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Alla Fondazione Maimeri è in corso la mostra “Nati in cattività” di Federico Clapis e Simone Fugazzotto che racconta due percorsi artistici profondamente diversi ma una grande ambizione comune: rappresentare la generazione sfuggente cui appartengono, la stessa che li ha fatti nascere dentro una gabbia di cemento che soffoca il pensiero libero e lo condiziona dentro vincoli sociali spesso estremi fino a sfiorare/oltrepassare il senso del ridicolo.

La mostra celebra l’amicizia tra i due artisti milanesi e sembra a prima vista voler riflettere il loro personalissimo universo: un viaggio misterico all’interno dei meandri della psiche umana. In un mondo-circo che offre un sempre più variegato e caleidoscopico ventaglio di scelte, comune punto di partenza per entrambi gli artisti è la perdita di punti di riferimento e di verginità/purezza rispetto al mondo della natura, e al nostro vero sentire.

 

Federico Clapis - Tree of Life

Pubblicato in Selfie ad Arte

Alla Fondazione Maimeri è in corso la mostra “Nati in cattività” di Federico Clapis e Simone Fugazzotto che racconta due percorsi artistici profondamente diversi ma una grande ambizione comune: rappresentare la generazione sfuggente cui appartengono, la stessa che li ha fatti nascere dentro una gabbia di cemento che soffoca il pensiero libero e lo condiziona dentro vincoli sociali spesso estremi fino a sfiorare/oltrepassare il senso del ridicolo.

La mostra celebra l’amicizia tra i due artisti milanesi e sembra a prima vista voler riflettere il loro personalissimo universo: un viaggio misterico all’interno dei meandri della psiche umana. In un mondo-circo che offre un sempre più variegato e caleidoscopico ventaglio di scelte, comune punto di partenza per entrambi gli artisti è la perdita di punti di riferimento e di verginità/purezza rispetto al mondo della natura, e al nostro vero sentire.

 

Simone Fugazzotto - Happiness

Pubblicato in Selfie ad Arte

Dal 15 novembre al M.A.C. di Milano c'è “The Best is yet to come” di Max Papeschi.

La mostra, curata da Silvia Basta e dal fondatore dei Devo Gerald Casale e presentata da Fondazione Maimeri, è un'antologica della folgorante carriera di Papeschi.

L'artista milanese, dopo otto anni di scandali, polemiche, e surrealtà varie - a partire dal gigantesco Topolino con svastica sulla facciata di un palazzo di Poznan, fino alla recente investitura ad ambasciatore della propaganda socio-culturale della Corea del Nord, si sofferma con l'abituale ironico egocentrismo a contemplare la propria parabola. E, assicura, il meglio deve ancora venire.

Il percorso espositivo racconta le tappe più importanti della storia di Papeschi, che in pochi anni ha saputo essere talmente non-artista da diventare uno degli artisti italiani di oggi più noti all'estero.
Dall'ingresso, interamente tappezzato con la sua rassegna stampa, alle prime opere che lo hanno consacrato: il nazitopolino sexy, che è stato l'inizio di tutto, il bambino di "Wall Street" del 2009 e i dirigibili incendiari della Coca-Cola.

Le sue opere sempre spiazzanti e irriverenti, utilizzano i simboli della cultura contemporanea rimescolandoli e mettendone così a nudo le forti contraddizioni. Un costante lavoro sui contrasti, come emerge anche dai lavori più classici: dalla Società dello Spettacolo a From Hiroshima with Love.

E il contrasto è davvero forte soprattutto quando Papeschi fa stridere l'innocenza, la favola, con la cruda realtà: come nei personaggi più amati da grandi e piccini, riveduti e scorretti dall'artista.

Un grande vidiwall proietta, in loop, il recente risultato della collaborazione tra Papeschi e Casale: è "It's all Devo" ultimo brano del musicista americano, con Maurizio Temporin alla regia e il supporto musicale dei Phunk Investigation.

Nella parte finale del percorso espositivo alcune opere del più recente progetto dell'artista Milanese, "Welcome to North Korea", chiudono il percorso e ci accompagnano verso l'uscita, dove una copertina per la rivista "Arte.it", rielaborazione di una storica pagina del Sun su Sid Vicious, vede Papeschi protagonista. Non certo morto, al contrario del bassista dei Pistols, ma più vivo che mai: il meglio, infatti, deve ancora venire.

The Best is yet to come resterà al M.A.C. fino al 26 novembre 2016

Pubblicato in Il Giornale

Dal 29 settembre al 9 ottobre al MAC di Milano c'è “Breaking Through” di Omar Hassan.

Il progetto, che l'artista ha portato a Londra e a Miami, arriva finalmente a Milano, la sua città.

