittadinanza. L’iniziativa si inserisce nel programma espositivo che il Museo del Novecento ha ideato in occasione di Expo 2015.

I capolavori donati da Mario Bertolini arricchiscono il patrimonio del museo di oltre 600 opere realizzate dai protagonisti dell’arte italiana e internazionale del secolo scorso, e la mostra “Nuovi Arrivi” ricostruisce, in una selezione di circa cento opere, i capitoli fondamentali della raccolta, con opere che da Balla portano a Warhol e Schifano, all’arte concettuale americana ed europea, a Christo, Acconci, LeWitt, ai neoespressionisti tedeschi e austriaci, per concludere il percorso con una grande Rosa Bianca di Kounellis, che costituisce così un importante contraltare alla Rosa Nera già presente nella collezione permanente del museo.

 

 

“Un Museo Ideale”, invece, arricchisce le collezioni del museo con opere provenienti dalle istituzioni museali italiane, a costituire insieme alle opere permanenti un percorso comune che racconti il patrimonio artistico italiano del secolo scorso. Un invito esteso al pubblico sui Social Network con l’Instagram Challenge #MuseoIdeale, una call dedicata a tutti gli appassionati di arte e fotografia, supportata da un sito (www.museoideale.it) che ospita la raccolta delle immagini condivise dalla community, trasformando “Un Museo Ideale” in un museo aperto a tutti. Maurizio Santacroce, Direttore Payments and Services  di Sisal Group, ci dice:

“Da alcuni anni nell’ambito del nostro programma di responsabilità sociale d’impresa stiamo investendo per sostenere l’arte, la cultura e il talento. Quest’anno ci ha molto colpito l’iniziativa di questi percorsi espositivi del Museo del Novecento in concomitanza con Expo: ci è sembrata una notevole valorizzazione della cultura italiana, ed essendo la nostra una realtà fortemente italiana abbiamo aderito al progetto, che pensiamo ci abbia permesso di dare un contributo particolare anche alla città di Milano.

 

Crediamo molto nel sostegno all’arte. Personalmente, sono molto contento di quanto fatto finora in questo contesto, che ci ha consentito di accompagnare la città per sei mesi e che ci ha portato a vivere serate come questa curata da Vittorio Sgarbi, che ha un sapore particolare e da grande soddisfazione.”

 

 

 

Nell’occasione della prima serata guidata abbiamo rivolto alcune domande a Vittorio Sgarbi.

Come spesso capita, grazie a privati che peraltro si occupano di tutt’altro, è possibile realizzare iniziative come questa. Le istituzioni tendono ad essere carenti, questo non è un bene. Ci potrà essere un’inversione di tendenza?

SisalPay è un Istituto di Pagamento privato, parte di un grande Gruppo (la Sisal) concessionario dello Stato, che produce dei profitti attraverso dei servizi di pagamento, e che ha decide di indirizzare parte dei propri investimenti all’attività di restauro e promozione di mostre. Chiaramente, ricevendo tramite un gesto apprezzabile com’è quello della promozione della cultura, il vantaggio di far ulteriormente conoscere la propria esistenza ed alcuni aspetti della propria attività. Io, per esempio, non sapevo che Sisalpay consente di pagare bollette, tasse e multe in tabaccheria o negozio. Nell’azione di sponsorizzazione, quindi, c’è anche un’implicita promozione dell’istituto.

 

 

E le istituzioni pubbliche?

Le istituzioni pubbliche hanno un problema più grave. Il taglio della spesa pubblica non dovrebbe voler dire solo spendere di meno, ma spendere meglio: indirizzando meglio la spesa si potrebbe spendere la metà di quello che effettivamente spende l’Amministrazione, con maggiori risultati. Il problema del Pubblico è perciò la dispersione di energie in spese senza senso. Molti interventi pubblici, a partire dall’esempio della stessa Regione Lombardia, che aveva una sede perfetta al Pirellone ma ha voluto ugualmente realizzare la propria Nuova Sede, si concretizzano in soldi che vengono spesi per una iniziativa di lavori nominalmente pubblici che, però, non hanno alcun interesse per il pubblico. Abbiamo una spesa pubblica eccessiva per obiettivi sbagliati. Non serve spendere un po’ di meno dappertutto, ma occorre spendere rinunciando ad opere inutili, indirizzando il denaro laddove è utile, compresa ovviamente la promozione della cultura.

