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Federico Buffa esce dal palco. Rientra e srotola una corda. Racconta, esce ancora, prende un’altra corda, la srotola. Cammina per il palco, tra retroproiezioni e fasci di luce, tra un pianoforte e un gruppo di percussioni, tra un padre e un figlio. Tra il passato e il presente, l’America e l’Africa, la libertà e le catene. E una catena viene strofinata sulle corde del pianoforte e altre corde vengono srotolate sul palco.

Federico Buffa è ora al centro del ring, Federico è Muhammad Alì, e inizia a provocare George Foreman: «E’ solo questo che sai fare, George? Tutto qua?». La scena si fa buia, tutto ciò che si vede sono le corde e la sagoma di Federico/Alì che prepara la sua strategia passiva, il suo rope-a-dope, le corde diventano la sua estensione e non più il suo limite: non servono a legarlo, ma a liberarlo. E Federico Buffa, alla stregua di The Greatest, libera sé stesso: sul palco del Teatro Carcano non racconta solamente, ma interpreta e a tratti recita, canta, balla, suona. E ci narra, con un coinvolgimento fisico che non ti aspetti, la storia del più grande match di boxe di sempre.

È “A Night in Kinshasa”, il nuovo spettacolo teatrale di Maria Elisabetta Marelli – che ne è anche la regista – e Federico Buffa, con le musiche di Alessandro e Sebastiano Nidi, che racconta la storia di “The Rumble in the Jungle”, ovvero l’incontro di pugilato che, nel 1974, cambiò la storia, e non solo quella della boxe.

Manca un’ora alla prima dello spettacolo – sarà tutto esaurito – che resterà in scena fino a sabato 14 ottobre: incontriamo Federico nel suo camerino, e ci facciamo raccontare di questo suo nuovo racconto.

Questo spettacolo sembra fatto apposta per conciliare le conclamate doti del Buffa narratore di sport con il Buffa sociologo (Federico Buffa ha studiato Sociologia negli USA, ndr), visto l’impatto incredibile della figura di Alì e di questo match in particolare sul piano sociale, soprattutto in quel momento e in quel contesto…

Certamente. Ma preferisco citare le persone che vi furono coinvolte: George Foreman, che si approcciò a quel match con distacco, con grande superiorità – che possedeva – non aveva particolare contezza dei diritti degli afroamericani. Lui era un miliardario ed era il campione del mondo dei pesi massimi, e non si pensava avrebbe mai potuto perdere quel titolo data la sua supremazia. Anni dopo raccontò quel match, visto ex post, dicendo “noi abbiamo fatto una cosa per il mondo”: la sua ricognizione di quello che era successo era avvenuta molto successivamente, e si era accorto di cosa volesse dire essere in un quadrato che in quel momento era il centro del pianeta, perché tutto il mondo li stava guardando. Il match si disputò alle 4 del mattino, con 40 gradi e il 90 per cento di umidità, per favorire ovviamente chi metteva i soldi per la ripresa televisiva, ovvero gli americani. Però nel mondo si alzarono in Malesia, in Italia, in Argentina, ovunque per vedere un match che aveva un valore epocale. Un po’ perché comunque un grande incontro di pugilato con due massimi di quel livello lo ha per sua natura, un po’ perché si combatteva per la prima volta nel centro dell’Africa e a farlo erano due afroamericani con posizioni diverse. Fu un evento probabilmente irripetibile, non credo sarà mai più possibile qualcosa di simile.

Possiamo certamente dire che Alì rappresenti più di chiunque altro la ribellione – e non la violenza – sul ring come nella vita. Non trovi che anche il suo atteggiamento tattico in questo match sembri un elogio alla resistenza?

Lo è, sicuramente. Ma io credo che sia soprattutto un elogio alle superiori possibilità della mente. Non so se ti ricordi il film “Lucy” con Scarlett Johansson: è basato su quanto noi utilizziamo delle nostre capacità mentali, si ipotizza che lo si faccia attorno al 10/12 per cento… che cosa succederebbe se un uomo o una donna ne utilizzassero non già il 50, ma anche soltanto il 20 per cento? Ecco, secondo me questo match fu uno di quei casi in cui un essere umano seppe arrivare a quel venti per cento. Perché Alì ha tutto contro, ogni cosa, e lui ragiona sia istintivamente che razionalmente, alternando i momenti per superare questo dislivello che ha nei confronti dell’avversario. L’ho visto fare soltanto da un altro atleta, ovvero Michael Jordan. E non a caso sono le due vere icone dello sport afroamericano.

Col Maestro Nidi arrivate da “Le Olimpiadi del ’36”, ormai è un sodalizio. E anche in questo spettacolo la musica non è un accompagnamento ma un contrappunto. Come vi siete integrati con la regista Maria Elisabetta Marelli? Pur mantenendo la tua narrazione questa regia vi vuole in totale interazione. Com’è andata?