La mostra curata da Luca Beatrice è un percorso all'interno della ricerca pittorica dell'artista, che nasconde dietro la semplicità del colore grandi concetti, e che spazia dalla pittura alla scultura e dalla performance all'installazione.

In questa serie di opere Hassan usa i guantoni al posto dei pennelli e con colpi ben assestati crea sulla tela un'esplosione di colori. Il risultato è in ogni gesto, calibrato seppur disinvolto, mentre schizza sulla tela alla velocità di un fulmine. Inventando un linguaggio tutto suo che sfreccia nel campo lungo della pittura, indagandone le possibilità stilistiche e le evoluzioni formali.
“La forza di un pensiero sta nel gesto di chi sa lasciare un segno delle proprie idee. Questo è il concetto con cui Omar ha saputo ritagliarsi nel panorama internazionale una sua identità e una sua riconoscibilità. Come nel pugilato, disciplina che gli ha insegnato non solo il rigore nella preparazione ma l'importanza fondamentale nella tecnica, le sue opere si scuotono in un vortice di colore e gravità verso il centro della tela. Metafora di un ring verticale che è la vita” (cit. Cristian Contini)

 

 

Pubblicato in Selfie ad Arte

Dal 29 settembre al 9 ottobre al MAC di Milano c'è “Breaking Through” di Omar Hassan.

Il progetto, che l'artista ha portato a Londra e a Miami, arriva finalmente a Milano, la sua città.

La mostra curata da Luca Beatrice è un percorso all'interno della ricerca pittorica dell'artista, che nasconde dietro la semplicità del colore grandi concetti, e che spazia dalla pittura alla scultura e dalla performance all'installazione.

In questa serie di opere Hassan usa i guantoni al posto dei pennelli e con colpi ben assestati crea sulla tela un'esplosione di colori. Il risultato è in ogni gesto, calibrato seppur disinvolto, mentre schizza sulla tela alla velocità di un fulmine. Inventando un linguaggio tutto suo che sfreccia nel campo lungo della pittura, indagandone le possibilità stilistiche e le evoluzioni formali.
“La forza di un pensiero sta nel gesto di chi sa lasciare un segno delle proprie idee. Questo è il concetto con cui Omar ha saputo ritagliarsi nel panorama internazionale una sua identità e una sua riconoscibilità. Come nel pugilato, disciplina che gli ha insegnato non solo il rigore nella preparazione ma l'importanza fondamentale nella tecnica, le sue opere si scuotono in un vortice di colore e gravità verso il centro della tela. Metafora di un ring verticale che è la vita” (cit. Cristian Contini)

 

 

Pubblicato in Selfie ad Arte

Dal 29 settembre al 9 ottobre al MAC di Milano c'è “Breaking Through” di Omar Hassan.

Il progetto, che l'artista ha portato a Londra e a Miami, arriva finalmente a Milano, la sua città.

La mostra curata da Luca Beatrice è un percorso all'interno della ricerca pittorica dell'artista, che nasconde dietro la semplicità del colore grandi concetti, e che spazia dalla pittura alla scultura e dalla performance all'installazione.

In questa serie di opere Hassan usa i guantoni al posto dei pennelli e con colpi ben assestati crea sulla tela un'esplosione di colori. Il risultato è in ogni gesto, calibrato seppur disinvolto, mentre schizza sulla tela alla velocità di un fulmine. Inventando un linguaggio tutto suo che sfreccia nel campo lungo della pittura, indagandone le possibilità stilistiche e le evoluzioni formali.
“La forza di un pensiero sta nel gesto di chi sa lasciare un segno delle proprie idee. Questo è il concetto con cui Omar ha saputo ritagliarsi nel panorama internazionale una sua identità e una sua riconoscibilità. Come nel pugilato, disciplina che gli ha insegnato non solo il rigore nella preparazione ma l'importanza fondamentale nella tecnica, le sue opere si scuotono in un vortice di colore e gravità verso il centro della tela. Metafora di un ring verticale che è la vita” (cit. Cristian Contini)

 

 

Pubblicato in Selfie ad Arte

Fino al 26 novembre al M.A.C. di Milano c’è “The Best is yet to come” di Max Papeschi.

La mostra, curata da Silvia Basta e dal fondatore dei Devo Gerald Casale e presentata da Fondazione Maimeri, è un’antologica della folgorante carriera di Papeschi.

L’artista milanese, dopo otto anni di scandali, polemiche, e surrealtà varie – a partire dal gigantesco Topolino con svastica sulla facciata di un palazzo di Poznan, fino alla recente investitura ad ambasciatore della propaganda socio-culturale della Corea del Nord, si sofferma con l’abituale ironico egocentrismo a contemplare la propria parabola. E, assicura, il meglio deve ancora venire.