Altrettanto notevole è l’importanza della presenza in Italia di persone come i Bertolini, che decidono di donare al museo – e quindi a tutti – collezioni di importanza rilevante come questa..

Quella dei Bertolini è una donazione molto di nicchia che ha un interesse generale più legato alla specialità e all’attenzione per l’arte contemporanea. È una collezione sinceramente amatoriale, quasi un archivio, perché hanno comperato soprattutto opere su carta. La donazione è una delle anime viventi dei musei: i musei vivono di donazioni e molto spesso sono costitutiti da collezioni private. Il fatto che oggi si continui a fare quello che è sempre stato fatto nel passato, come per esempio per l’Accademia Carrara o per il Poldi Pezzoli, è la prova del fatto che esiste un Privato virtuoso il cui collezionismo non è legato al danaro, ma a una concezione di condivisione. Questo porta naturalmente il privato a donare quanto raccolto spendendo soldi propri per permettere alla gente di visitare la propria collezione e condividere la propria visione dell’arte.

 

 

I Bertolini sono stati una famiglia legata all’arte ma anche al proprio territorio: Araldo, il padre di Mario Bertolini, fu ispettore onorario delle Belle arti e direttore del Museo camuno. E infatti, inizialmente, la Fondazione aveva cercato di collocare le opere in Valcamonica, ma non è stato trovato un posto adeguato e la collezione è arrivata a Milano. Cosa pensa di questo fatto?

Penso che sarebbe stato un errore. In Valcamonica un collezionismo così sofisticato – e anche snob, perché porta con sé una serie di questioni legate non alla comune idea di arte, ma a un’idea di arte legata alla sensibilità del nostro tempo – sarebbe probabilmente rimasto confinato in una sorta di cimitero, con le opere appese ai muri senza che nessuno le vedesse. Invece, non c’è destinazione più pertinente del museo del Novecento a Milano: è un’ istituzione universale nella città giusta. Questa collezione in terra camuna avrebbe costituito una bizzarria, una curiosità che pure era legata a persone sensibili, qui diventa organica a una visione. È stata una fortuna che l’abbiano rifiutata in Valcamonica, perchè sarebbe rimasta in qualche modo inevasa, l’avrebbero visitata solo pochissimi bizzarri curiosi. Al museo del Novecento, invece, chi viene a vederla la trova nel contesto giusto, insieme alla collezione di Claudia Gian Ferrari, nell’ambito del mondo a cui quelle opere appartengono.

 

 

Parlando del “Museo Ideale”, qual è il suo punto di vista su questo genere di iniziativa? Le sembra positiva e sensata? Magari auspicabile anche in situazioni diverse legate ad altri musei?

È una giusta iniziativa: portare quadri di un museo in un altro museo è una pratica comune, e qui l’hanno realizzata addirittura moltiplicandola per dieci.

Che una sola opera venga da un’altro museo è cosa giusta; che in un museo ne vengano dieci da altrettanti musei è cosa ancora più giusta; che poi queste dieci opere siano contestuali alle diverse aree del museo, per cui tu hai un dipinto metafisico o un dipinto di Casorati nel luogo dove ci sono i quadri degli stessi autori e degli stessi movimenti dentro il museo, è veramente notevole. Credo però che il titolo possa creare un equivoco: si pensa ad un “museo ideale” come ad un qualcosa che non c’è, qualcosa di virtuale, mentre questa è una mostra assolutamente reale, che semplicemente configura l’ipotesi di un museo stabilmente realizzabile.