Maria Elisabetta Marelli è estremamente esigente, puntigliosa, instancabile e ha un’idea molto definita, che cerca di trasmettere ai suoi performers. Riguardo alla musica, in questo caso più che mai non è neanche vagamente una colonna sonora ma – come giustamente dici – un contrappunto, e coglie perfettamente nel segno di descrivere una storia africana, perché le percussioni – che non ci sono quasi mai negli spettacoli – qui sono la sezione ritmica della storia. La cosa curiosa è che al pianoforte c’è il padre di quello che è alle percussioni, fatto che crea un contrappunto sul contrappunto; e io mi sono accorto che, nonostante il Maestro sia la persona più accomodante che ci sia, estremamente puntuale ma mai invasivo, suo figlio lo soffre perché comunque subisce la grandezza dell’artista di fronte: secondo me lo soffrirebbe anche se non fosse suo padre, ma certamente il rapporto di parentela crea una ulteriore tensione creativa. Loro due parlano una lingua che io non conosco – posso soltanto sentire la bellezza e la purezza dei suoni – in cui trovano sempre la loro armonia. Io li sento che suonano e si cercano, e intanto discutono e tendono a finire le loro conversazioni con un “seguilo… lo seguiamo…”. Ad un certo punto io mi ritrovo ad inventarmi che il personaggio si gira verso di loro per ascoltarli, senza che sia chiesto dal regista: ma io mi giro perchè amo sentirli. Perché tra padre e figlio giocano come delfini nel Mediterraneo, col loro andare e riprendersi. A volte mi fermo quasi, a godermi questo loro concerto senza che nessuno se ne accorga, ascoltando i loro ritmi e i loro giochi ad altissimo livello… poi, purtroppo, tocca tornare al copione.

Nel camerino è nel frattempo arrivato il Maestro Nidi, che interviene:

Credo che in teatro sia indispensabile l’attenzione totale verso le parole su cui stai lavorando, espresse da quel tipo di voce. Ecco perché noi ci ritroviamo a dire “seguiamo lui”, e ci muoviamo di conseguenza. In questo spettacolo è un po’ più complicato in senso positivo, perché la partitura che Maria Elisabetta ha voluto che creassimo è molto più puntigliosa e richiede quindi molta più precisione, ma la ringrazio perché l’unione tra testo e musica che abbiamo creato è una cosa rara: qui ogni parola ha un suo suono, un inizio e una fine. Facciamo un melologo, che in musica classica definisce il dialogo tra il monologo e la musica, che non lo “accompagna”, ma lo completa, va nella stessa direzione, e ha una sua drammaturgia. Mi era capitato di fare qualcosa del genere solamente una volta, oltre vent’anni fa a Salisburgo, con Peter Stein, in un’opera sull’Armida in cui ogni parola veniva seguita da una serie di strumenti. Per il resto, qui noi ci muoviamo tra la musica nera contemporanea alla storia a cose invece molto più attuali, fino alle percussioni tipiche africane , in contesti meno riconoscibili nell’ambiente pop o rock o soul. E abbiamo lavorato sui suoni: utilizziamo anche il pianoforte preparato, inserendo una catena a contatto con le corde. Ci sono delle parti cantate, ma solo in pochissime situazioni sono canzoni, si tratta per lo più di piccoli ritornelli che si ripetono, o di aperture vocali.

Buffa: Maria Elisabetta Marelli pretende delle musiche originali qualsiasi cosa si faccia. E Nidi scrive cose che sembrano veramente congrue, consone al momento che non sempre è semplice. In questo spettacolo non abbiamo tanti momenti africani, il tutto è più rhythm&blues, ma ogni variazione arriva al momento giusto, cambiando proprio il battito cardiaco della scena.

Tu racconti di sport e prevalentemente dei grandi del passato. Ci sono altri tipi di storie, altri tipi di eroi che vorresti raccontare?

Mi aspetta un Ottomila himalayano: Sky mi ha commissionato quattro documentari più un trailer di mezz’ora a Parigi sul 1968. C’è una base sportiva, ma ci sono una serie di digressioni funzionali che alla fine si mangeranno l’evento sportivo. Oltre che a Parigi andremo in California, a Città del Messico, Praga e Roma per raccontare quattro storie del Sessantotto che, pur con base sportiva, si aprono e passeranno da Che Guevara a Dubček e a tutti gli uomini che in quell’anno seppero cambiare così tanto del nostro modo di vivere di adesso. Esattamente altri tipi di eroi quindi, non quelli a cui siamo abituati a fare riferimento, che hanno tutti più o meno lo stesso percorso perché sono degli ossessivi che si rendono conto che sono finiti in un corpo straordinario e, se sanno unire all’ossessione il rispetto per sé stessi e escludere le forze che possono essere negative per loro, possono diventare delle leggende.

Nello spettacolo tu narri delle storie, reciti, canti, suoni il pianoforte e… balli.

Tu canti? Perchè il maestro Nidi farebbe cantare chiunque, anche i tecnici. Quando ha tirato fuori il pezzo di Ray Charles con cui ho familiarità mi è venuto spontaneo chidere “… ma posso provare?”. E lui, che già dallo spettacolo precedente avrebbe voluto convincermi a farlo, questa volta è riuscito a farmelo fare.

Nidi e io: E il balletto?

Siete pregati entrambi di allontanarvi dal mio camerino. Grazie.

Ma come possiamo chiamare questa forma di intrattenimento che diventa sempre più tutta tua, che non fa nessun altro, che va oltre l’infotainment, oltre il biopic, oltre il monologo visto che c’è il dialogo con la musica…?

Mi sembri dotata con le parole… dimmelo tu!

Va bene, ti prometto che ora ci penserò!
Io mi occupo prevalentemente di arte, talvolta anche di altre cose che ritengo abbiano una valenza artistica e il teatro ovviamente ce l’ha. Sappiamo che tu hai spesso trattato l’arte o il cinema, ma quanto si può integrare l’arte nelle cose che fai? E come ti identifichi sul palco? Ti senti più un attore, un narratore, un cronista, oppure piuttosto un performer?

No, attore no, non posso. Credo che mi costruiscano attorno – come ha fatto Emilio Russo ma soprattutto Maria Elisabetta Marelli – un habitat dove io posso performare, un luogo dove io possa essere a mio agio nel mio modo di esprimermi. In questo caso anche proprio fisicamente delimitato dalle corde del ring.

Quindi è vicino alla performance artistica?

Puoi tenermi qui per mezz’ora ma non te lo dico, non me la sento!

Pubblicato in Il Giornale

Un selfie a caso