Il percorso espositivo racconta le tappe più importanti della storia di Papeschi, che in pochi anni ha saputo essere talmente non-artista da diventare uno degli artisti italiani di oggi più noti all’estero.
Dall’ingresso, interamente tappezzato con la sua rassegna stampa, alle prime opere che lo hanno consacrato: il nazitopolino sexy, che è stato l’inizio di tutto, il bambino di “Wall Street” del 2009 e i dirigibili incendiari della Coca-Cola.

Le sue opere sempre spiazzanti e irriverenti, utilizzano i simboli della cultura contemporanea rimescolandoli e mettendone così a nudo le forti contraddizioni.
Soprattutto quando Papeschi fa stridere l’innocenza, la favola, con la cruda realtà: come nei personaggi più amati da grandi e piccini, riveduti e scorretti dall’artista.
Inoltre un grande vidiwall proietta, in loop, il recente risultato della collaborazione tra Papeschi e Casale: “It’s all Devo” ultimo brano del musicista americano, Maurizio Temporin alla regia e il supporto musicale dei Phunk Investigation.

Pubblicato in Selfie ad Arte

Fino al 26 novembre al M.A.C. di Milano c’è “The Best is yet to come” di Max Papeschi.

La mostra, curata da Silvia Basta e dal fondatore dei Devo Gerald Casale e presentata da Fondazione Maimeri, è un’antologica della folgorante carriera di Papeschi.

L’artista milanese, dopo otto anni di scandali, polemiche, e surrealtà varie – a partire dal gigantesco Topolino con svastica sulla facciata di un palazzo di Poznan, fino alla recente investitura ad ambasciatore della propaganda socio-culturale della Corea del Nord, si sofferma con l’abituale ironico egocentrismo a contemplare la propria parabola. E, assicura, il meglio deve ancora venire.

Il percorso espositivo racconta le tappe più importanti della storia di Papeschi, che in pochi anni ha saputo essere talmente non-artista da diventare uno degli artisti italiani di oggi più noti all’estero.
Dall’ingresso, interamente tappezzato con la sua rassegna stampa, alle prime opere che lo hanno consacrato: il nazitopolino sexy, che è stato l’inizio di tutto, il bambino di “Wall Street” del 2009 e i dirigibili incendiari della Coca-Cola.

Le sue opere sempre spiazzanti e irriverenti, utilizzano i simboli della cultura contemporanea rimescolandoli e mettendone così a nudo le forti contraddizioni.
Soprattutto quando Papeschi fa stridere l’innocenza, la favola, con la cruda realtà: come nei personaggi più amati da grandi e piccini, riveduti e scorretti dall’artista.
Inoltre un grande vidiwall proietta, in loop, il recente risultato della collaborazione tra Papeschi e Casale: “It’s all Devo” ultimo brano del musicista americano, Maurizio Temporin alla regia e il supporto musicale dei Phunk Investigation.

Pubblicato in Selfie ad Arte

Fino al 26 novembre al M.A.C. di Milano c’è “The Best is yet to come” di Max Papeschi.

La mostra, curata da Silvia Basta e dal fondatore dei Devo Gerald Casale e presentata da Fondazione Maimeri, è un’antologica della folgorante carriera di Papeschi.

L’artista milanese, dopo otto anni di scandali, polemiche, e surrealtà varie – a partire dal gigantesco Topolino con svastica sulla facciata di un palazzo di Poznan, fino alla recente investitura ad ambasciatore della propaganda socio-culturale della Corea del Nord, si sofferma con l’abituale ironico egocentrismo a contemplare la propria parabola. E, assicura, il meglio deve ancora venire.

Il percorso espositivo racconta le tappe più importanti della storia di Papeschi, che in pochi anni ha saputo essere talmente non-artista da diventare uno degli artisti italiani di oggi più noti all’estero.
Dall’ingresso, interamente tappezzato con la sua rassegna stampa, alle prime opere che lo hanno consacrato: il nazitopolino sexy, che è stato l’inizio di tutto, il bambino di “Wall Street” del 2009 e i dirigibili incendiari della Coca-Cola.

Le sue opere sempre spiazzanti e irriverenti, utilizzano i simboli della cultura contemporanea rimescolandoli e mettendone così a nudo le forti contraddizioni.
Soprattutto quando Papeschi fa stridere l’innocenza, la favola, con la cruda realtà: come nei personaggi più amati da grandi e piccini, riveduti e scorretti dall’artista.
Inoltre un grande vidiwall proietta, in loop, il recente risultato della collaborazione tra Papeschi e Casale: “It’s all Devo” ultimo brano del musicista americano, Maurizio Temporin alla regia e il supporto musicale dei Phunk Investigation.

Pubblicato in Selfie ad Arte
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