 

 

 

 

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Nuovo appuntamento a cura di Sisalpay (clicca qui per il precedente) al Museo del Novecento, corollato dalla lectio magistralis di Philippe Daverio, direttamente dal balcone del museo che affaccia sulla piazza del Duomo.

Trasmessa anche da un maxi schermo allestito per l’occasione, la lezione – dal titolo di “Grandezza e miserie della vita novecentesca” – è stata seguita da 3.000 persone che hanno poi potuto accedere al museo, aperto eccezionalmente per la serata.

L’iniziativa è stata un successo, oltre 2.000 persone hanno utilizzato l’ingresso notturno gratuito per visitare il Museo.

 

 

Abbiamo rivolto a Philippe Daverio alcune domande.

Il titolo della mostra che è stata fatta qui al museo del 900 mi ha subito evocato i suoi libri, in particolare il “Museo Immaginato”. Quanto si avvicina alla sua idea?

Il tentativo di mettere insieme degli elementi per raccontare una storia è fondamentale. Un museo deve raccontare una storia, e purtroppo molto spesso i musei non ci riescono. Oppure raccontano storie che capiscono solo i curatori, che relazionandosi costantemente con quelle opere riescono ovviamente ad inventare una storia, ma il fatto che il pubblico che interviene sia in grado di percepirla è tutt’altra cosa. Tutto il lavoro della museologia sta in questo: riuscire a trasformare il materiale a disposizione non in una sola, ma in svariate storie che possano essere lette da svariate teste. È un concetto molto americano, con un racconto che sia al contempo high & low, che risvegli la curiosità nella persona informata e operi un coinvolgimento anche nella persona che è appena arrivata lì. Non è mica facile.

 

 

Perciò la storia da raccontare è fondamentale…

Assolutamente sì: le opere devono raccontare la storia. Nei musei italiani lo si fa poco, e se una persona senza l’adeguato training va agli Uffizi non riesce a capirli.

La narrazione avviene a seconda di come si pensa la mostra. Noi abbiamo ancora molto l’abitudine di considerare il museo una sorta di teca di conservazione che esiste perchè serve a tenere le cose, quasi come fosse un armadio. Il museo deve essere questo, ma deve anche e soprattutto essere altro; e dovrebbe inoltre essere in grado di generare eventi regolari in modo da creare con il pubblico una sorta di long term relationship: ovvero, io ci vado regolarmente, per me è una bella abitudine, ci vado e ci torno perchè l’ho visto e mi piace.

Quando io inventai Palazzo Reale lo feci con queste premesse. Purtroppo, i miei successori non hanno più fatto passi in avanti. Non si dovrebbe andare a vedere una mostra ogni tanto, ma poterci tornare per rivedere le stesse cose e di volta in volta qualcosa di nuovo, perché è arrivato qualcosa di collegato. Un po’ quello che è successo qui con la donazione dei Bertolini.

 

 

Quindi ritiene che iniziative come questa di Sisalpay siano importanti?

Hanno un’enorme utilità. Perché è comunicazione: non è detto che tutti gli ospiti invitati questa sera siano già stati qui, come non è detto che tutti ci vengano regolarmente. Ecco perché un’altra cosa importante è che una struttura come questo museo abbia una serie di meccaniche di animazione regolare. E non solo il privato, come SisalPay, ma soprattutto il museo stesso deve proporre iniziative come questa, e deve essere in grado di trovare esso stesso gli sponsor. Questa sera SisalPay ha fatto un gesto apprezzabile, ma normale, non incredibile, se lo compariamo con quanto succede altrove: a Monaco, a Berlino, a Parigi succede regolarmente che un gruppo privato, nelle operazioni delegate all’immagine dell’azienda, si interessi a un fatto museale. Ma ribadisco, dall’altra parte, quella ufficiale, ci dovrebbe sempre essere il museo che operi in questo senso di norma.

