#SelfieadArte

Cardi Gallery Milano presenta la mostra personale, di sculture e disegni, di Fred Sandback.
Organizzata in collaborazione con l’Estate di Fred Sandback, la mostra espone otto sculture e una vasta selezione di disegni e fotostatiche che presentano l’evoluzione dello studio dello spazio condotto dall’artista americano. I materiali utilizzati come metallo, filo elastico, pelle, filato acrilico, hanno lo scopo di delineare e frazionare lo spazio tridimensionale, creando riempimenti e forme volumetriche. L’utilizzo degli strumenti più minimali gli consente di “giocare con qualcosa che esiste e non esiste allo stesso tempo”.
Tendendo delle line di filo per creare figure geometriche, gli oggetti quasi intangibili di Sandback formano sottili delineazioni di piani e volumi architettonici. Nonostante il forte avvicinamento delle sue opere all’architettura circostante e la pratica del disegno, l’artista è noto soprattutto come sculture.
Sandback ha influenzato molto l’arte minimalista e concettuale, così come gli scultori contemporanei e gli artisti che lavorano con le installazioni.
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 6 luglo 2018.

Pubblicato in Selfie ad Arte

Cardi Gallery Milano presenta la mostra personale, di sculture e disegni, di Fred Sandback.
Organizzata in collaborazione con l’Estate di Fred Sandback, la mostra espone otto sculture e una vasta selezione di disegni e fotostatiche che presentano l’evoluzione dello studio dello spazio condotto dall’artista americano. I materiali utilizzati come metallo, filo elastico, pelle, filato acrilico, hanno lo scopo di delineare e frazionare lo spazio tridimensionale, creando riempimenti e forme volumetriche. L’utilizzo degli strumenti più minimali gli consente di “giocare con qualcosa che esiste e non esiste allo stesso tempo”.
Tendendo delle line di filo per creare figure geometriche, gli oggetti quasi intangibili di Sandback formano sottili delineazioni di piani e volumi architettonici. Nonostante il forte avvicinamento delle sue opere all’architettura circostante e la pratica del disegno, l’artista è noto soprattutto come sculture.
Sandback ha influenzato molto l’arte minimalista e concettuale, così come gli scultori contemporanei e gli artisti che lavorano con le installazioni.
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 6 luglo 2018.

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La Triennale di Milano presenta Materialmente, una serie di piccole mostre, 5 appuntamenti, ideati da Angelo Crespi, che presentano il lavoro di giovani artisti/scultori capaci di rileggere in chiave moderna i materiali della tradizione.

Ricucire il mondo è il quinto appuntamento della serie che presenta il lavoro dell’artista Florencia Martinez.

Per raccontarsi, Florencia Martinez ha scelto da sempre la stoffa. Juta, feltro, tessuti d’alta moda e scampoli di abiti da sposa strappati, imbottiti, ripensati e poi ricuciti in grappoli di semi, oppure in lunghi serpenti turgidi, raggomitolati come se fossero pronti a scattare. I suoi sono lavori che comunicano la gioia di maneggiare il materiale, di farlo proprio, di trasformarlo per ricostruirvi il mondo. Un procedere lento, antico, femminile e tuttavia assertivo, quasi violento nei punti lunghi inferti dall’ago, ricurvo come un artiglio, nelle vistose suture di filo coriaceo. Un lavoro al tempo stesso meditativo e catartico nel quale fame d’amore, affetti, maternità, lotte, sconfitte e conquiste trovano voce nella gioia cromatica tipica della sua terra – l’Argentina – in figure di guerrieri, angeli, veneri, madonne, oppure negli abbracci, o nelle piccole case: rifugi per viandanti sperduti in bilico sulla cima di montagne impervie.

Florencia Martinez - RicucireIlMondo

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La Triennale di Milano presenta Materialmente, una serie di piccole mostre, 5 appuntamenti, ideati da Angelo Crespi, che presentano il lavoro di giovani artisti/scultori capaci di rileggere in chiave moderna i materiali della tradizione.

Ricucire il mondo è il quinto appuntamento della serie che presenta il lavoro dell’artista Florencia Martinez.