Io mi sono molto occupato di questo argomento, ed è quello che poi mi ha spinto a lavorare su Milano. Ad esempio, i musei di Chicago hanno un fundraising office con 160 dipendenti e all’epoca in cui io ci ho lavorato recuperavano 60 milioni di dollari all’anno! Questo accadeva perché 160 persone ogni mattina andavano a fare quel mestiere, e seppure fossero in concorrenza con altre 100 persone che facevano lo stesso lavoro per l’università, riuscivano nell’intento.

 

Perché in Italia non lo si fa?

Certo, anche in Italia alcuni si impegnano nella raccolta fondi. Lo fa la chiesa, lo fa il volontariato. Anche in Italia lo sappiamo fare, anzi, siamo stati noi ad inventarlo. Il primo fundraising dell’Occidente, della storia dell’umanità, è stato fatto a Milano nel 1451: la Festa del Perdono per la costruzione della Cà Granda.

Non è vero che sono cose in cui non siamo competenti. È che noi siamo lentamente implosi, e rispetto al resto delle comunità d’Occidente non abbiamo più capito niente. Di chi sia la colpa non lo so, non è mai colpa di nessuno ed al contempo è colpa di tutti. Certo, l’Italia politica non ha questi problemi, se ne frega. L’Italia privata invece lo fa in altri settori: lo fa nel campo della medicina, della sanità, quelli della Lega per la lotta ai tumori o a qualsiasi altra grave malattia; lo fa nel volontariato, lo fa per il terzo mondo… Il fatto è che in quei casi lo si fa in ambiti di autonomie di libertà. Invece, in quest’altro ambito non lo si fa perché la controparte è lo Stato o il Comune. Se noi domani facciamo un committee per la salvaguardia di Palazzo Reale, l’Assessore si offende. La politica dovrebbe intraprendere decisamente una strada e imporla, ma non succede mai. Io, per salvarmi la coscienza, sono riuscito per almeno due volte a fare delle innovazioni giuridiche che sono poi diventate stabili. Nel ’94, ho inventato le fondazioni per i teatri d’opera: all’epoca avevo la responsabilità del Teatro alla Scala e in quel periodo c’era stato un grande taglio dei finanziamenti pubblici. Feci una riunione coi 13 sindaci delle città dei teatri d’opera e col Ministro dei Beni Culturali e gli dissi che avevo la soluzione, ed in seguito con la Finanziaria venne approvata la mia proposta. Queste fondazioni esistono tuttora, anche se funzionano ancora male. Poi ho inventato i co.co.co., perché mi stavano per chiudere le scuole milanesi; feci una riunione con tutti i sindacati, e riuscimmo a risolvere la situazione. Quindi ci sono delle cose che si possono fare.

 

 

Qual è lo stato dell’Arte a Milano?

A Milano c’è un dato nuovo, oggettivo, che è dovuto alla competizione delle fondazioni private, che stanno dandosi un po’ da fare con passione e ingenuità al contempo. Miuccia Prada ci mette tutta la sua passione, ma poi capita che lasci gestire le cose a persone sbagliate. I Bertelli sono molto orientati sul trendy: a me piace molto, ma questo dovrebbe essere gestito da persone più adeguate.

 

 

Qual è l’ostacolo alla reale fattibilità di un museo ideale?

Un museo non si fa in un quarto d’ora, si fa con un piano ventennale andando ad investire in aree dove gli altri non hanno investito; si fa con l’abilità delle direzioni, si fa con la capacità di attrarre le donazioni. A Milano ci sono almeno trenta persone che sarebbero onorate di cedere qualcosa, se in cambio avessero l’onore della cessione. Però per ottenere questo risultato ci vuole qualcuno in grado di farlo… Kirk Varnedoe è stato per anni il boss del Moma, era uno di ottima famiglia, arrivava con una moto di una grossa cilindrata, abbronzato e fico e portava fuori le signore a cena e le conosceva tutte. Ci vogliono le persone giuste. In Italia manca la formazione: infatti l’unica cosa che mi pento di non aver fatto negli anni passati, quando ero a capo delle scuole comunali milanesi, è stato riuscire a  fare una scuola di formazione per amministratori civici.

Il nostro sistema culturale è conseguenza anche della fragilità di chi è stato inserito. Adesso il povero Ministro  Franceschini è caduto nella trappola di prendere sul mercato internazionale dei direttori di musei impreparati a rapportarsi con la realtà italiana. Certo, le risorse interne non sono eccezionali, ma pur sempre più adeguate alla nostra situazione.

Certo, se penso a che cos’era la generazione precedente alla mia… Quelli un po’ più vecchi di me nell’ambito ministeriale erano dei califfi, Carlo Bertelli era un intellettuale rispettato. Nicola Spinosa mi portò a fare il primo convegno a 27 anni alla Yale University… Penso poi a Emiliani a Bologna, ad Antonio Paolucci che poi ha anche fatto il Ministro del Beni Culturali… Ciò che è venuto dopo è colpa di una gestione fragile. Quelli che hanno preso ora erano quelli disponibili sul mercato e che non avevano nulla da fare. Li conosco, brava gente che in un ufficio con tante persone avrebbero senza dubbio un ruolo da svolgere, se avessero un capo.

E come si fa a reclutare le persone giuste?

Con la volontà di un disegno amministrativo.

 

 

 

 

 

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Terzo ed ultimo appuntamento a cura di Sisalpay (clicca quiqui per i precedenti) al Museo del Novecento: dopo le visite guidate da altri ospiti d’eccezione quali Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, tocca ora a Luca Beatrice chiudere questo ciclo, illustrando – oltre alle nuove collezioni pervenute – un percorso lungo il museo tutto.

Come nelle precedenti occasioni, anche a lui abbiamo rivolto alcune domande.

Nelle precedenti occasioni, prima con Vittorio Sgarbi e poi con Philippe Daverio, ho avuto modo di chiedere un’opinione riguardo all’apporto dei privati – collezionisti come i Bertolini, che offrono il proprio patrimonio artistico, o società come SisalPay che supportano i costi di un’operazione come questa – nei confronti della realtà museale italiana. Il solo fatto che questo debba diventare argomento di discussione è indice di qualcosa, senza dubbio. E la prima cosa che può venire in mente è la scarsa presenza delle istituzioni…

Non sono d’accordo: in realtà, da questo punto di vista, l’Italia è assolutamente un paese di grandi istituzioni. Da noi la cultura è stata, fino a non molto tempo fa, totalmente a carico del pubblico, e quindi dei contribuenti. La sensibilità di avvicinare i privati a questa realtà è un fenomeno recente, simile per certi versi a quanto già in voga negli Stati Uniti, ma su cui da noi c’è certamente ancora molto da lavorare. Però non dimentichiamoci del fatto che se in Italia si può parlare di cultura è perchè esiste davvero una fortissima struttura pubblica, che è stata finora la forza del nostro paese. Vedremo se i privati saranno in grado di intervenire in modo massiccio con operazioni qualitativamente e quantitativamente di livello.
Questa iniziativa di SisalPay è molto positiva, perché l’azienda – come capita anche per alcune altre – si pone, in relazione all’arte, in maniera diversa e superiore rispetto alla figura del classico mecenate, permettendo così uno sviluppo dinamico della cultura che fino ad oggi era stato un po’ sacrificato.

 

 

Per un totale profano del 2015 credi sia più importante ed utile un primo approccio all’arte qui, al Museo del Novecento, o piuttosto in un’altra sede, al cospetto dei grandi Classici, magari rinascimentali?

Io penso che le occasioni possano essere molteplici. Non credo ci sia un posto giusto per andare a imparare l’arte. Certo è che se ci fosse da parte del pubblico una più spiccata abitudine a recarsi in luoghi come il Museo del Novecento, o come le grandi collezioni di arte contemporanea, si svilupperebbe probabilmente una mentalità meno conservatrice che non debba sempre rivolgersi al paracadute del Classico.