Per raccontarsi, Florencia Martinez ha scelto da sempre la stoffa. Juta, feltro, tessuti d’alta moda e scampoli di abiti da sposa strappati, imbottiti, ripensati e poi ricuciti in grappoli di semi, oppure in lunghi serpenti turgidi, raggomitolati come se fossero pronti a scattare. I suoi sono lavori che comunicano la gioia di maneggiare il materiale, di farlo proprio, di trasformarlo per ricostruirvi il mondo. Un procedere lento, antico, femminile e tuttavia assertivo, quasi violento nei punti lunghi inferti dall’ago, ricurvo come un artiglio, nelle vistose suture di filo coriaceo. Un lavoro al tempo stesso meditativo e catartico nel quale fame d’amore, affetti, maternità, lotte, sconfitte e conquiste trovano voce nella gioia cromatica tipica della sua terra – l’Argentina – in figure di guerrieri, angeli, veneri, madonne, oppure negli abbracci, o nelle piccole case: rifugi per viandanti sperduti in bilico sulla cima di montagne impervie.

Florencia Martinez - RicucireIlMondo

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La Triennale di Milano presenta Materialmente, una serie di piccole mostre, 5 appuntamenti, ideati da Angelo Crespi, che presentano il lavoro di giovani artisti/scultori capaci di rileggere in chiave moderna i materiali della tradizione.

Ricucire il mondo è il quinto appuntamento della serie che presenta il lavoro dell’artista Florencia Martinez.

Per raccontarsi, Florencia Martinez ha scelto da sempre la stoffa. Juta, feltro, tessuti d’alta moda e scampoli di abiti da sposa strappati, imbottiti, ripensati e poi ricuciti in grappoli di semi, oppure in lunghi serpenti turgidi, raggomitolati come se fossero pronti a scattare. I suoi sono lavori che comunicano la gioia di maneggiare il materiale, di farlo proprio, di trasformarlo per ricostruirvi il mondo. Un procedere lento, antico, femminile e tuttavia assertivo, quasi violento nei punti lunghi inferti dall’ago, ricurvo come un artiglio, nelle vistose suture di filo coriaceo. Un lavoro al tempo stesso meditativo e catartico nel quale fame d’amore, affetti, maternità, lotte, sconfitte e conquiste trovano voce nella gioia cromatica tipica della sua terra – l’Argentina – in figure di guerrieri, angeli, veneri, madonne, oppure negli abbracci, o nelle piccole case: rifugi per viandanti sperduti in bilico sulla cima di montagne impervie.

Florencia Martinez - RicucireIlMondo

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Alla Triennale di Milano c'è Peter Demetz con "The Perception". A cura di Angelo Crespi e Marco Izzolino.
Un’opera che descrive una possibile situazione all'interno di uno spazio architettonico: due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. The Perception è una installazione che simula la presenza di alcuni visitatori all’interno di uno spazio composto di due sale attigue. Lo spazio interno alla scultura ha un’altezza e una larghezza realistiche, ma una profondità compressa.
Il pavimento dell’installazione è infatti ascendente, sfruttando le regole della “prospettiva solida accelerata”.
Nello spazio architettonico sono collocate alcune sculture lignee che raffigurano tre persone, due nella prima sala ed una nella sala di fondo. Le sculture, dall’aspetto estremamente realistico, non sono scolpite a tutto tondo, ma a rilievo, un rilievo ugualmente “accelerato”, come nella tradizione dello “stiacciato” rinascimentale. Agli osservatori che accedano alla sala dall’ingresso opposto all’installazione si offre solo la visione frontale dell’opera, la quale restituisce – grazie anche un sapiente controllo della luce interna – la percezione di uno spazio in prospettiva, che fa apparire l’ambiente reale molto più profondo che nella realtà. Avvicinandosi, però, gli osservatori hanno la possibilità di interagire con la scultura, il suo spazio interno (aperto) e le figure rappresentate, rendendosi conto dell’alterazione della profondità. L’opera intende descrivere una possibile situazione all’interno di uno spazio architettonico. Le due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. Oltre alle persone non c’è nulla. Lo spazio è completamente vuoto. L’artista intende indurre così l’identificazione dello spettatore con le figure rappresentate e dello spazio reale con quello virtuale, come ci trovasse di fronte ad uno specchio. Lo spettatore è invitato a considerare se stesso, a interrogarsi, a riflettere, a immedesimarsi, ad identificarsi. Lo sguardo da un unico punto di vista fisso, su cui si basano le regola della prospettiva lineare e la struttura ottica e geometrica della fotografia, è in realtà una forma simbolica: una convenzione, cioè, cui ci hanno abituato secoli di pittura figurativa e successivamente di fotografia, per poter riprodurre e comunicare almeno una parte delle informazioni visive presenti nello spazio reale.

The Perception - Peter Demetz Sala 1, 2018

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Alla Triennale di Milano c'è Peter Demetz con "The Perception". A cura di Angelo Crespi e Marco Izzolino.
Un’opera che descrive una possibile situazione all'interno di uno spazio architettonico: due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. The Perception è una installazione che simula la presenza di alcuni visitatori all’interno di uno spazio composto di due sale attigue. Lo spazio interno alla scultura ha un’altezza e una larghezza realistiche, ma una profondità compressa.
Il pavimento dell’installazione è infatti ascendente, sfruttando le regole della “prospettiva solida accelerata”.
Nello spazio architettonico sono collocate alcune sculture lignee che raffigurano tre persone, due nella prima sala ed una nella sala di fondo. Le sculture, dall’aspetto estremamente realistico, non sono scolpite a tutto tondo, ma a rilievo, un rilievo ugualmente “accelerato”, come nella tradizione dello “stiacciato” rinascimentale. Agli osservatori che accedano alla sala dall’ingresso opposto all’installazione si offre solo la visione frontale dell’opera, la quale restituisce – grazie anche un sapiente controllo della luce interna – la percezione di uno spazio in prospettiva, che fa apparire l’ambiente reale molto più profondo che nella realtà. Avvicinandosi, però, gli osservatori hanno la possibilità di interagire con la scultura, il suo spazio interno (aperto) e le figure rappresentate, rendendosi conto dell’alterazione della profondità. L’opera intende descrivere una possibile situazione all’interno di uno spazio architettonico. Le due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. Oltre alle persone non c’è nulla. Lo spazio è completamente vuoto. L’artista intende indurre così l’identificazione dello spettatore con le figure rappresentate e dello spazio reale con quello virtuale, come ci trovasse di fronte ad uno specchio. Lo spettatore è invitato a considerare se stesso, a interrogarsi, a riflettere, a immedesimarsi, ad identificarsi. Lo sguardo da un unico punto di vista fisso, su cui si basano le regola della prospettiva lineare e la struttura ottica e geometrica della fotografia, è in realtà una forma simbolica: una convenzione, cioè, cui ci hanno abituato secoli di pittura figurativa e successivamente di fotografia, per poter riprodurre e comunicare almeno una parte delle informazioni visive presenti nello spazio reale.

The Perception - Peter Demetz

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Alla Triennale di Milano c'è Peter Demetz con "The Perception". A cura di Angelo Crespi e Marco Izzolino.
Un’opera che descrive una possibile situazione all'interno di uno spazio architettonico: due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. The Perception è una installazione che simula la presenza di alcuni visitatori all’interno di uno spazio composto di due sale attigue. Lo spazio interno alla scultura ha un’altezza e una larghezza realistiche, ma una profondità compressa.
Il pavimento dell’installazione è infatti ascendente, sfruttando le regole della “prospettiva solida accelerata”.
Nello spazio architettonico sono collocate alcune sculture lignee che raffigurano tre persone, due nella prima sala ed una nella sala di fondo. Le sculture, dall’aspetto estremamente realistico, non sono scolpite a tutto tondo, ma a rilievo, un rilievo ugualmente “accelerato”, come nella tradizione dello “stiacciato” rinascimentale. Agli osservatori che accedano alla sala dall’ingresso opposto all’installazione si offre solo la visione frontale dell’opera, la quale restituisce – grazie anche un sapiente controllo della luce interna – la percezione di uno spazio in prospettiva, che fa apparire l’ambiente reale molto più profondo che nella realtà. Avvicinandosi, però, gli osservatori hanno la possibilità di interagire con la scultura, il suo spazio interno (aperto) e le figure rappresentate, rendendosi conto dell’alterazione della profondità. L’opera intende descrivere una possibile situazione all’interno di uno spazio architettonico. Le due persone rappresentate in primo piano ne osservano una terza e ne percepiscono la presenza in relazione allo spazio architettonico. Oltre alle persone non c’è nulla. Lo spazio è completamente vuoto. L’artista intende indurre così l’identificazione dello spettatore con le figure rappresentate e dello spazio reale con quello virtuale, come ci trovasse di fronte ad uno specchio. Lo spettatore è invitato a considerare se stesso, a interrogarsi, a riflettere, a immedesimarsi, ad identificarsi. Lo sguardo da un unico punto di vista fisso, su cui si basano le regola della prospettiva lineare e la struttura ottica e geometrica della fotografia, è in realtà una forma simbolica: una convenzione, cioè, cui ci hanno abituato secoli di pittura figurativa e successivamente di fotografia, per poter riprodurre e comunicare almeno una parte delle informazioni visive presenti nello spazio reale.