 

 

Ma per chi proprio non si è mai avvicinato all’arte, non è forse più semplice vedere un quadro agli Uffizi che non capire un’opera di Koons? Oppure, al contrario, l’arte contemporanea è più segno dei tempi, e quindi più vicina al nostro sentire?

Io penso che l’iPhone sia lo strumento elettronico più facile da utilizzare: non ha neanche il libretto di istruzioni. Invece il vecchio Nokia conteneva un libro di quaranta pagine, nonostante fosse un oggetto apparentemente più semplice.

 

 

Se tu potessi allestire un “Museo del Duemila”, porresti un concetto al centro del museo, ed eventualmente quale?

Io non credo che in questo momento ci sia bisogno di un museo del 2000. Credo però che ci sarebbe bisogno di dare più spazio all’arte contemporanea in collezioni del Novecento, perchè secondo me spesso si fermano un po’ troppo presto. Per quanto riguarda il fatto di creare altri musei direi di no, credo ce ne siano già abbastanza, almeno in Italia. E comunque a Roma abbiamo il MAXXI, che a tutti gli effetti è il museo del XXI secolo… anche se non mantiene la promessa, di fatto lo è.

 

 

L’EXPO finisce domani. Nel nome di EXPO sono state varate diverse iniziative, tra cui questa, che apparentemente hanno poco a che vedere con il concetto del “nutrire il pianeta”. Come pensi che questo evento possa relazionarsi con EXPO, o col suo slogan?

Mi pare che tutto si possa collegare soltanto ipoteticamente al fatto che Milano in questi ultimi sei mesi si sia dimostrata il cuore pulsante dell’Italia, il motore trainante di iniziative e di energia. Venire a Milano in questo momento permette di respirare una boccata di ossigeno rispetto ad altre città italiane magari un po’ più tradizionali. Credo che si sia messo in moto un meccanismo di ripartenza fondamentale del Paese nei cui confronti io sono estremamente fiducioso.

 

 

 

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Al Museo del Novecento, fino al 26 Marzo 2017, c'è “BOOM 60! Era arte moderna”, a cura di Mariella Milan e Desdemona Ventroni, con Maria Grazia Messina e Antonello Negri. Una mostra – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Milano - dedicata all’arte in Italia, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta, e alla sua “presenza” mediatica nei più popolari canali di comunicazione: i rotocalchi, giornali e riviste di attualità illustrata.

È l'Italia del "boom", in cui i "rotocalchi" – Epoca, Le Ore, L'Europeo e tanti altri – raggiungono le loro massime tirature, diventando lo specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive. I temi dell'arte – dalle polemiche sull'astrattismo e sui nuovi materiali, al genere sempre amato del ritratto fino alla rappresentazione degli artisti di successo – vi si intrecciano con la presenza di celebrità del cinema, della tv, della canzone. D'altro canto si affacciano da protagonisti il mercato e il collezionismo, in linea con lo spirito del "miracolo", in nome del quale l'arte sembra destinata a entrare, come il frigorifero e la lavatrice, nelle case di tutti.

Nell'allestimento di Atelier Mendini circa centoquaranta opere di pittura, scultura e grafica dialogano con le pagine delle riviste e con filmati televisivi e cinematografici, che trasformano gli artisti in veri e propri divi: dall'immortale Picasso a Bernard Buffet, "il pittore in Rolls Royce", all'epoca protagonista delle cronache d'arte e del gossip. Una ricca sezione documentaria presenta le riviste e i loro modi di raccontare l'arte, dalle copertine alle inchieste, dalle rubriche di critica alla pubblicità, dal fotogiornalismo alla satira.

 

Aldo Calò, "Piastra" : premiato alla Biennale del 1962, l'artista ripropone le sue piastre in bronzo lacerate al concorso per il Monumento alla Resistenza di Cuneo. Il suo progetto, che vince ma non sarà mai realizzato, alimenta un dibattito sui simboli nell'arte moderna e sulla loro leggibilità da parte del pubblico.