The Perception - Peter Demetz

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Con gli occhiali di Kant, sui nasi di Voltaire (citando il testo di Angelo Crespi sul catalogo della mostra), i personaggi della Street Art ci guardano nelle fotografie di Vonjako. Inaugura al M.A.C., Musica Arte Cultura, il 26 Febbraio alle 19 la mostra The Art of Shade, progetto di fotografia fineart dell’autore Vonjako presentato dalla Fondazione Maimeri in collaborazione con Noema Gallery. Andrea Jako Giacomini, italiano, regista pluripremiato e fotografo, vive da circa 20 anni a Los Angeles.
In questa città inizia il progetto quasi per divertimento, avendo avuto in regalo dal suo amico Saturnino un paio di prototipi unici dei suoi occhiali da sole. L’intento è quello di “scovare” e documentare con una sua originale cifra stilistica, una sorta di arte “segreta”, quella del graffito, in genere nascosta al grande pubblico e considerata un’arte “non permanente”; essa infatti può durare pochi mesi o settimane o addirittura pochi giorni prima che qualcuno la cancelli con altra arte. Vonjako vuole catturarne l’istante dell’esistenza, accentuandone l’immagine con l’aiuto di un accessorio di bellezza: l’occhiale da sole “appoggiato” diventa un omaggio di bellezza al ritratto simbolo del graffito ed al contempo un filtro attraverso il quale i diversi personaggi ci guardano e noi ci guardiamo in loro. La mostra prosegue fino al 1° di Marzo al M.A.C. e successivamente dal 2 all’11 marzo verrà ospitata nello spazio di Noema Gallery in via Solferino.

The Art of Shade. Vonjako "NOVACANE" Vernon. On the wall of the Novacane Strip Club. James Haunt

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Con gli occhiali di Kant, sui nasi di Voltaire (citando il testo di Angelo Crespi sul catalogo della mostra), i personaggi della Street Art ci guardano nelle fotografie di Vonjako. Inaugura al M.A.C., Musica Arte Cultura, il 26 Febbraio alle 19 la mostra The Art of Shade, progetto di fotografia fineart dell’autore Vonjako presentato dalla Fondazione Maimeri in collaborazione con Noema Gallery. Andrea Jako Giacomini, italiano, regista pluripremiato e fotografo, vive da circa 20 anni a Los Angeles.
In questa città inizia il progetto quasi per divertimento, avendo avuto in regalo dal suo amico Saturnino un paio di prototipi unici dei suoi occhiali da sole. L’intento è quello di “scovare” e documentare con una sua originale cifra stilistica, una sorta di arte “segreta”, quella del graffito, in genere nascosta al grande pubblico e considerata un’arte “non permanente”; essa infatti può durare pochi mesi o settimane o addirittura pochi giorni prima che qualcuno la cancelli con altra arte. Vonjako vuole catturarne l’istante dell’esistenza, accentuandone l’immagine con l’aiuto di un accessorio di bellezza: l’occhiale da sole “appoggiato” diventa un omaggio di bellezza al ritratto simbolo del graffito ed al contempo un filtro attraverso il quale i diversi personaggi ci guardano e noi ci guardiamo in loro. La mostra prosegue fino al 1° di Marzo al M.A.C. e successivamente dal 2 all’11 marzo verrà ospitata nello spazio di Noema Gallery in via Solferino.

The Art of Shade. Vonjako Sx "Minnie" Art District. Max Thirteen.
Dx "Holly Queen" Thai Town. La Reyna di Thai Town. Collaboration  and Retna.

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