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Al Museo del Novecento, fino al 26 Marzo 2017, c'è “BOOM 60! Era arte moderna”, a cura di Mariella Milan e Desdemona Ventroni, con Maria Grazia Messina e Antonello Negri. Una mostra – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Milano - dedicata all’arte in Italia, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta, e alla sua “presenza” mediatica nei più popolari canali di comunicazione: i rotocalchi, giornali e riviste di attualità illustrata.

È l'Italia del "boom", in cui i "rotocalchi" – Epoca, Le Ore, L'Europeo e tanti altri – raggiungono le loro massime tirature, diventando lo specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive. I temi dell'arte – dalle polemiche sull'astrattismo e sui nuovi materiali, al genere sempre amato del ritratto fino alla rappresentazione degli artisti di successo – vi si intrecciano con la presenza di celebrità del cinema, della tv, della canzone. D'altro canto si affacciano da protagonisti il mercato e il collezionismo, in linea con lo spirito del "miracolo", in nome del quale l'arte sembra destinata a entrare, come il frigorifero e la lavatrice, nelle case di tutti.

Nell'allestimento di Atelier Mendini circa centoquaranta opere di pittura, scultura e grafica dialogano con le pagine delle riviste e con filmati televisivi e cinematografici, che trasformano gli artisti in veri e propri divi: dall'immortale Picasso a Bernard Buffet, "il pittore in Rolls Royce", all'epoca protagonista delle cronache d'arte e del gossip. Una ricca sezione documentaria presenta le riviste e i loro modi di raccontare l'arte, dalle copertine alle inchieste, dalle rubriche di critica alla pubblicità, dal fotogiornalismo alla satira.

 

Lucio Fontana "Scultura Spaziale" : esposta nel 1954 alla Biennale, è unadelle prime composizioni spazialiste dopo il ritorno dell'artista dall'Argentina nel dopoguerra. Per Leonardo Borghese, noto fustigatore dell'arte moderna, è solo un buco, liquidato come "vecchiume" al pari di ogni avanguardismo.

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Al Museo del Novecento, fino al 26 Marzo 2017, c'è “BOOM 60! Era arte moderna”, a cura di Mariella Milan e Desdemona Ventroni, con Maria Grazia Messina e Antonello Negri. Una mostra – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Milano - dedicata all’arte in Italia, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta, e alla sua “presenza” mediatica nei più popolari canali di comunicazione: i rotocalchi, giornali e riviste di attualità illustrata.

È l'Italia del "boom", in cui i "rotocalchi" – Epoca, Le Ore, L'Europeo e tanti altri – raggiungono le loro massime tirature, diventando lo specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive. I temi dell'arte – dalle polemiche sull'astrattismo e sui nuovi materiali, al genere sempre amato del ritratto fino alla rappresentazione degli artisti di successo – vi si intrecciano con la presenza di celebrità del cinema, della tv, della canzone. D'altro canto si affacciano da protagonisti il mercato e il collezionismo, in linea con lo spirito del "miracolo", in nome del quale l'arte sembra destinata a entrare, come il frigorifero e la lavatrice, nelle case di tutti.

Nell'allestimento di Atelier Mendini circa centoquaranta opere di pittura, scultura e grafica dialogano con le pagine delle riviste e con filmati televisivi e cinematografici, che trasformano gli artisti in veri e propri divi: dall'immortale Picasso a Bernard Buffet, "il pittore in Rolls Royce", all'epoca protagonista delle cronache d'arte e del gossip. Una ricca sezione documentaria presenta le riviste e i loro modi di raccontare l'arte, dalle copertine alle inchieste, dalle rubriche di critica alla pubblicità, dal fotogiornalismo alla satira.

 

Pietro Consagra "Autoritratto" : acquistato dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma alla Biennale del 1952, l'Autoritratto dell'artista rompe i canoni della scultura tradizionale con la sua sovrapposizione ascensionale di forme astratte, diventando protagonsta di un lungo dibattito sugli acquisti dei musei nazionali.

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